IL VIANDANTE

VIANDANTEOMBRA

 

 

 

 

 

 

 

Nietzsche è molto attento all’architettura delle sue opere. Dobbiamo guardare ad essa e al significativo gioco dei richiami interni su cui è costruita e strutturata per chiarire temi e figure del dialogo.

Il dialogo tra il viandante e la sua ombra è diviso in due parti: un’Introduzione e un Epilogo3. Nietzsche colloca gli aforismi della raccolta omonima fra prima e seconda parte del colloquio che, come vedremo, è legato dal punto di vista tematico rispettivamente agli ultimi tre aforismi delle tre raccolte: Umano troppo umano, Opinioni e sentenze diverse e Il viandante e la sua ombra.

Soffermiamoci sul primo, l’aforisma 638 di Umano troppo umano dal titolo Il viandante. Esso rappresenta un’importante anticipazione del dialogo perché traccia il profilo del personaggio del viandante:

Il viandante.Chi anche solo in una certa misura è giunto alla libertà della ragione, non può non sentirsi sulla terra niente altro che un viandante per quanto non un viaggiatore diretto a una meta finale: perché questa non esiste. Ben vorrà invece guardare e tener gli occhi ben aperti, per rendersi conto di come veramente procedano le cose nel mondo; perciò non potrà legare il suo cuore troppo saldamente ad alcuna cosa particolare: deve esserci in lui stesso qualcosa di errante, che trovi la sua gioia nel mutamento e nella transitorietà4.

La figura del viandante ha una storia lunga e consolidata, si inserisce nella tradizione della metafora del viaggio come metafora della conoscenza e della formazione: è in questo senso un topos, sia della tradizione classica, sia, soprattutto, della tradizione romantica. Viandante è il e Faust stesso. Prima ancora, , che rappresenta il prototipo di tutti gli altri, il Giasone delle Argonautiche di , , e .

Tra i viandanti della tradizione e quello di Nietzsche ci sono tuttavia differenze e analogie significative per il nostro discorso.

A proposito delle differenze, c’è da rilevare in primo luogo che il viandante di Nietzsche è una figura priva di identità definita. I viandanti proposti dai classici hanno tutti un nome proprio, sono individuati, riconoscibili e tutti orientati a una meta e determinati a perseguirla. La meta li caratterizza al punto che tendiamo a identificarli con essa: il ritorno a casa, la patria lontana, un ideale, la fondazione di una città, la conquista di uno speciale potere. Il viandante di Nietzsche invece non ne ha una. Egli ha rinunciato allo scopo perché ha scoperto che non esiste scopo. Possiamo dire che se c’è un elemento che lo definisce è proprio il fatto di non avere scopo.

A proposito delle analogie, notiamo che molti viandanti della tradizione, Ulisse, Enea, Dante, Faust compiono un viaggio nel viaggio per entrare in contatto con gli abitatori del mondo dei morti, le ombre, poiché le ombre hanno il dono della profezia. Come esempio letterario specifico è sufficiente ricordare il colloquio di Ulisse con il profeta Tiresia5.

I viandanti chiedono indicazioni sulla strada da percorrere, sulle future azioni da compiere, sulle situazioni che dovranno affrontare. Come le ombre dei morti alle domande di Ulisse, Enea e Dante anche l’ombra del dialogo di Nietzsche deve rispondere alle domande del viandante.

Tuttavia, a mio avviso, l’ombra come fantasma non è per Nietzsche metafora dell’anima immortale ma del passato che grava sul presente e che contiene il futuro poiché contiene tutte le concatenazioni causali che produrranno il futuro.

Il dialogo con le ombre, fondamentale per i viandanti della tradizione, lo è anche per il viandante di Nietzsche. Troviamo il punto di contatto tra il dialogo nietzscheano e la tradizione dei colloqui con le ombre dei morti nell’aforisma 408 di Opinioni e sentenze diverse, Viaggio nell’Ade, che precede immediatamente il primo dialogo tra il viandante e la sua ombra. Qui Nietzsche identifica se stesso con Ulisse, afferma di essere stato nell’Ade ed esprime l’intenzione di tornarci. Dopo avere fatto riferimento alle pratiche evocative tradizionali, sacrifici e versamento del sangue di cui le ombre si nutrono per potere tornare in vita6 Nietzsche scrive:

Quattro furono le coppie che a me, il sacrificante, non si negarono: Epicuro e Montaigne, Goethe e Spinoza, Platone e Rousseau, Pascal e Schopenhauer. Con queste devo discutere dopo aver peregrinato a lungo solo, da essi voglio farmi dare ragione o torto, essi voglio ascoltare, quando essi stessi si danno fra loro ragione e torto (VM 408)7.

Qui è importante l’accostamento tra tema dell’erranza solitaria e tema del dialogo con le ombre. Nietzsche si ferma a discutere con le ombre “dopo aver peregrinato a lungo solo”: i momenti fondamentali del successivo colloquio sono già presenti.

L’aforisma in questione, dunque, svolge una funzione evocativa e segna il momento in cui si prepara la magica apparizione dell’ombra nell’imminente dialogo. Come in ogni evocazione che si rispetti, dapprima Nietzsche sacrifica e poi chiama per nome gli spiriti che dovranno indicargli nuovi sentieri da percorrere. Qui la figura del viandante coincide con quella di Nietzsche.

L’evocazione delle ombre dei morti ci riporta alla tradizione greca, anche se nel dialogo non solo essa è in gioco. Su temi e figure del dialogo si sente l’influenza dei Dialoghi dei morti di Fontenelle8, e si potrebbe ipotizzare che anche la lettura di Rivarol, in particolare dell’introduzione alla traduzione della , abbia esercitato il suo influsso9.

Da questo aforisma, emerge anche un primo importante significato simbolico della figura dell’ombra: l’elenco delle ‘grandi ombre’ rappresenta infatti il tesoro accumulato di conoscenze, l’insieme di pensieri e di linguaggi che sovrastano il pensiero e il linguaggio individuali. In questo senso l’ombra è l’intero universo linguistico nonché il passato e la storia nel suo complesso: linguaggio e tempo.

 

(Visited 527 times, 1 visits today)