LA“VOLONTÀ DI POTENZA” IN RELAZIONE AL “DOVERE”

SARTREVSNIETZSCHE

Celebre episodio delle “tre metamorfosi”, per abbattere il drago, figura mostruosa, incarnazione simbolica del dovere kantiano, il leone oppone l’io voglio al tu devi. È in queste due ultime proposizioni, che si gioca l’essenza del dibattito Nietzsche-Kant. Nietzsche intravede nell’imperativo categoricoun “principio di limitazione” della vita che vuole – eternamente e senza limiti – affermarsi.

L’eterno ritorno spiega la “ripetitività cosmica”, il continuo divenire, su cui però incombe il pensiero più grave: ogni progresso, ogni salto in avanti verrà “frustrato” dal tempo.Questo eterno movimento è figlio di una forza – già delineata da Schopenhauer – cui anche Nietzsche assegna il nome di volontà. La differenza tra la concezione schopenhaueriana e quella nietzscheana di volontà verte essenzialmente su di un fatto: per il primo, la vita si configura come oggetto della volontà, mentre, per il secondo, come soggetto. Per Nietzsche, infatti, è la vita stessa che vuole dominare, affermarsi e superarsi attraverso la volontà di potenza, come rivela a Zarathustra:

“Io sono quella cosa che deve sempre superare se stessa”.

L’origine del concetto di volontà di potenza risente degli echi della classicità greca. Uno di questi, è il tema della competizione come principio di organizzazione della vita. A tal proposito, il filosofo di Rocken contesta il quadro ufficiale dell’umanesimo greco fornito dalla tradizione accademica: la sua vera natura, infatti, non consterebbe dell’ottimismo razionalistico di Socrate o dell’omologhia platonica,bensì della crudeltà, del dominio, del gusto – quasi sadico – per la distruzione, della gioia per la vittoria. I greci insegnano che non esiste vita senza istinto di affermazione e potenza.

 

In un’ampia critica che attraversa tutti i livelli del sapere tradizionale, Nietzsche schernisce i cosiddetti saggi, che si fanno alfieri della “volontà di verità”, dietro cui celano una subdola “volontà di dominio”. Tuttavia, l’aspra critica alla “volontà di verità” – riferita alla religione dogmatica e allarazionalità scientifica – non deve lasciare interdetti: “volontà di verità” e “volontà di dominio”, sono entrambe manifestazioni della volontà di potenzadella vita. Rivela ancora la vita a Zarathustra:

 

“Tu che vuoi conoscere sei soltanto un sentiero e un’ombra della mia volontà: la mia volontà di potenza cammina coi piedi della tua volontà di verità!(…) Soltanto dove è vita, là è pure volontà, non di vita, ma volontà di potenza”.

La volontà di potenza, dunque, non è altro che il linguaggio irrazionaledella vita. Tenuto conto di questo, Nietzsche si sbilancia, prendendo a prestito le vecchie categorie che tanto aborrisce. Egli sostiene, infatti, che ilsommo bene sia la volontà di potenza e che “non c’è altro criterio della verità che l’aumento del sentimento di potenza.Tutto è volontà di potenza, compresi il socratismo e la decadenza, sebbene neghino la vita. Secondo Nietzsche, non esiste altra causalità che quella dettata dalla volontà: “La volontà più forte guida quella più debole. Non esiste altra causalità se non quella tra volontà e volontà.”

In un frammento illuminante, è possibile notare che Nietzsche, nell’affrontare la relazione tra eterno ritorno e volontà di potenza, ne enuncia la identità, inaugurando l’unione d’entrambi i “filosofemi”: “Questo mio mondo dionisiaco di eterna autocreazione, di eterna autodistruzione (…) – volete voi un nome per questo mondo? Una soluzione per tutti i suoi enigmi?- (…) Questo mondo è la volontà di potenza – e niente oltre a ciò! E voi medesimi siete questa volontà di potenza – e niente oltre a ciò!

È assai evidente come, attraverso l’aggiornamento della lezione schopenhaueriana sulla volontà e l’inserimento della teoria dell’eterno ritorno dell’identico, Nietzsche compia il tentativo ambizioso di una nuova interpretazione di tutto l’accadere, partendo da un’altra prospettiva:l’irrazionale. Egli, infatti, in tutto ciò che accade non vede altro chel’irrazionalità attraverso cui la vita tenta di affermare se stessa. Il potere è il contenuto effettuale della volontà, in quanto il Volere (Willen) può realizzarsi soltanto nel potere. Esiste una discrasia insanabile tra potere e “idea di libertà”.Non è infatti possibile potere, attraverso i contenuti della libertà, che comportano l’isolamento e l’impotenza nei confronti del mondo (ascesi, distacco).

Ora, la volontà di potenza – a differenza del “Dovere (Sollen) ascetico”- riconduce tutto alla temporalità come condizione necessaria e imprescindibile. La volontà di potenza infatti, è sempre e soltanto in quanto hic et nunc. Essa è tempo, vita, che si ripete eternamente. Nel tempo, non c’è spazio per la “sintesi”, ma solo per il “conflitto”, la “crisi”. In tal senso, sostituire la “realtà conflittuale” con la “sintesi” equivale a negare il tempo. I conflitti sono funzionali al Macht, (Potenza) la cui ragion d’essere non è l’unità o la concordia cui Kant aspira in ambito morale, bensì l’inimicizia, il punto di vista. È ben visibile, attraverso questi assunti, la guerra di Nietzsche alle “idee sintetiche”, che per definizione negano il concetto di Macht. Così, secondo Nietzsche, non può esserci alcun “ponte” tra volontà e morale, come in una delle sue frequenti punzecchiature a Kant, spiega:

“Anche prescindendo dal valore di affermazioni come <<esiste in noi un imperativo categorico>> si può sempre domandare: che cosa asserisce siffatta affermazione riguardo a colui che la fa?(…) molti altri, tra cui proprio lo stesso Kant danno a intendere, con la loro morale: <<Quel che v’è in me di rispettabile è il fatto che io so obbedire e per voi non deve essere diverso da come è per me!>>. Insomma le morali non sono altro che un linguaggio mimico delle passioni.”

L’esigenza di superare l’Uomo – oltre alle motivazioni addotte precedentemente – è da Nietzsche spiegata in questi termini. L’Uomo è il prodotto estremo della metafisica, il rifugio ultimo di chi voglia consolarsi per la morte di Dio.Ma la morte di Dio stessa svela al Willen che la sua unica direzione è quella del Dasein (“esserci” hic et nunc) Nel tempo del Dasein esiste soltanto conflitto-contraddizione. In tale situazione, ilWillen non può che voler potere.Tuttavia, con la sua dottrina di “questo mondo”, la cui legge suprema è la necessità,Nietzsche si illudeva di aver detto “sì” alla casualità della propria esistenza e aver trovato una risposta alle domande: “sapete cos’è per me il mondo? E cosa io voglio, se voglio questo mondo?”.La volontà nietzscheana di “questo mondo” è condizionata dal disprezzo nei confronti del “platonismo cristiano” da un lato, e dalla nostalgia per il vecchio mondo classico dall’altro.In questo senso, l’Uomo è sì “un concetto che deve essere superato”, ma attraverso ciò che Nietzsche chiama “ricordar procedendo”. Alla folla radunata in massa al mercato per assistere allo spettacolo del funambolo – metafora di arduo passaggio sull’abisso del nulla – Zarathustra dice:

 

“L’uomo è qualcosa che deve essere superato. Che avete fatto per superarlo? Tutti gli esseri hanno creato qualcosa al di sopra di sé: e voi volete essere il riflusso in questa grande marea e retrocedere alla bestia piuttosto che superare l’uomo? Che cos’è la scimmia per l’uomo? Un ghigno o una dolorosa vergogna. E questo appunto deve essere l’uomo per il superuomo: un ghigno o una dolorosa vergogna”.

L’Uomo è espressione della “sintesi” e ciò nega l’essenza della volontà di potenza che è “conflitto”,crisi eterna. Taleè in Kant dopo il superamento dell’antinomicità, per mezzo della ragion pura, come pure in Schopenhauer con il concetto di simpatia. Perciò, finchè sopravviverà l’Uomo, non ci si potrà mai affrancare dalla tradizione metafisica, dalla direzione meramente ideale del Sollen. Finchè si porrà l’Uomo, non sarà mai possibile alcuna affermazione del Macht,che – come detto – presuppone conflitto e divenire eterni. Nella fattispecie, intendere l’ubermensch come oltreuomo non è abbastanza esaustivo. In quest’ottica, infatti, il superuomo è esattamente il contrario dell’Uomo.

Il superuomo non è colui che scopre l’ascesi del Sollen, ma è “ colui che torna dall’ascesi per potere nel mondo e sa di essere elemento del divenire, necessitato in esso, non libero”.L’uomo, perciò può realizzare la propria volontà solo se si libera dell’“idea di Uomo”, abbandonando definitivamente la metafisica su cui poggia il Sollen, perpotere finalmente sul divenire dei fenomeni del mondo e sugli altri.

(Visited 27 times, 1 visits today)