LA VISIONE DELL’ETERNITÀ DEL NULLA

DIVENENDO
Dunque l’esistenza delle cose è senza perché, ma una volta in atto l’esistenza vuole se stessa.
Essa implica necessariamente l’amore dell’esistenza, cioè l’amor proprio o volontà di esistere, e questo amore implica a sua volta l’amore, il desiderio, del piacere (cfr. Teoria del piacere) e questo ancora a sua volta sottende l’amore dell’infinito (o meglio, indefinito).
Prima di continuare con l’interpretazione di Severino è forse opportuno a questo punto analizzare le tre implicazioni appena citate direttamente dall’opera del Leopardi, anche per poter poi meglio comprendere la lettura severiniana.


Nelle pagine 3784-85 e 3813-14 dello Zibaldone viene analizzato il rapporto tra la l’essere (vita) e il voler essere, e precisamente: che la natura sia causa di distruzione, imperfezione ed infelicità a se stessa è contraddizione evidentissima e formalissima. Nelle società soprattutto piccole, ad esempio, si sente maggiormente l’odio verso l’altro, verso il simile, verso qualcuno della stessa società e non di società diverse, e questo odio porta inevitabilmente a nuocer a se stessi ma tale sentimento la natura non l’ha posto da se medesima ma altro non è che una derivazione del sentimento dell’amor proprio, che se noi sentiamo in pericolo difendiamo con l’odio verso l’altro, e perciò l’odio per l’altro che distrugge noi stessi è solo conseguenza della volontà di vivere che la natura ha per definizione.

 

“Il quale amor proprio è un bene sommo e necessario, e in ogni modo nasce per se medesimo dallesistenza sentita, e sarebbe contraddizione un essere che sentisse di essere e non si amasse”.

Dunque la natura è vita, è esistenza, ed essa ama se stessa. Ed è quindi naturale che ciascun essere, amando la vita, ami se stesso; ed è altrettanto naturale, e quindi necessario, che ogni esistente che senta di esistere insegua il piacere che non è altro che vita e la parte maggiore e più viva di essa, pertanto non è possibile che un essere non ami la vita e se stesso e il piacere quanto più si possa. Essere e non volersi, essere morte, son termini contraddittori.

“La natura è vita. Ella è esistenza. Ella stessa ama la vita, e procura in tutti i modi la vita, e tende in ogni sua operazione alla vita. […] S’ella tendesse in alcun modo alla morte, se in alcun modo la procurasse, ella tenderebbe e procurerebbe contro se stessa. S’ella non procurasse la vita con ogni sua forza possibile, s’ella non amasse la vita quanto più si può amare, e se la vita non fosse tanto più cara alla natura, quanto maggiore e più intensa e in maggior grado, la natura non amerebbe se stessa, non procurerebbe se stessa o il proprio bene, o non si amerebbe quanto più può (cosa impossibile), né amerebbe il suo maggior possibile bene, e non procurerebbe il suo maggior bene possibile […].

Quello che noi chiamiamo natura non è che principalmente altro che l’esistenza, l’essere, la vita, sensitiva o non sensitiva, delle cose. Quindi non vi può esser cosa nè fine più naturale, nè più naturalmente amabile e desiderabile e ricercabile, che l’esistenza e la vita, la quale è quasi tutt’uno colla stessa natura, nè amore più naturale, nè naturalmente maggiore che quel della vita. […] e quindi è necessario alle cose esistenti amare e cercare la maggior vita possibile a ciascuna di loro. E il piacere non è altro che vita ec.

E la vita è piacere necessariamente, e maggior piacere, quanto essa vita è maggiore e più viva. La vita generalmente è tutt’uno colla natura, la vita divisa ne’ particolari è tutt’uno co’ rispettivi subbietti esistenti. Quindi ciascuno essere, amando la vita, ama se stesso: pertanto non può non amarla, e non amarla quanto si possa il più”

Ma cos’è questo piacere? In che modo è possibile all’uomo raggiungerlo? E’ Leopardi a darci, in maniera argomentata, una lunga esposizione di quella teoria che lui stesso chiama Teoria del piacere.
L’anima, dice Leopardi, mira unicamente ed essenzialmente al piacere, ossia alla felicità (che è un tutt’uno col piacere). Esso desiderio non ha limiti, né per durata né per estensione: per durata perché termina soltanto con la vita, e per estensione perché non desideriamo un tal piacere ma il piacere poiché l’anima l’abbraccia in tutta l’estensione immaginabile pur non avendo né potendo avere un’idea chiara di qualcosa che desidera illimitata.

“L’anima umana (e così tutti gli esseri viventi) desidera sempre essenzialmente, e mira unicamente, benchè sotto mille aspetti, al piacere, ossia alla felicità, che considerandola bene, è tutt’uno col piacere. Questo desiderio e questa tendenza non ha limiti, perch’è ingenita o congenita coll’esistenza, e perciò non può aver fine in questo o quel piacere che non può essere infinito, ma solamente termina colla vita. E non ha limiti 1. nè per durata, 2. nè per estensione. Quindi non ci può essere nessun piacere che uguagli 1. nè la sua durata, perchè nessun piacere è eterno, 2. nè la sua estensione, perché nessun piacere è immenso, ma la natura delle cose porta che tutto esista limitatamente e tutto abbia confini, e sia circoscritto. Il detto desiderio del piacere non ha limiti per durata, perchè, come ho detto non finisce se non coll’esistenza, e quindi l’uomo non esisterebbe se non provasse questo desiderio.

Non ha limiti per estensione perch’è sostanziale in noi, non come desiderio di uno o più piaceri, ma come desiderio del piacere. Ora una tal natura porta con se materialmente l’infinità, perchè ogni piacere è circoscritto, ma non il piacere la cui estensione è indeterminata, e l’anima amando sostanzialmente il piacere, abbraccia tutta l’estensione immaginabile di questo sentimento, senza poterla neppur concepire, perchè non si può formare idea chiara di una cosa ch’ella desidera illimitata”.

Veniamo alle conseguenze: se anche noi potessimo soddisfare un nostro desiderio, immediatamente dopo aver soddisfatto un tal piacere saremmo comunque scontenti, perché a quel punto l’anima vedrebbe i contorni e i limiti di quel determinato piacere soddisfatto e si sentirebbe inappagata per non aver potuto soddisfare il piacere (se ad esempio, dice Leopardi, desideri un cavallo, ti pare di desiderarlo come tale, ma effettivamente lo desideri come piacere illimitato ed astratto). E se anche fosse possibile che un desiderio venisse appagato per estensione, non lo sarebbe per durata poiché la natura delle cose è che niente sia eterno. E se pure un tal piacere fosse soddisfatto per tutta la vita, esso terminerebbe con la vita stessa e non sarebbe dunque, neanche in questo caso, infinito. Ed ancora, conseguentemente, se anche vedessimo positivamente le due suddette condizioni, e che quindi un tal piacere venisse appagato e lo fosse per tutta la vita, noi non lo percepiremmo a vita come piacere e quindi dopo poco non ne avremmo più soddisfazione e piacere ma assuefazione, perché tale è la natura dell’uomo. Prenderebbe ad essere assuefazione e noia.

“Veniamo alle conseguenze. Se tu desideri un cavallo, ti pare di desiderarlo come cavallo, e come un tal piacere, ma in fatti lo desideri come piacere astratto e illimitato. Quando giungi a possedere il cavallo, trovi un piacere necessariamente circoscritto, e senti un vuoto nell’anima, perchè quel desiderio che tu avevi effettivamente, non resta pago. Se anche fosse possibile che restasse pago per estensione, non potrebbe per durata, perchè la natura delle cose porta ancora che niente sia eterno.
E posto che quella material cagione che ti ha dato un tal piacere una volta, ti resti sempre (p.e. tu hai desiderato la ricchezza, l’hai ottenuta, e per sempre), resterebbe materialmente, ma non più come cagione neppure di un tal piacere, perchè questa è un’altra proprietà delle cose, che tutto si logori, e tutte le impressioni appoco a poco svaniscano, e che l’assuefazione, come toglie il dolore, così spenga il piacere. Aggiungete che quando anche un piacere provato una volta ti durasse tutta la vita, non perciò l’animo sarebbe pago, perchè il suo desiderio è anche infinito per estensione, così che quel tal piacere quando uguagliasse la durata di questo desiderio, non potendo uguagliarne l’estensione, il desiderio resterebbe sempre, o di piaceri sempre nuovi, come accade in fatti, o di un piacere che riempiesse tutta l’anima.

Quindi potrete facilmente concepire come il piacere sia cosa vanissima sempre, del che ci facciamo tanta maraviglia, come se ciò venisse da una sua natura particolare, quando il dolore la noia ec. non hanno questa qualità. Il fatto è che quando l’anima desidera una cosa piacevole, desidera la soddisfazione di un suo desiderio infinito, desidera veramente il piacere, e non un tal piacere; ora nel fatto trovando un piacere particolare, e non astratto, e che comprenda tutta l’estensione del piacere, ne segue che il suo desiderio non essendo soddisfatto di gran lunga, il piacere appena è piacere, perchè non si tratta di una piccola ma di una somma inferiorità al desiderio e oltracciò alla speranza. E perciò tutti i piaceri debbono esser misti di dispiacere, come proviamo, perchè l’anima nell’ottenerli cerca avidamente quello che non può trovare, cioè una infinità di piacere, ossia la soddisfazione di un desiderio illimitato”.

Esaminiamo ora il ruolo della natura in questa inclinazione dell’uomo all’infinito. Oltre al desiderio del piacere la natura ha posto nell’essere umano una facoltà immaginativa indipendente dal piacere, la quale può concepire le cose che non sono e in un modo in cui le cose reali non sono, ovvero può immaginarsi dei piaceri ed immaginarli infiniti in numero, durata ed estensione.

“Considerando la tendenza innata dell’uomo al piacere, è naturale che la facoltà immaginativa faccia una delle sue principali occupazioni della immaginazione del piacere. E stante la detta proprietà di questa forza immaginativa, ella può figurarsi dei piaceri che non esistano, e figurarseli infiniti 1. In numero, 2. in durata, 3. e in estensione. Il piacere infinito che non si può trovare nella realtà, si trova così nella immaginazione, dalla quale derivano la speranza, le illusioni ec. Perciò non è maraviglia 1. che la speranza sia sempre maggior del bene, 2. che la felicità umana non possa consistere se non se nella immaginazione e nelle illusioni. Quindi bisogna considerare la gran misericordia e il gran magistero della natura che […] ha voluto supplire 1. colle illusioni, […] 2. coll’immensa varietà […] delle cose”.

Da qui Leopardi trae due conseguenze: in primo luogo che ancora una volta gli antichi sono superiori ai moderni poiché abbondano di immaginazione che è l’unica causa della felicità umana, ed in secondo luogo che la natura ha posto l’immaginazione nell’uomo affinché esso possa avere l’illusione di essere felice, senza la quale la sua vita sarebbe soltanto sentimento di noia e di dolore, o non sarebbe affatto poiché il genere umano sarebbe già estinto (si noti come in questa fase Leopardi gode ancora di una visione positiva e benevola della natura che sarà poi ribaltata e messa in evidenza con la svolta del ‘24, anno della stesura del Dialogo della Natura e di un Islandese).

“Dopo che la natura ha posto nell’uomo una inclinazione illimitata al piacere, è rimasta libera di fare che questa o quella cosa fosse considerata come piacere. Perciò le cagioni per cui una cosa è piacevole, sono indipendenti dalla sovresposta teoria, dipendendo dall’arbitrio della natura il determinare in qual cosa dovessero consistere i piaceri, e conseguentemente quali particolari dovessero esser l’oggetto della sopraddetta inclinazione dell’uomo”.

Ma con l’irrompere della ragione, l’uomo diventa infelice, perché coglie, insieme all’annullamento delle cose, l’illusione stessa dei piaceri, anch’essi destinati al nulla. Coglie l’infinità del processo di distruzione di tutte le cose che non possono tornare, e ne prova orrore:

«La cagione di questi sentimenti è quell’infinito che contiene in se stesso l’idea di una cosa terminata, cioè al di là di cui non v’è più nulla; di una cosa terminata per sempre e che non tornerà mai più».
La visione dell’eternità del nulla è, quindi, la radice dell’angoscia e del terrore dell’uomo:

«Io era spaventato nel trovarmi in mezzo al nulla, un nulla io medesimo. Io mi sentiva come soffocare, considerando e sentendo che tutto è nulla, solido nulla».

 

 

 

 

 

 

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