IL DIVENIRE NICHILISTICO

DIVENENDO

Leopardi mostra quello che tutto l’Occidente ha nel suo inconscio: nel divenire l’ente esce e ritorna nel nulla, ma se l’ente diventa nulla e il nulla diventa ente, allora l’ente è nulla.
Agli occhi di Leopardi e di tutto l’Occidente, di cui egli è per Severino il più coerente interprete, l’identità delle cose esistenti col nulla non è contraddizione. Nel pensiero 3784 leggiamo che

“le contraddizioni evidentissime e formalissime sono escluse dal ragionamento assoluto”.

Inoltre in 1341 dice:

“nessuna cosa è assolutamente necessaria, cioè non v’è ragione assoluta perch’ella non possa non essere”.

Per cui non c’è una «ragione assoluta» in base alla quale le «cose esistenti» non possano non essere, ossia essere nulla. Affermare che un ente può essere niente non è una contraddizione.
Ma è proprio questo ciò che Severino chiama la follia dell Occidente; affermare cioè l’identità del positivo col negativo (ente e niente), l’identità degli assolutamente non identici. Leopardi però, come tutto il pensiero occidentale, non vede questa follia, o meglio, non la percepisce come tale, perché per lui il divenire annientante è la cosa più evidente.

“Leopardi riesce a pensare e a dire che, poiché le cose si annullano ed escono dal nulla, esse sono nulla. Riesce a raggiungere il pensiero essenziale dell’Occidente, il pensiero che sorregge l’intera storia della nostra civiltà e della nostra cultura. Ma proprio perché il pensiero di Leopardi appartiene all’Occidente, esso, portandosi verso quella linea più avanzata, non la oltrepassa (non può oltrepassarla), cioè non vede la follia essenziale dell’Occidente – e quindi non vede la propria follia essenziale –: non vede alcuna “contraddizione evidentissima e formalissima” nel pensiero che pensa che le “cose esistenti” sono nulla”.

Leopardi si porta quindi sul limite della follia, senza però varcarlo, schiude l’inconscio dell’Occidente in cui dimora la nullità delle cose.
Dunque per Severino tutta la storia dell’Occidente è la storia dell’interpretazione nichilistica di se stessa in cui il divenire nichilistico si oppone agli immutabili della metafisica.
L’Occidente non afferma direttamente che l’essere è niente, questa identità avviene solo nell’inconscio, eppure è proprio questa interpretazione inconscia a prevaricare, rendendo possibile qualcosa come la tecnica attuale che si fonda sulla evidenza del divenire. Questo ci fa concludere che se il divenire rimane l’evidenza inconscia per tutta la storia dell’Occidente, allora gli immutabili della metafisica non possono più essere intesi come la verità indiscussa.
Il loro ruolo, nel pensiero di Severino, non è quello di mostrare la verità, ma di contenere la violenza del divenire.
Questa evidenza del divenire è l’origine della sofferenza dell’uomo, quando l’uomo coglie il nulla nell’essere sopraggiunge l’angoscia, la sofferenza nell’esistenza.
In questa ottica il ruolo degli immutabili è quello di farmaci per non sentire il dolore del nulla come fosse una malattia. L’eterno, in sostanza, già nella prima speculazione greca, si mostra come il rimedio contro l’evidenza del divenire, che pur rimane la verità inconscia. Qui sta l’originalità dell’interpretazione severiniana di Eschilo, il quale per primo ha colto la vera natura della ragione, del logos, quella cioè di essere un rimedio contro la nullità dell’esistenza.
Ma, come si è detto, gli immutabili contraddicono l’evidenza del divenire, impediscono cioè a quest’ultimo di mostrarsi pienamente in tutta la sua angosciante evidenza. Ecco perché il compimento dell’Occidente nel divenire nichilistico è il tramonto degli immutabili. Questo compimento avviene nel pensiero di Leopardi che per primo mostra l’impossibilità del logos anche come farmaco. In tutto il suo pensiero egli, prima ancora di Nietzsche, mostra come la vera natura del mondo è il nichilismo, «il solido nulla». Eschilo mostra come il principio eterno del tutto salva l’uomo dalla pazzia, ma non lo salva dall’annientamento del divenire, dal senso tragico dell’esistenza. Leopardi porta invece a compimento l’evidenza dell’annientamento del divenire negando qualsiasi principio eterno e perciò l’uomo è destinato alla sofferenza. Severino coglie proprio nel pensiero di Eschilo e di Leopardi gli estremi di tutta la storia dell’Occidente; i loro rispettivi pensieri rappresentano l’inizio e la fine di tutte le sue possibilità.
Certamente tutti i grandi pensatori della metafisica occidentale, non affermeranno mai che la ragione è un rimedio contro il nulla, anzi, vedranno in tale sapere assoluto ed eterno la vera realtà del mondo. È per questo che la lettura della storia dell’Occidente che vede in Eschilo e in Leopardi il suo inizio e il suo compimento, si trova in una dimensione più profonda, quella dell’inconscio dell’Occidente.

Severino traccia nella Palinodia l’apparizione dei tratti fondamentali della civiltà della tecnica di cui Leopardi si fa portatore, e che lui individua nella scienza, nell’industria, nella tecnologia, nell’organizzazione economica, nel dominio del mondo, nell’organizzazione planetaria, nei mass media, e nell’‘amore universale’ , nonché il riflesso di tali tratti nella vita quotidiana.
Al centro del canto appare una volontà di potenza che è volontà di salvezza dal “gioco” della “natura”. L’uomo crede, grazie alla tecnica, di poter dominare il mondo e che questo sia il rimedio contro il gioco annientante ma una forza “distruttrice” lo ferisce dall’interno e dall’esterno:

Indi varia, infinita una famiglia
Di mali immedicabili e di pene
Preme il fragil mortale, a perir fatto
Irreparabilmente: indi una forza
Ostil, distruggitrice, e dentro il fere
E di fuor da ogni lato, assidua, intenta
Dal dì che nasce; e l’affatica e stanca,
Essa indefatigata; insin ch’ei giace
Alfin dall’empia madre oppresso e spento.
(vv. 173-181)

Neanche le “età future” potranno evitare le “miserie estreme dello stato mortal”:

Queste, o spirto gentil, miserie estreme
Dello stato mortal; vecchiezza e morte,
Ch’han principio d’allor che il labbro infante
Preme il tenero sen che vita instilla;
Emendar, mi cred’io, non può la lieta
Nonadecima età più che potesse
La decima o la nona, e non potranno
Più di questa giammai l’età future.
(vv. 182-189)

 

La “dotta man” dell’uomo fallisce e il “fanciullo invitto, il suo capriccio adempie” (ancora un
riferimento ad Eraclito, frammento 52).

E indarno a preservar se stesso ed altro
Dal gioco reo, la cui ragion gli è chiusa
Eternamente, il mortal seme accorre
Mille virtudi oprando in mille guise
Con dotta man: che, d’ogni sforzo in onta,
La natura crudel, fanciullo invitto,
Il suo capriccio adempie, e senza posa
Distruggendo e formando si trastulla.
(vv. 165-172)

Ma perché la ragion gli è chiusa eternamente? Non perché esista nel gioco un disegno imperscrutabile all’uomo ma perché la natura non ha disegno, il fondamento dei giochi giocati è il nulla e il nulla, come tale, è necessariamente imperscrutabile. “Il divenire è un gioco senza perché” e tale appare anche nel Dialogo della natura e di un Islandese:
NATURA “Quando io vi offendo in qualunque modo e con qual si sia mezzo, io non me n’avveggo […] e se io vi diletto o vi benefico, io non lo so… E finalmente, se anche mi venisse di estinguere tutta la vostra specie, io non me ne avvedrei”.
In tal direzione si muove la lettura di Severino anche per ciò che riguarda la ragione.
L’assenza di ‹‹perché›› non riguarda soltanto la attualità delle cose esistenti e dell’esistenza stessa e quindi, come abbiamo visto, della materia, ma riguarda anche la l’esistenza della ragione che è accidentalità pura, puro fatto senza perché, gioco.

“Ma la ragione, sorgendo senza perché, mette in movimento il processo storico che conduce dalla civiltà antica alla civiltà moderna e all’età dei lumi, e dall’età dei lumi al dispiegamento completo della sua forza annientante. La ragione annienta la vita perché mostra con verità la nullità della vita. La ‹‹corruzione›› della vita, determinata dalla ragione, è cioè il modo concreto e determinato in cui il ‹‹gioco›› del divenire conduce all’angoscia e all’inazione estrema della pura visione del niente, e quindi al niente. Il progresso della ragione è il progresso del niente. L’‹‹incivilimento›› crescente dell’universo è la distruzione crescente dell’uomo”.

Stando così le cose, una volta sorta la ragione, è inevitabile che essa annienti l’uomo. La sofferenza era presente nella vita dell’uomo già prima dell’avvento della ragione, per il suo naturale ciclo di produzione e distruzione, ma ad essere ferita “dentro” e “fuori” era la vita dei singoli individui che naturalmente soffrono e muoiono ma nel genere umano la vita prevale sulla morte. Dopo l’entrata in scena della ragione ha inizio la morte del genere.

“Il culmine è il punto fino al quale la volontà di potenza prevale sul proprio annientamento, e oltre il quale è l’annientamento razionale della volontà di potenza a prevalere sulla potenza. Prima del culmine, la ‹‹vera e perfezionata filosofia›› (P 2295) è dottrina della volontà di potenza; dopo è dottrina della noia. L’età dei lumi sta all’inizio del culmine. La filosofia moderna è ‹‹vera e perfezionata filosofia››, ma come filosofia dell’età dei lumi ignora l’essenziale impotenza della potenza della ragione: ignora che la crescita della civiltà è la parabola che conduce all’annientamento dell’uomo in quanto genere;

ignora che la parabola ha un culmine. Il pensiero di Leopardi non ha nulla a che vedere con una semplice adesione alla filosofia moderna e all’illuminismo: esso scende nell’essenza più profonda della filosofia moderna e della storia dell’Occidente, sino al confine estremo dell’autocoscienza consentita a un pensiero che si mantiene all’interno (pur essendone una delle testimonianze più rigorose) della fede fondamentale dell’Occidente – la fede nel divenire dell’essere.

Il culmine della parabola dell’annientamento è il culmine della civiltà della tecnica, ossia della civiltà basata sulla convinzione che la ragione moderna (nella forma che essa assume ai propri occhi), è il rimedio contro l’angoscia del divenire, il fondamento della felicità dell’uomo. All’interno della storia dell’Occidente, Leopardi è il filosofo della civiltà della tecnica: ne pensa l’essenza, sin dove è possibile al pensiero che rimane all’interno della fede fondamentale dell’Occidente. Precede tutti gli altri. Ed è il filosofo del futuro della civiltà della tecnica. Vede il culmine e vede il punto d’arrivo della parabola in cui la ragione, discendendo dal culmine della tecnica, conduce l’uomo nel nulla”.

 

 

 

 

 

 

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