IL NULLA (IL “NON SENSO”) ETERNO

NULLA

 

 

 

 

 

 

 

Così, affermando il nuovo e non limitandosi al semplice dissolvimento dei valori finora validi, il nichilismo supera la sua incompletezza e diventa finalmente compiuto, connotandosi come nichilismo classico.

Questo compimento del nichilismo, che Nietzsche rivendica in qualità di “primo nichilista compiuto d’Europa, che ha già vissuto in sé il nichilismo sino alla fine – e ha il nichilismo dietro di sé, sotto di sé, fuori di ”, rappresenta un vero e proprio contro-movimento in risposta alla décadence nichilistica occidentale ed implica la rinuncia a rinvenire un qualsiasi ordine o senso o forma nel caos eterno e senza scopo del mondo, se non il senso dell’innocenza del divenire e del suo inesausto ripetersi circolare.

 

Scrive in proposito Nietzsche: “pensiamo questo pensiero nella sua forma più terribile: l’esistenza, così com’è, senza senso e scopo, ma che ritorna ineluttabilmente senza un finale nel nulla: “l’eterno ritorno”. È questa la forma estrema del nichilismo: il nulla (il “non senso”) eterno!”.

 

L’unico “fine”, se così si può chiamare, dell’esistenza, intesa da Nietzsche come Chaos sive natura, è allora l’eterno ritorno dell’identico, un pensiero “terribile”, una vera e propria maledizione per l’uomo debole e malsano d’Europa, che può essere sopportato soltanto dal superuomo, da non intendersi nel senso di un essere prodigioso che abbia potenziato a dismisura le facoltà dell’uomo normale, ma come colui che “supera” l’uomo tradizionale in quanto smette gli atteggiamenti, le credenze e i valori propri di quest’ultimo e ha la forza per crearne di nuovi.

La trasvalutazione di tutti i valori è il movimento che si oppone al nichilismo e che lo supera: essa alleva il “super-uomo” come colui che esprime la massima concentrazione di volontà di potenza e che accetta l’eterno ritorno delle cose

 

 

Il nuovo uomo europeo prefigurato da Nietzshe, l’Übermensch, è quindi colui che si appropria della volontà di potenza come fondamento dell’identificazione di divenire ed essere nell’eterno ritorno dell’identico; ma questa decisione passa per lo smascheramento della menzogna della morale, ed in particolare di quella cristiana:

La morale ha inventato e proposto valori per l’utilità della vita; ma con ciò, pretendendo di imporre valori fondati sulla “verità”, ha nascosto da sempre il senso stesso delle posizioni di valore, cioè il loro esser radicate nella volontà di potenza di singoli e gruppi; e anzi, con la propria stessa esistenza, la morale ha sempre condannato l’esplicita volontà di potenza dei dominatori, dei trasgressori o riformatori della morale.

 

Scoperto che tutto è volontà di potenza, tutti sono costretti a prender posizione: non c’è più, per i deboli e falliti, la protezione della morale, che ha dato loro la base per disprezzare e condannare i forti. Esplicitandosi e generalizzandosi la lotta tra opposte volontà di potenza, i deboli e falliti periscono; anzitutto, in quanto, per non lottare, restano attaccati ai loro pregiudizi morali, e li radicalizzano (ad esempio, l’egualitarismo in politica) in modo da renderli più distruttivi e contrari alla vita

Le conseguenze politiche di una tale concezione sono pertanto evidenti: la volontà di potenza, essenza ontologica della realtà, essendo caratterizzata al suo interno da una molteplicità di “volontà” tra loro diverse e in contrasto, implica la formazione di un “ordine” del mondo derivante dalla prevalenza di una volontà rispetto alle altre. E quindi si può facilmente dedurre come il modello di società e di ordinamento politico prefigurato da Nietzsche possa essere ora monarchico, ora aristocratico, ma certamente non democratico ed egualitario, tale piuttosto da evocare il modello inimitabile del mondo greco-romano.

 

Scrive in proposito Battioni che “la teoria politica nietzscheana si struttura intorno a contenuti positivi, cioè affermativi di un tipo umano e di un tipo di società che, evocando l’“uomo olimpico” dell’antica Ellade e la grandiosa potenza dell’imperium Romanum, ripropongono la stessa salute “pagana” del mondo classico. Pertanto, i nuovi valori attinenti alla trasvalutazione di tutti i valori tradizionali, tuttora presenti nella modernità estenuata della décadence, implicano in primis una rigenerazione dei valori rappresentati dal paganesimo, con il loro assenso dionisiaco alla vita e alla corporeità:

 

 

la fierezza, la gioia, la salute, l’amore sessuale, l’inimicizia e la guerra, il rispetto, i bei gesti, le belle maniere, la volontà forte, la disciplina dell’alta spiritualità, la volontà di potenza, la riconoscenza alla terra e alla vita – tutto ciò che è ricco e vuole donare e fa doni alla vita e la copre d’oro e la eternizza e la divinizza – tutta la potenza delle virtù trasfiguratrici, tutto ciò che approva, che parla e agisce affermando

 

 

Ma allora, il contrasto decisivo, che sintetizza l’intero cammino filosofico di Nietzsche e la radicalità del suo rifiuto del cristianesimo come emblema della modernità nichilistica della civiltà europea ed occidentale, va ricercato nell’opposizione tra Dioniso e il Crocifisso, esemplificata in particolare in un celebre frammento della primavera del 1888, che costituisce, ad avviso di René Girard, “una delle punte più alte, se non la più alta, del suo pensiero

 

Dioniso contro il “Crocifisso”: eccovi il contrasto. Non è una differenza nel martirio: piuttosto, il martirio ha un altro senso. In un caso, la vita stessa, la sua eterna fecondità e il suo ritornare determina il tormento, la distruzione, la volontà di annientamento… Nell’altro, la sofferenza, il “Crocifisso come innocente”, è un’obiezione contro questa vita, è la formula della sua condanna. E si capisce: ilproblema è quello del senso della sofferenza: o un senso cristiano, o un senso tragico.

 

 

Nel primo caso la sofferenza è la via che conduce a un’esistenza beata; nel secondo, si ritiene che l’essere sia abbastanza beato da giustificare anche una sofferenza mostruosa.

L’uomo tragico approva anche la sofferenza più aspra: è abbastanza forte, ricco, divinizzatore per farlo; il cristiano dice di no anche alla sorte più felice che ci sia sulla terra: ed è abbastanza debole, povero, diseredato per soffrire della vita in ogni sua forma… Il “Dio in croce” è una maledizione scagliata sulla vita, un dito levato a comandare di liberarsene – Dioniso fatto a pezzi è una promessa di vita; la vita rinasce in eterno e ritornerà in patria, tornerà dalla distruzione

 

Questo brano fondamentale rappresenta con grande chiarezza la tensione intellettuale di Nietzsche e il suo lascito alla riflessione filosofica, teologica e politica contemporanea, come commenta puntualmente Battioni

 

In questa opposizione il filosofo dell’Anticristo intuisce, con straordinaria genialità teologica, il baratro che intercorre fra il “paganesimo” antico e la rivelazione cristiana; tra l’universo “sacrale” delle religioni cosmiche e la fede spirituale in un Dio personale; tra un “vangelo dell’armonia universale” dominato dall’Eterno Ritorno dell’identico e una concezione finalistica della storia orientata verso la trascendenza del “Regno dei cieli”; tra un ethos della incondizionata “fedeltà alla terra” e una morale della responsabilità; tra una concezione “artistica” dell’esistenza e un “istinto metafisico” che, pure, tenta di teorizzare il dolore fondamentale della vita; tra una concezione tendenzialmente “aristocratica” della politica e una concezione tendenzialmente democratico-egualitaria

 

 

È sulla base di “Dioniso contro il Crocifisso” – e della grande politica conseguente a questa opposizione irrimediabile – che Nietzsche può scrivere le ultime e ultimative parole dell’Anticristo (prima della breve appendice rappresentata dalla “Legge contro il cristianesimo”), riferendosi alla data “fatidica” del 30 settembre 1888: “computiamo il tempo da quel dies nefastus con cui ebbe inizio questa fatalità – dal primo giorno del cristianesimo! – E perché non invece dal suo ultimo giorno? Da oggi? Trasvalutazione di tutti i valori!”.

 

 

Questo finale ”esagitato” e “furente” riflette compiutamente il carattere di quest’opera concepita come una epocale contestazione della modernità e della sua deriva nichilistica, una contestazione che può sconcertare per la sua inusitata “violenza verbale” senza freni e remore, ma tuttavia priva di ipocrisie e di infingimenti, in grado comunque di indurre ad una riflessione quanto mai attuale sul destino complessivo della civiltà europea, così come sul senso della vita e del tragico che la caratterizza. Si può pertanto apprezzare il convincente giudizio di Sossio Giametta che, nel volume Introduzione a Nietzsche opera per opera, riassume in questi termini i caratteri di fondo dell’Anticristo di Nietzsche:

 

Non faremmo veramente giustizia a quest’opera se non dicessimo che essa, con tutta la sua esagitazione e violenza, con tutte le sue verità e i suoi errori, riposa su una concezione che è di Nietzsche e solo di Nietzsche, che fa di Nietzsche Nietzsche, e che riassume […] tutta la genialità della trasvalutazione (in quanto geniale): la concezione arditissima e poeticissima dell’assoluta immanenza, come fede nella vita e amore della vita, senza riserve, senza supporti, giustificazioni, riscatti, retribuzioni e redenzioni

 

Di certo, la “dinamite” rappresentata da Nietzsche, con la sua forza “detonante” senza pari, è un evento “eccezionale” della cultura contemporanea, con cui occorre “fare i conti” e confrontarsi in profondità, perché, come sintetizza efficacemente Bernhard Welte, “da Nietzsche in poi la nostra vita è stata diversa, e non possiamo più essere tali e quali saremmo se lui non fosse mai esistito.

 

 

 

 

 

 

 

 

 

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