CHAOS SIVE NATURA

CHAOS SIVE NATURA

 

 

 

 

 

In un celebre passo della Gaia Scienza Nietzsche afferma che

il carattere complessivo del mondo e caos per tutta l’eternita, non nel senso di un difetto di necessita, ma di un difetto di ordine, articolazione, forma, bellezza, sapienza e di tutto quanto sia espressione delle nostre estetiche nature umane.

 

 

Rileggendo a fondo e per intero questo importante aforisma si comprende quale sia la visione nietzschiana della natura: non un divenire regolato teleologicamente, nel quale ogni singolo evento si concatenerebbe con gli altri – come tante tessere di un domino – al fine di raggiungere in un lontano futuro un qualsivoglia scopo universale o stato finale; ne un insieme in se ordinato con lo scopo di mantenersi in un certo equilibrio o per svolgere una certa funzione, come se si trattasse di un grande organismo o di una grande macchina; piuttosto un divenire eterno e necessario nel quale non solo i singoli eventi non tendono a nulla – visione afinalistica e ateleologica – ma nel quale non e neanche possibile individuare con univocità un’armonia generale o una linearita fissa, lungo la quale gli eventi si disporrebbero ordinatamente, seppur non teleologicamente.

 

Il prospettivismo nietzschiano afferma, infatti, che la realta e interpretabile a piu livelli, tutti distinti e compossibili. La natura, presa in tutta la sua estrema caoticita, e qualcosa di molto piu complesso di quello che le nostre ≪estetiche nature umane≫ vedono ed interpretano in essa: esse concepiscono, per esempio, ≪cose durevoli ed uguali≫, ≪materie≫, ≪corpi≫, ≪sostanze≫, ≪leggi≫, ≪soggetti≫ che agiscono su ≪oggetti≫, ≪eventi≫, ≪cause≫ ed ≪effetti≫, etc., ignorando pero che ognuna di queste entita non e altro che un mero prodotto dell’intelletto umano, un suo ≪erroneo articolo di fede≫96, originatosi appunto per errore e tramandatosi sempli-cemente in quanto utile alla conservazione di taluni individui e non di altri.

 

L’intelletto concepisce invece la logica come qualcosa di dato oggettivamente nel mondo stesso, mentre essa non e altro che una sua interpretazione– di certo un’interpretazione fortunata, in quanto estremamente utile.

 

Si capisce a questo punto l’espressione Chaos sive Natura utilizzata da Nietzsche in un frammento postumo del 1882100: la natura, lungi dall’essere l’espressione di una volonta divina o il dispiegarsi di un qualsiasi principio ad essa immanente o trascendente, lungi dall’essere un ambiente creato a disposizione esclusiva dell’uomo, ≪a sua immagine e somiglianza≫, e in realta un abisso oscuro e indifferente, per cosi dire eracliteo, nel quale appunto non si ritrova alcuna armonia ne stabilita, ma soltanto ≪variazione, divenire, molteplicita, contrasto, contraddizione, guerra≫. Ebbene, questa condizione di chaos originario e per Nietzsche il primo nichilismo, o, per usare la calzante espressione di Jean-Francois Mattei, il suo ≪grado zero≫ (degré zéro).

 

L’uomo, messo di fronte all’impossibilita di vivere in un siffatto mondo fluente, amorfo ed imprevedibile, avverte il bisogno di arrestare il flusso delle apparenze, cristallizzando i fenomeni – di per se l’uno diverso dall’altro – in forme stabili e ricorrenti che gli permettano di prevedere e di affrontare al meglio l’esistenza.

 

 

L’intento – conscio o inconscio che sia – e appunto quello di creare degli stratagemmi elementari volti ad una piu facile ed efficace sopravvivenza, che consentano all’uomo di sapere gia cosa fare in una determinata situazione, senza dover essere costretto ad imparare ogni volta di nuovo a sue spese. Il ≪concetto≫, l’≪idea≫ non hanno altro valore allora se non quello di una semplificazione utile alla sopravvivenza dell’uomo103. Soltanto attraverso di essi l’uomo può

 

 

costruire un ordine piramidale, suddiviso secondo caste e gradi, creare

un nuovo mondo di leggi, di privilegi, di subordinazioni, di

delimitazioni, che si contrapponga ormai all’altro mondo intuitivo

delle prime impressioni (il flusso eracliteo, n.d.A.) come qualcosa di

piu solido, di piu generale, di piu noto, di piu umano, e quindi come

l’elemento regolatore e imperativo.

 

 

Ci si potrebbe domandare a questo punto: come puo l’uomo credere nell’esistenza oggettiva di realta che egli stesso ha creato? Un falsario, infatti, non potrebbe mai credere nell’autenticita delle monete che egli stesso ha prodotto– a meno che egli d’improvviso non dimentichi di essere stato lui stesso il falsario.

 

Proprio questo e accaduto all’uomo: se infatti si puo ragionevolmente immaginare che i primissimi uomini – coloro che ipoteticamente ≪diedero un nome alle cose≫ – avessero ancora la consapevolezza necessaria per sapersi loro stessi creatori dei concetti, i loro successori – cinque, dieci, cento generazioni dopo – non poterono in alcun modo sottrarsi agli effetti dell’oblio delle origini e della sedimentazione del senso. Per questi ultimi, infatti, il mondo appariva necessariamente ed immediatamente come un insieme gia ordinato e unitario di cose, nomi e concetti, laddove prima invece si era ben coscienti della derivazione pratica degli ultimi due, nonche della loro totale discernibilita e inconsistenza ontologica.

 

 

Quando la medesima immagine viene prodotta milioni di volte e viene

trasmessa ereditariamente attraverso molte generazioni umane,

apparendo infine a tutta quanta l’umanita ogni volta come

conseguenza della medesima occasione, essa in conclusione acquista

per l’uomo il medesimo significato che le spetterebbe se fosse l’unica

immagine necessaria, e se quel rapporto fra l’originario stimolo

nervoso e l’immagine prodotta fosse un rigido rapporto di causalita.

 

 

La ripetizione e l’oblio hanno dunque permesso che si arrivasse a concepire i concetti come qualcosa di oggettivamente dato nella realta e di preesistente all’uomo, di modo che il mondo – prima flusso eracliteo, caotico e senza forme – assunse con il passare del tempo sempre piu una conformazione antropomorfica evenne infine compreso come una ≪cosa umana≫– lo stesso mondo che in origine non era altro che assoluta indifferenza verso le ≪cose umane≫.

 

Per il fatto che da millenni abbiamo scrutato il mondo con pretese

morali, estetiche e religiose (mit moralischen, ästhetischen, religiösen

Ansprüchen), con cieca inclinazione, passione o paura, e abbiamo

straviziato negli eccessi del pensiero non logico, questo mondo e

diventato a poco a poco cosi meravigliosamente variopinto, terribile,

profondo di significato, pieno d’anima e ha acquistato colore – ma i

coloristi siamo stati noi: l’intelletto umano ha fatto comparire il

fenomeno e ha trasferito nelle cose le sue erronee concezioni

fondamentali.

 

 

L’immagine di questo quadro, con i suoi colori cosi tenui e familiari, non fa che tranquillizzare l’uomo, almeno in prima battuta, poiche cio che prima gli era appunto cosi estraneo e minaccioso viene ora assimilato alle sue esigenze di stabilita e di sicurezza, assumendo sembianze conosciute – ma tutto cio sempre e solo sulla base della dimenticanza del proprio ruolo di creatore all’interno del processo di concettualizzazione del mondo:

 

 

Solo quando l’uomo dimentica quel primitivo mondo di metafore, solo

quando la massa originaria di immagini – che sgorgano con ardente

fluidita dalla primordiale facolta della fantasia umana – si indurisce e

irrigidisce, solo quando si crede, con una fede invincibile, che questo

sole, questa finestra, questo tavolo siano verita in se: in breve, solo

quando l’uomo dimentica se stesso in quanto soggetto, e precisamente

in quanto soggetto artisticamente creativo, solo allora egli puo vivere

con una certa calma, sicurezza e coerenza.

 

 

Tale condizione non tardo a peggiorare. L’uomo commise infatti un errore fatale: egli scambio cio che era semplicemente ultimo e derivato – il mondo ideale, i concetti, le idee – con l’elemento genetico-normativo della realta stessa.

 

Questo capovolgimento per cosi dire platonico porto in questo modo alla nascita della metafisica e, come conseguenza diretta e necessaria, alla scissione dell’unico mondo reale in mondo vero e mondo falso, in mondo ideale e mondo apparente: il flusso eracliteo, prima ≪grado zero≫ dell’esistenza, venne tacciato ora di essere mera ≪apparenza≫, in contrapposizione all’assoluta stabilita del mondo vero. Un lungo frammento del 1884, di cui riportiamo solo un estratto, e tal riguardo illuminante:

 

 

L’errore dei filosofi si basa sul fatto che, invece di vedere nella logica e nelle categorie della ragione dei mezzi per accomodare il mondo a dei fini utili (e quindi, in linea di principio, al fine di un’utile falsificazione), si credette di avere con esse il criterio della verita, ovvero della realtà. Il “criterio della verita” era effettivamente solol’utilità biologica di un simile sistema falsificante per principio: e poiche una specie animale non conosce nulla di piu importante della propria conservazione, qui si pote realmente parlare di “verita”.

 

L’ingenuita fu solo quella di prendere l’idiosincrasia antropocentrica come misura delle cose, come norma del “reale” e dell'”irreale”: in breve, di rendere assoluto qualcosa di condizionato. E, guarda un po’, ora il mondo si scisse di colpo in un mondo vero e in un mondo “apparente”: e precisamente il mondo per cui l’uomo aveva inventato la propria ragione, per abitarlo, per viverci a proprio agio – esattamente questo mondo venne screditato. Invece di utilizzare le forme come strumenti per renderci il mondo manipolabile e determinabile, la folle intelligenza dei filosofi scopri che in queste categorie e nascosto il concetto di quel mondo al quale non corrisponde il mondo in cui viviamo. […] Il principio di contraddizione forni lo schema: il mondo vero, verso il quale si cerca la via, non puo trovarsi in contraddizione con se stesso, non puo variare, non puo divenire, non ha origine e non ha fine.

 

E questo il massimo errore che si sia mai commesso, il vero errore fatale se mai ce ne furono: si credette di avere un criterio della realta nelle forme della ragione, mentre le si posseggono per dominare la realta, per fraintendere la realta con saggezza…

 

E guarda un po’: ora il mondo divento falso, ed esattamente a causa delle caratteristiche che ne compongono la realtà: variazione, divenire, molteplicita, contrasto, contraddizione, guerra. Ed ecco avverato il destino funesto.

 

 

Tale destino funesto consiste nello sciagurato passaggio dal primo nichi-lismo – il gia descritto flusso eracliteo che, per quanto abissale e caotico, resta pur sempre ≪innocente≫, in quanto non mira a niente – al secondo nichilismo – la posizione (Stellung) di un mondo ideale, vero, con conseguente svalutazione del mondo del divenire, incolpato paradossalmente di non rispondere ai criteri di verita imposti dalla ragione – stabilita, uguaglianza, non contraddizione, etc.

 

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