L’ETERNO RITORNO DELL’IDENTICO E LA RIPETIZIONE DEL SÉ IV

UROBURO F

 

 

 

 

 

 

 

L’ipotesi che Nietzsche riformulò dell’eterno ritorno dell’identico, già presente nelle dottrine orientali e greche, è dunque « tutt’altro che una soddisfazione del bisogno di immortalità », essa è solo spaventosa, ma non anche edificante.

Ciò che nell’esistenza dell’uomo che vuole se stesso può effettivamente ritornare non è un identico per natura, bensì il sosia del proprio sé, il cui aspetto sinistro indica che la dimora originaria dell’uomo è l’unicità della sua esistenza morale, e che l’uomo vuole oltrepassare se stesso. Il sosia è sinistro, giacché nega l’una-volta e il mai-più dell’esistenza temporale dell’individuo. L’autentico ritorno non è perciò né un naturale né uno spettrale ritorno dell’identico, bensì la volontà, che continuamente si rinnova, della propria rinascita, senza la quale l’uomo nel suo intimo invecchierebbe precocemente, mentre, grazie ad essa, rimane eternamente giovane, come la natura è eternamente giovane proprio perché rimane eternamente uguale a se stessa, e in generale non può esser diversa da quello che è per natura sempre e necessariamente.

 

A differenza della speculazione etica di Weininger sull’unidirezionalità del tempo, Sòren Kierkegaard non ha escluso come semplicemente immorale la possibilità di una sorta di ritorno, bensì ha scoperto, con la sperimentazione psicologica e proprio sulla base dell’impossibilità di un ritorno dell’identico, la possibilità di una vera e propria ripresa del sé. Kierkegaard ha fondato la sua ricerca su questa sua peculiare categoria della ripresa: richiamare « di nuovo » in vita il Cristianesimo delle origini, dopo una decadenza di duemila anni, nella lotta contro la cristianità ufficiale, ripristinare, grazie a un esercizio e a un’appropriazione rammemoranti, il cristianesimo divenuto estraneo all’uomo moderno e progredito.

 

Kierkegaard sviluppa la sua categoria della ripresa nella descrizione dell’amore di un giovane, di cui egli è « tacito connivente », facendo ripercorrere a questo amore i tre stadi della immediatezza estetica, della riflessione etica e del paradosso religioso.

Solo alla fine della trattazione diviene chiaro quale fosse per Kierkegaard fin dall’inizio il significato ultimo della ripresa, quellocioè di una rinascita intesa in senso cristiano grazie alla quale l’uomo, perduto per il mondo, riottiene se stesso come Giobbe davanti a Dio.

 

Io sono di nuovo me stesso. Questo mio « sé » che nessuno avrebbe voluto raccogliere dalla polvere della strada, è di nuovo in mio possesso. La discordia che era in me è placata. Le paure della compassione che un tempo trovarono sostegno e alimento nel mio orgoglio, non tendono più a dividere e a rompere la mia personalità.

 

Non è una ripresa? Non ho avuto il doppio di quel che avevo? Non mi èstato restituito me stesso, cosicché io oggi ne sento doppiamente il valore? E che cosa è a paragone una ripresa di beni terreni, i quali sono indifferenti allo spirito? Soltanto dei figli Giobbe non ebbe raddoppiato il numero, perché la vita di un uomo non si lascia raddoppiare cosi. In questo caso soltanto una ripresa dello spirito è possibile, sia pure imperfetta, perché la ripresa non avviene mai compiutamente nel tempo, e soltanto nell’eternità possiamo attenderci la sola vera ripresa.

 

Riottenere se stessi, per potersi volere totalmente, è anche la tendenza della volontà etica di Weininger, che dice: « Se l’uomo non avesse perduto se stesso al momento della nascita, non dovrebbe cercarsi e ritrovarsi ». Nell’esistenza temporale l’uomo è tuttavia costretto continuamente a compiere, tra timore e speranza, il movimento dal non-essere temporale all’essere eterno. Per entrambi vale il principio: l’uomo sceglie Dio o il nulla, se il peccato originale è l’evento decisivo nell’esistenza dell’uomo.

 

La ripresa, che è un recuperare-se-stessi dall’essere-votati al mondo, si compie sostanzialmente nel rammemorare, che è al contempo un divenire-intimo. Kierkegaard assegna a questo ricordo una funzione analoga a quella che Weininger attribuisce alla memoria. Quale ricordare-se-stessi-di-nuovo, la ripresa è l’opposto dell’oblio di sé dell’uomo che, fiero, si integra nel mondo naturale, come se fosse egli stesso nel mondo del mondo.

Kierkegaard non solo si considera un « microcosmo » nel rapporto con il grande mondo, ma la sua fantasia trova una particolare soddisfazione « a comportarsi nella sua esistenza microcosmica nel modo più macrocosmico possibile » e « ad avere in tal modo il mondo intero in un guscio di noce che sia più grande del mondo intero, ma noncosì grande che l’individuo non possa riempirlo ». In verità però il suo giovane amico non esiste né come microcosmo, né come macrocosmo, bensì in una « indicibile paura del mondo », giacché lo disgusta la sua esistenza scialba e priva di senso.

 

Ficco il dito in terra per capire dall’odore in che paese mi trovo; ficco il dito nella vita, ma non odora di niente. Dove sono? Che cosa vuol dire il mondo?

Che cosa vuol dire questa parola? Chi mi ha attirato nel tutto e poi mi ha lasciato? Chi sono io? Come sono entrato nel mondo? Perché non mi hanno domandato niente? Perché non mi hanno spiegato prima usi e costumi invece di mettermi senz’altro in fila con gli altri, come se io fossi stato comprato da un mercante di anime? In che modo sono diventato parte interessata nella grande impresa che si chiama realtà? Perché devo essere parte interessata?

Non è una cosa libera? E se sono obbligato a starci, ditemi almeno dov’è il direttore, ho alcune osservazioni da fargli. Non c’è direttore?

Questo direttore, che infine lo riconcilia con l’esser-ci in quanto tale, è Dio, rispetto al quale anche il movimento religioso della ripresa sperimenta un orientamento unidirezionale del tipo di un ritorno al fondamento ontologico originario dell’esistenza creaturale. Ciò che è peculiare di questa ripresa che va all’indietro non è né un ruotare che torna a ritroso su se stesso, né un puro rammemorare, ma il fatto di essere l’autentico movimento in avanti.

L’aspetto paradossale della ripresa religiosa consiste, a differenza dell’antico rammemorare, nel fatto che essa non rammemora il già esistito, bensì nella vera e propria ripresa si « ricorda in avanti ». Per questa ragione Kierkegaard introduce la sua categoria, contrapponendola da un lato alla anamnesi greca e dall’altro alla mediazione di Hegel, la cui ontologia dialettica fa sì che il moviménto esistenziale cristiano dal non-essere all’essere avvenga, secondo concetti greci, solo come « transizione » di pensiero, ma non si compia da un punto di vista esistenziale nel salto dalla disperazione alla fede.

 

Il fatto che l’analisi di Kierkegaard, per fissare il luogo storico della ripresa, prenda le mosse nientemeno che da una breve rievocazione degli inizi e della conclusione dell’intera filosofia occidentale, mostra quale significato fondamentale assume questa categoria all’interno della sua problematica.

 

Ognun sa che Diogene, negando gli Eleati il movimento, volle esibirsi come oppositore; dico esibirsi perché non disse parola, ma fece soltanto alcuni passi avanti e indietro, con che gli parve di averli a sufficienza confutati.

Poiché m’ero occupato per lungo tempo, sia pure occasionalmente, del problema della ripresa: se esiste e quale ne sia il significato, se un’a cosa acquisti o perda nell’esser ripresa, mi venne d’un tratto un’idea: potresti partire per Berlino, mi dissi, dove sei già stato una volta, per accertarti se la ripresa è possibile e renderti conto del suo significato. Qui m’ero ormai arenato su questo problema; il quale, comunque si voglia considerare, è certo che avrà parte essenziale nella filosofia moderna, perché ripresa esprime decisamente quello che fu per i Greci reminiscenza.

Come i Greci insegnavano che conoscenza è reminiscenza, così la filosofia moderna insegnerà che tutta la vita è una ripresa. Leibniz è il solo filosofo moderno che ne abbia avuto il presentimento. Ripresa e reminiscenza rappresentano lo stesso movimento, ma in direzione opposta, perché ciò che si ricorda, è stato, ossia si riprende retrocedendo, mentre la vera ripresa è un ricordare procedendo. Perciò la ripresa, ammesso che sia possibile, rende l’uomo felice, mentre la reminiscenza lo rende infelice, a condizione però che l’uomo si dia tempo di vivere e non cominci appena nato a trovare un pretesto per riandarsene, magari con la scusa di aver dimenticato qualcosa.

 

La ripresa, all’opposto del dimenticare, è al servizio del ri- cordarsi dell’importanza dell’esistenza per entrarvi e scegliersi in essa. La ripresa è una veste che non si logora, che aderisce al corpo saldamente e morbidamente. Ci vuole coraggio per scegliere e volere questo movimento adatto all’esistenza interiore, e solo quando si è circumnavigata l’esistenza, sarà chiaro se si abbia sufficiente coraggio per comprendere che in fondo tutta l’esistenza è una ripresa, un riprendere e recuperare il sé perduto. Essa è la realtà etica e il lato serio dell’esistenza, che secondo la dottrina di Nietzsche ha inizio, al contrario, con il gioco innocente del « creareeternamente- se-stessi, del distrug- gere-eternamente-se-stessi .

E Kierkegaard, diversamente da Nietzsche, la cui dottrina esprime l’avvicinamento estremo tra il mondo del divenire e quello dell’essere, giacché in virtù dell’eterno ritorno dell’identico l’essere eleatico viene trasferito all’interno del divenire eracliteo, afferma:

 

Chi ha una certa conoscenza della filosofia moderna e non è del tutto digiuno di filosofia greca, vede facilmente che proprio questa categoria spiega il rapporto tra gli Eleati ed Eraclito, che la ripresa è ciò che per errore fu chiamato mediazione. […] Lo sviluppo greco della dottrina dell’essere e del nulla, dell’attimo e del non essere e così via, mette fuori gioco Hegel. « Mediation » è una parola straniera, Gjentagelsen (ripresa) è una buona parola danese e io mi congratulo con la lingua danese per la bontà di questo termine filosofico.

Nessuno dei moderni ha spiegato come avvenga la mediazione, se risulti dal moto dei due momenti e in che senso la mediazione sia già contenuta in essi o se essa costituisca piuttosto un nuovo elemento e in che modo questo nuovo elemento intervenga. Sotto questo riguardo l’esame al quale i Greci sottoposero il concetto di xivi^aig, corrispondente alla moderna categoria di « passaggio », è degno di ogni considerazione. La dialettica della ripresa è facile, quello che si può riprendere è già stato, altrimenti non si potrebbe riprendere, ma proprio in questo essere già stato consiste la novità della ripresa. Quando i Greci dicevano che conoscenza è reminiscenza, intendevano: tutto questo che è, è stato. Quando si dice che la vita è una ripresa si intende: quel che è stato, sarà. Per chi non possiede la categoria della reminiscenza o quella della ripresa, tutta la vita si dissolve in uno strepito vano e vuoto. La reminiscenza rappresenta la concezione pagana della vita, la ripresa la concezione cristiana.

 

La ripresa è l’interesse della metafisica e allo stesso tempo l’interesse sul quale la metafisica si arena, la ripresa è la chiave di ogni concezione etica, la ripresa è la conditio sine qua non di ogni problema dogmatico.

La filosofia hegeliana partecipa solo apparentemente di questo movimento necessario per la serietà dell’esistenza, in realtà si dà solo molte « arie » di superare il movimento e, se ne compie uno, questo avviene nell’immanenza. Ma la ripresa è e resta indirizzata alla trascendenza, in virtù della quale l’uomo non solo circumnaviga la propria esistenza, bensì giunge anche a trascendere se stesso.

La ripetizione non è dunque né un ritorno necessario per natura, né una rinascita puramente etica, bensì un movimento . da scegliere religiosamente, che l’uomo non può compiere con la propria forza etica, giacché non ha in se stesso il « punto di Archimede », a partire dal quale il mondo è superabile. In modo analogo la ripresa si distingue da ogni ripetizione oggettiva e soggettiva, da ogni ritorno o anche ripetizione dell ‘identico, da cui non emerge nulla di nuovo, giacché una ripetizione riprende soltanto ciò che è già stato, ma nonlo rinnova ripetendolo. La ripresa esistenziale, a differenza dell’antica categoria dell’anamnesi, è una « nuova » categoria, che diviene necessaria dopo il compimento della filosofia classica nel sistema di mediazione di Hegel.

Questa ripresa si lascia alle spalle tanto la concezione di vita dell’antichità pagana, che Nietzsche riprende, quanto quella etico-idealistica della modernità cristiana, che Weininger riprende, e dal momento che per essa in generale si tratta del proprio peculiare essere e non-essere, fa arenare l’ontologia speculativa nell’« interesse » per la metafisica. Il suo modello non è né Eraclito né Kant, bensì Giobbe, al quale fu tolto tutto ciò cui l’uomo comunemente può aggrapparsi, e che proprio per questa ragione riottenne da Dio tutto in doppia misura.

 

 

Kierkegaard conquista questa possibilità di una ripresa, nella quale proprio nulla ritorna, grazie al tentativo di scoprire se qualcosa si possa ripetere in modo tale che ritorni un identico.

Kierkegaard era già stato una volta a Berlino e ripete ora questo viaggio per verificare quale significato possa avere la ripetizione. In questo viaggio si ricorda di ciò che è accaduto la prima volta e di come le cose gli siano apparse, ma è costretto a scoprire, proprio in conseguenza del suo ricordare, che nulla si ripete, ma che tutto è divenuto diverso da com’era. L’oste e l’appartamento, il teatro e tutta l’atmosfera che aveva trovato la prima volta nella città, tutto è mutato col tempo, tanto che nella nuova situazione neppure quel poco che oggettivamente è rimasto identico si accorda più con la diversa atmosfera dell’ambiente e perciò è anch’esso diverso da prima.

Per quanto ci possa essere nei particolari una ripetizione, è una ripetizione « falsa », giacché il tutto, che dà a ogni particolare la direzione, non è più quello. Proprio il ricordo all’indietro di ciò che è stato gli insegna l’impossibilità del ritorno dell’identico. Questo ricordo però non rende impossibile solo un ritorno dell’identico, bensì ostacola anche la possibilità di un’autentica ripresa del sé, di un ricordo in avanti grazie al quale ciò che è già stato possa rinnovarsi.

 Quando tutto questo si fu ripetuto alcuni giorni, fui preso da tale amarezza, ero così stizzito della ripresa che decisi di ripartire. La mia scoperta non era significativa, ma strana: avevo scoperto che la ripresa non è possibile e me ne ero a più riprese convinto.

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