IL SUPERUOMO NIETZSCHEANO E L’ESSERE RAZIONALE KANTIANO

KONTRA KUNT

 

 

 

 

 

 

Nietzsche utilizza il concetto di superuomo – “estremità di una corda tesa”-, per superare la decadenza in cui l’uomo è sprofondato. L’Uomo è un concetto che deve essere superato, lasciando spazio al superuomo che, dalle macerie del nichilismo,sappia creare nuovi valori, che si traducano in un sì incondizionato alla vita. Sulla scia di Cartesio e Pascal, Kant individua nel pensiero l’elemento che conferisce all’uomo massima dignità e giustizia (Apollo versus Dioniso).

 

Quale importanza Kant conferisca al pensare è indicato dal fatto che nel dare un nome alla suprema funzione unificante del nostro conoscere, egli scelga io penso, “principio che deve poter accompagnare tutte le rappresentazioni”.La morale kantiana, dunque, è concepita in modo tale che essa sia valida “erga omnes”. Poiché ogni uomo è un “essere razionale”, essa si rivolge all’ ”universitas hominum”.

 

“Se non si vuole davvero contestare al concetto di moralità ogni verità e riferimento ad un oggetto possibile – sostiene Kant – non si può mettere in dubbio che la sua legge abbia un significato tanto ampio da dover valere non solo per gli uomini, ma per ogni <<essere razionale in generale>> non semplicemente sotto condizioni contingenti e con eccezioni, ma in modo <<assolutamente necessario>>.”

 

Fondare una morale sull’a priori, significa unire, condividere un patrimonio comune, in grado di partorire le stesse risposte, da parte di tutti e in ogni situazione. Ciò sottintende la negazione della diversità-unicità individuale, in quanto la massima che determina l’agire di uno soltanto, non è desiderabile come legge universale. Occorre pertanto prestare fedeltà al dovere, anche quando questo comporti la rinuncia alla proprie inclinazioni.

 

“La legge morale – spiega Kant – è per la volontà di un essere perfettissimo una legge della santità, ma per la volontà di un essere finito razionale è una legge del dovere e in ossequio al dovere”.

 

Inoltre, sempre a discapito dell’individualità – irrinunciabile per Nietzsche (Zarathustra ama parlare ai solitari) – Kant ritiene che non si debba mai avere come movente un principio soggettivo poiché, anche se l’azione può essere “conforme al dovere”, se essa non è compiuta “per il dovere”, non è “morale”.

Per Kant, un’azione si dice morale quando si identifica con il disinteresse. D’altro canto, giudicare la bontà di un’azione sulla base delle intenzioni – anziché degli esiti prodotti – è, per Nietzsche, ulteriore sintomo di decadenza. In ottica kantiana, invece, non si può prescindere dalla buona volontà, affinché la condotta sia effettivamente morale (= buona).

L’individualismo è visto da Kant come qualcosa che ostacola la sovranità della morale, pari a un elemento di disturbo: non è ammessa – nel sistema kantiano – una massima (o principio soggettivo), che non sia desiderabile come legge universale.

Con quest’assunto base della ragion pura pratica, Kant ricompone ogni conflitto tra individuo e legge.Allo stesso modo, quando Kant pone l’attenzione sull’essere razionale, non intende un individuo determinato, bensì tutto il genere umano, poiché la ragione su cui fonda la morale è la ragione universale.

Ogni uomo – se vuole – può aspirare alla moralità. Ogni uomo le cui azioni siano legate a motivi, giammai a moventi.Ognuno – secondo Kant – anche non volendo, può udire i comandi della ragione attraverso quella che si è chiamata voce della coscienza. L’individuo morale kantiano è per Nietzsche un uomo a metà, troncato della sua componente più importante. Proprio di quest’uomo “libero” dalle passioni,Kant tesse le lodi, in una sorta di inno al dovere:

 

“Dovere! Nome sublime e grande che non contieni niente di piacevole che implichi lusinga, ma chiedi la sottomissione (…), che esponi soltanto una legge che da sé trova adito nell’animo e anche contro la volontà acquista venerazione; innanzi alla quale le inclinazioni ammutoliscono, benché di nascosto reagiscano ad essa”.

 

Prima di passare al superuomo è bene fare una digressione.Al contrario di Kant, in deroga parziale alla propria visione rigidamente relativistica, Nietzsche riconduce la varietà dei comportamenti morali a due tipi fondamentali: la “morale dei signori” e la “morale degli schiavi”.

 

Egli rigetta il pensiero che vuole “morale” soltanto l’azione “disinteressata”. La “morale dei signori” è, per antonomasia, una morale “interessata”. Essa è costitutivamente gerarchica e si fonda sulla separazione (pathos della distanza) da coloro che sono diversi o appartenenti ad uno status inferiore.

La “morale dei signori” prevede esercizio di solidarietà esclusivamente nei confronti dei propri simili, e si colloca agli antipodi della “morale cristiana” e del “pensiero democratico”. Quanto alla “morale degli schiavi”, essa presenta canoni rovesciati rispetto alla “morale dei signori”, poiché ne costituisce la reazione risentita. Lo schiavo, difatti, è scettico, insicuro, pessimista, incapace di sopportare i dolori del mondo.

 

Egli si difende dicendo no alla vita, sostenendo che non c’è nulla per cui valga la pena di lottare. Dietro questo secondo tipo di morale, risiede l’utilitarismo, in quanto i valori costitutivi sono pietà, negazione, gentilezza.Tali valori servono a preservare i deboli dai forti. In quest’ottica, Nietzsche intende la morale come “vendetta dei malriusciti e dei negatori della vita”.

 

In essa,però, “la vendetta non si fa mai chiamare col suo vero nome: si fa chiamare punizione, dando così alla sua essenza ostile l’apparenza del diritto”.Occorre che l’uomo sia redento dalla vendetta. “Questo – dice Nietzsche-Zarathustra – è per me il ponte verso la speranza suprema è un arcobaleno dopo lunghe tempeste”.

 

Nietzsche priva della “patente di legittimità” la morale kantiana, in quanto essa si pone soltanto se riduce l’uomo a pura ragione. Abbiamo detto, come nel ridurre tutto ai parametri della ragione, Nietzsche scorga le trame dell’inganno e della menzogna, e per questo rifiuti l’applicazione alla vita degli strumenti logici tradizionali.

 

Egli ritiene del tutto fuorviante – se non in malafede – l’intenzione di ridurre la felicità alla conoscenza. Ispirandosi ai progressi della scienza, Nietzsche concepisce provocatoriamente una chimica delle idee, dei sentimenti morali e delle emozioni. Tale chimica non ha ovviamente nulla a che vedere con la chimica quantitativa degli scienziati. Essa vale piuttosto come metafora di scomposizione di valori e simboli culturali, dalla quale tuttavia non scaturisce nessun fondamento per valori e simboli, che abbiano alcunché di eterno. Per Nietzsche, il divenire e il ritorno delle cose sono gli unici concetti eterni possibili, gl’unici assiomi su cui erigere valori.

 

“Nietzsche non cerca regolarità formulabili in leggi.Il modello della chimica funziona solo come affinamento dell’attenzione analitica, che però si rivolta contro il modo di procedere della scienza che nell’analisi cerca le costanti trascurando le differenze. La chimica nietzscheana è un’acutizzata sensibilità alla policromia del mondo spirituale.”

 

In altri termini egli nega ogni elemento che appiani la diversità. La ragione -secondo Nietzsche – non può essere parametro affidabile d’universalità. Il “nuovo” non può sorgere senza la fine di tutte le certezze della ragione, della metafisica – che lo stesso Kant ha provveduto a “trasferire dal cielo alla terra attraverso la ragione”-e della morale. Contrariamente a Kant, che non ritiene ammissibile la felicità individuale nei fatti morali, né come fondamento della morale stessa, Nietzsche esprime la necessità di una scienza che appaghi il bisogno umano di felicità (una gaia scienza):la sfera della conoscenza deve camminare unita a quella della gioia.

 

Il tramonto delle false certezze (che la ragione ha potentemente contribuito a generare) – la cosa in sé, il libero arbitrio, l’uguaglianza – che trova espressione massima nel concetto di “morte di Dio”, esige dunque un deciso “andar oltre” quell’“essere tutto ragione” auspicato da Kant: esige il superuomo.

 

Nel panorama nichilistico tratteggiato da Nietzsche, Zarathustra esorta:

 

”Morti sono tutti gli dei, ora vogliamo che viva il superuomo – questa sia, nel grande meriggio, la nostra ultima volontà”.Dal canto suo, infatti, Nietzsche ritiene che l’uomo sia “un ponte, non un fine e si chiama beato per il suo mezzogiorno e per la sua sera, come via verso nuove aurore”.

 

Ora, circondati dal “nulla” dei valori tradizionali, occorre farsi creatori di nuovi valori e modelli. Contrariamente alla morale kantiana, che cerca – e trova – (nella razionalità)il fondamento unitario del molteplice universalizzando il concetto di buono, Nietzsche pone in primo piano la diversità, nell’ottica che vuole “tutto ciò che è in comune di scarso valore”, in quanto la vita è segnata da un imprescindibile relativismo, tramite il quale ciascun uomo è in competizione per l’affermazione della propria volontà di potenza. Unità versus frammentazione, dunque.

Nietzsche osteggia l’unità “per riduzione” determinata dalla razionalità. È necessario che gli uomini non pendano più da labbra altrui, non consacrino più le loro vite ai precetti dogmatici di un “credo” o alle parole di un profeta,ma ritrovino se stessi attraverso la solitudine.A tal proposito, Zarathustra, parlando a quei pochi degni di udirlo, dice:

 

“Vado solo, adesso, miei discepoli! Anche voi andatevene e soli. Così io voglio. In verità vi consiglio: andatevene e difendetevi contro Zarathustra!(…)Forse egli v’ingannò!(…)Non vi eravate ancora cercati: e trovaste me. Così fanno tutti i fedeli; per questo la fede è così poca cosa”.

 

È più che mai chiaro quanto il sospirato avvento del superuomo si accompagni ad una caratterizzazione, che rovescia tutti gli auspici kantiani in termini di universalismo e morale. Per Nietzsche, “se hai una virtù, non l’ hai in comune con nessuno(…); una virtù terrena – prosegue Zarathustra- sia quella che amo: in essa è poco intelligenza e meno che mai la ragione di tutti”.

La morale kantiana è il sintomo della decadenza dell’umanità, la rinuncia al senso profondo – ed effettivo – della vita. Al “cielo stellato sopra di me, la legge morale dentro di me”, Nietzsche oppone la virtù terrena, individuale, ove non c’è spazio per la ragione universale.Il superuomo parla ai sensibili, ovvero a coloro che sanno andar oltre i pregiudizi e le “comode”verità:

 “La verità è donna, non è fatta per i superficiali” dice Nietzsche. Le parole di Zarathustra sono per pochi “profondi”, per coloro che nelle diverse vicissitudini della vita reale non vedono alcun peccato.

L’idea di superuomo si salda con i concetti di amor fati ed eterno ritorno. Per Nietzsche, nell’eterno ritorno, non c’è spazio alcuno per la teleologia: l’universo non ha fini né morali, né estetici. Il divenire ciclico è innocente, “al di là del bene e del male”: la teodicea si sublima nella cosmodicea. Il periodo in cui partorisce Zarathustra è colmo di grandi sofferenze psicofisiche per Nietzsche: le crisi si fanno per lui insopportabili e, nel dicembre dell’’82, egli scrive:

 

“Io non voglio la vita di nuovo. Come ho potuto sopportarla? Producendo. Cosa fa che io ne sopporti la vista? La visione del superuomo, che dice di sì alla vita”.

 

Assodato che, scrivendo del superuomo, Nietzsche non pensi affatto a se stesso, quello non è altro che lo spirito libero in grado di “dire sì” alla vita come essa è, infinite volte.A tal fine, l’Uomo come è stato inteso finora, dopo la morte di Dio, può finalmente tramontare. Solo un essere oltreumano, infatti, può sopportare la vita che eternamente ritorna. Strettamente legato al superuomo è il concetto di “ultimo uomo”(“l’uomo più spregevole, che rimpicciolisce tutto”), l’obiezione più grave contro l’ eterno ritorno. Anche l’uomo più basso infatti è destinato a tornare, a non essere mai definitivamente superato.

 

Il superuomo è tale in quanto accetta anche questo dolore: la certezza che tutto ciò che fu, è, e sarà è destinato a ripetersi eternamente.Egli, dicendo sì alla vita, accetta che ogni salto in avanti dell’uomo venga frustrato dall’eterno ritorno. Egli vuole l’eterno ritorno, scelto come possibilità più propria dell’uomo. L’unica che, in quanto tale, gli consente di non vivere il tempo in modo angoscioso.Non, tuttavia, come un “imperativo morale” di tipo kantiano: l’uomo che vuole l’eterno ritorno, infatti, è seguace di Dioniso, cui la vita dona attimi immensi, senza bisogno alcuno di riferimenti normativi trascendenti.

 

Alla luce di tutto ciò, Nietzsche invoca il ribaltamento dei “valori decadenti”, per recuperare – senza compromessi – una concezione della vita esclusivamente terrena, a discapito d’ogni “visione metafisica”, non ultima quella “riformata” da Kant.

 

 

 

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