IL ROVESCIAMENTO DEI VALORI

KONTRA KUNT

Nella sua sottile e scaltrita analisi “genealogica” del cristianesimo, Nietzsche ne rileva in primo luogo la stretta connessione con l’ebraismo, visto come l’espressione “ideologica” del “popolo più fatale della storia del mondo”, in quanto deliberatamente orientato a “falsificare” la natura, la realtà, la storia, per affermare in antitesi una religione e una morale “contro-naturali”, ma in tal modo conseguenti ad un disegno di potenza e di autoconservazione di questo popolo.

Richiamandosi alla sua Genealogia della morale e alla distinzione in essa presente tra una morale aristocratica ed una morale del ressentiment, Nietzsche ritrova nella morale ebraico cristiana l’espressione emblematica dell’opposizione ai valori aristocratici della potenza, della bellezza, dell’autoaffermazione terrena, e quindi della denigrazione di tali valori come “malvagi” e “riprovevoli”.

Questa operazione falsificante e mistificatoria risponde alla sottigliezza del popolo e del genio ebraico che, secondo Nietzsche, al fine di salvaguardare il proprio essere e la propria forza vitale,

 

Prende le parti di tutti gli istinti della décadence, – non in quanto è dominato da essi, ma poiché intuisce in loro una potenza con cui si può avere la meglio contro “il mondo”. Gli Ebrei sono l’opposto di tutti i décadents: hanno dovuto rappresentarli fino a dare l’illusione di esserlo, con un non plus ultra del loro genio d’attori hanno saputo porsi al vertice di tutti i movimenti della décadence (- come il cristianesimo di Paolo -), per fare di essi qualcosa che è più forte di ogni partito della vita che dica il suo sì. Per quella specie di uomini che nell’ebraismo e nel cristianesimo desiderano la potenza, una specie sacerdotale, la décadence è soltanto un mezzo: questo genere di uomini trova un interesse vitale nel rendere malata l’umanità e nel rovesciare, in un senso pericoloso per la vita e denigratorio per il mondo, i concetti di “buono” e “malvagio”, “vero” e  “falso”

Proprio la classe sacerdotale del popolo ebraico, nella sua risentita e vendicativa volontà di potenza, ha determinato questo “rovesciamento dei valori”, questa invenzione di un “altro mondo” che rinnega la vita e i suoi valori conferendo loro le sembianze del male e della negatività. Addirittura, questa “colossale” falsificazione operata dai sacerdoti ebrei, implicante la negazione della potenza, del successo nel mondo, della gioia di vivere e di essere felici, ha comportato il ripudio del passato eroico e bellicoso di Israele, in cui la credenza in Javeh come Dio della potenza e della giustizia ancora corrispondeva all’autoaffermazione del popolo ebraico ed alla sua adesione al ciclo della vita e della natura.

Pertanto, il cristianesimo va considerato per Nietzsche come “l’ultima conseguenza dell’ebraismo”, il suo corollario inscritto nella stessa logica “spaventosa”, e la sua origine va ricondotta, come afferma persuasivamente Karl Jaspers in Nietzsche e il Cristianesimo:

 Un elementare atteggiamento umano che in quel contesto storico poté acquistare un potere mai avuto prima: il risentimento (Ressentiment) dei malriusciti e defalliti, di tutti i sottomessi e inferiori, di ogni genere di mediocri. Si deve a Nietzsche la scoperta psicologica secondo cui il risentimento dell’impotenza, proprio grazie alla volontà di potenza in essa latente, può diventare creativo producendo nuovi valori, ideali e reinterpretazioni. Nel pathos del moralista Nietzsche riconosce la nascosta volontà di potenza delle nature basse, nel fanatismo della giustizia la segreta aspirazione alla vendetta, nelle valutazioni ideali la lotta latente contro il rango effettivamente superiore. […] Applicando al cristianesimo questa psicologia, Nietzsche ne vuole comprendere la genesi e lo sviluppo. Il cristianesimo adopera ogni contenuto di verità, e perciò anche la verità di Gesù, appropriandosene con un’interpretazione mistificatrice, grazie alla quale si deve contribuire ad affossare tutto ciò che è elevato, potente, nobile, sano, forte e aristocratico, tutto ciò che prende partito in favore della vita

Quindi, per Nietzsche – ed è questo uno dei tratti più originali della sua analisi – la genesi del cristianesimo non va ricercata nella figura e nella predicazione di Gesù: “non è la pace inerme di Gesù l’origine del cristianesimo, né la sua prassi di vita intesa a conquistare immediatamente la beatitudine astenendosi dal fare resistenza, né la sua impermeabilità al mondo e alla morte”.

Piuttosto, il cristianesimo è il frutto di un’opera di tradimento e di travisamento del messaggio autentico del Cristo, operata dai suoi primi seguaci ed in particolare da Paolo di Tarso, il vero “fondatore” della religione cristiana. In effetti, in base all’analisi “genealogica” di Nietzsche, la realtà della vita e delle opere di Gesù non può essere in alcun modo assimilata all’istituzione e allo sviluppo storico del cristianesimo.

Quali sono, allora, le ragioni dell’eccentricità del messaggio del Cristo, di questo”santo anarchico” nelle parole di Nietzsche, rispetto all’istituzionalizzazione del cristianesimo e della sua Chiesa? Una risposta di fondo va ricercata nelle peculiari caratteristiche del tipo psicologico  rappresentato da Gesù, portatore di una nuova pratica di vita piuttosto che di una nuova fede o di un nuovo dogma:

 La vita del redentore non è stata nient’altro che questa pratica – anche la sua morte non fu null’altro… Egli non aveva più bisogno di nessuna formula e di nessun rito per il suo commercio con Dio – e neppure della preghiera. Egli ha chiuso i conti con l’intera dottrina ebraica della penitenza e della conciliazione; egli sa che soltanto con la pratica della vita ci si può sentire “divini”, “beati”, “evangelici”, “figli di Dio” in qualsiasi momento. Non la “penitenza”, non la “preghiera per il perdono” sono le vie che conducono a Dio: soltanto la pratica evangelica porta a Dio, essa appunto è “Dio”!

– Ciò che fu liquidato con l’Evangelo, fu l’ebraismo delle nozioni di “peccato”, “remissione dei peccati”, “fede”, “redenzione mediante la fede” – l’intera dottrina ecclesiastica ebraica era negata nella “buona novella”. Il profondo istinto del modo come si deve vivere per sentirsi “in cielo”, per sentirsi “eterni”, mentre comportandosi in un qualsiasi altro modo non ci si sente per nulla “in cielo”: questa soltanto è la realtà psicologica della “redenzione”. – Una nuova regola di vita, non una nuova fede…

E la beatitudine conquistata da Gesù con la sua condotta di vita implica il rifiuto di qualsiasi contatto con la realtà, quindi il rifugiarsi in un mondo meramente “interiore” da cui sono bandite le nozioni di colpa e di castigo; il “peccato” come distanza tra l’uomo e Dio e condizione per l’accesso alla beatitudine è eliminato, per cui “la beatitudine non viene promessa, non è associata a condizioni: essa è la sola realtà – il resto è segno per poter parlare di essa”.

La “vera vita”, la “vita eterna” non è soggetta alla promessa di un futuro oltremondano, ma piuttosto è vissuta nel presente dell’interiorità come religione dell’amore senza distanza o esclusioni. Il beato, dunque, è colui che opera passando accanto al mondo, senza prenderlo in considerazione, o attraversandolo senza esserne toccato.

E questo atteggiamento del beato o dell’autentico cristiano, secondo Nietzsche, comporta in primo luogo, sul piano esistenziale e psicologico, il rifiuto di opporre resistenza al malvagio, di differenziare gli stranieri dalla propria gente, i non ebrei dagli ebrei, di partecipare attivamente alla vita dello Stato e delle istituzioni, di considerare la morte come qualcosa di reale; afferma in proposito Nietzsche che

 il “regno dei cieli” è una condizione del cuore – non qualcosa che giunge “oltre la terra” o “dopo la morte”. Manca nel Vangelo l’intera nozione della morte naturale: la morte non è un ponte, un trapasso, essa viene a mancare perché appartiene a un mondo del tutto diverso, meramente apparente, utile soltanto per cogliere segni. L’”ora della morte” non è un concetto cristiano – l’”ora”, il tempo, la vita fisica e le sue crisi non esistono affatto per il maestro della “lieta novella”… Il “regno di Dio” non è qualcosa che si attende: non ha un ieri e un dopodomani, non giunge tra “mille anni” – è l’esperienza di un cuore; esiste ovunque e in nessun luogo…

 

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