L’ETERNO RITORNO DELL’UGUALE E LA VOLONTÀ DI POTENZA

UROBURO F

Se pensiamo la filosofia di Nietzsche all’interno del progetto-guida della metafisica occidentale, ne riconosciamo l’aspetto necessario e definitivo, che emerge soprattutto nella connessione della dottrina dell’eterno ritorno dell’uguale, con il pensiero fondamentale della volontà di potenza. La determinazione di tale connessione, che fa apparire questa filosofia come la posizione storica finale della metafisica, richiede la seguente articolazione:


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N. pensa l’essere come volontà di potenza, in unità con la determinazione dell’essere come eterno ritorno, tuttavia non teorizza esplicitamente l’unità essenziale di questi due concetti, nè li collega al progetto-guida della metafisica. Egli, al pari di tutti i filosofi prima di lui, non ha saputo ritrovare i tratti essenziali di tale progetto-guida, che consistono nella rappresentazione dell’ente in quanto tale nell’ambito della presenza e della stabilità.
Il pensiero dell’eterno ritorno, che anticipa nel contenuto quello della volontà di potenza, pensando la costante stabilizzazione del divenire, nella presenza del ripetersi dell’identico, genera l’illusione storiografica di aver riguadagnato l’inizio, quando, agli albori della metafisica, l’unità della physis fu ripartita in “essere” e “divenire”. Sennonchè, la dottrina di N. non è il superamento della metafisica, poichè, lungi dal pensare l’essenza dell’ente in modo greco, la pensa nel compimento, in sè inviluppato, senza vie di uscita. L’inizio è portato così al compimento della sua fine, e conferma l’abbandono dell’essere.

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I due pensieri pensano, nei termini dell’età moderna (la volontà di potenza) e in quelli della storia finale (l’eterno ritorno), la stessa cosa. Lo si può vedere sia in riferimento al progetto-guida della metafisica, rispetto al quale i due pensieri rappresentano entrambi la stabilizzazione del divenire, sia nell’orizzonte stesso della metafisica e in base alle sue distinzioni. Infatti, essi sono concepiti come determinazioni fondamentali dell’ente nel suo insieme, e, precisamente, la volontà di potenza come la forma del che cosa è (Was-sein), l’eterno ritorno come quella del che è (Dass-sein). (Questa seconda via è quella seguita nei due corsi universitari “La volontà di potenza come arte” e “L’eterno ritorno dell’uguale”).
La distinzione di queste due determinazioni, che regge la metafisica e la cui origine è rimasta occulta, ha il fondamento nella distinzione platonica dell’ ontos on e del me on. Il primo, è l’ente essente, che è in modo vero e proprio, nella cui presenza sono uniti il che cosa un ente è e il che esso è. Il secondo, è quello apparente, che mostra il che cosa è solo in modo offuscato, e che quindi non è veramente, pur non essendo un niente. La distinzione fra il che cosa e il che è (basata su quella dell’ontos on e del me on), si presenta successivamente in forme diverse (essentia, existentia), viene infine alla luce nel compimento della metafisica, ma in modo che la distinzione in quanto tale è dimenticata.
Ma il compimento, con la filosofia di N., realizza una trasformazione nell’ultima forma possibile, superando la distinzione del mondo “vero” e del mondo “apparente”, nella trasformazione del secondo, del “sensibile”, nella “vita” nel senso della volontà di potenza, che assimila il “soprasensibile” come assicurazione della sussistenza. In questa ultima trasformazione, viene eliminata la distinzione: il “che cosa” (volontà di potenza) è, in quanto essenza, la condizione della vitalità della vita, ed è l’unico e autentico “che è” (eterno ritorno) del vivente.

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Nell’unità essenziale dei due pensieri, la metafisica dice la sua ultima parola. All’inizio della sua storia, vi era l’antitesi di essere e divenire, ripartiti in due regni separati. Nell’essere, percepito come permanenza e durata, i Greci scorgono l’essere vero e proprio, e vedono il divenire come generazione e corruzione, quindi come non ente e come ente apparente. Successivamente, il divenire entra in concorrenza con l’essere, reclamando il posto di quest’ultimo; Hegel, compiendo il primo passo in suo favore, lo concepisce a partire dal soprasensibile, dall’idea assoluta; N., attuando il rovesciamento del platonismo, elimina l’antitesi di essere e divenire, e costituisce il compimento. Ora il divenire pretende di avere assunto la preminenza sull’essere, mentre in realtà porta a compimento soltanto l’etrema conferma dell’essere nel senso della stabilizzazione e della presenza. La filosofia di N., infatti, stabilizzando il divenire, realizza la supremazia dell’iniziale verità dell’essere, rimasta ignota e infondata. La conseguenza di questo ultimo stadio della metafisica, si manifesta nella corrispettiva determinazione dell’essenza della verità. Essendo svanita anche l’ultima risonanza della alétheia, la verità diventa “giustizia”, ossia suprema volontà di potenza. Tale trasformazione equivale ad un “accantonamento”; allora comincia il conferimento di senso come “trasvalutazione di tutti i valori”. La verità come “giustizia”, conseguenza dell’antropomorfismo incondizionato, diventa il dominio dell’uomo sulla terra.

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Comincia, con questo, l’epoca della compiuta mancanza di senso, che deriva dall’accantonamento della verità dell’essere, nel compimento della metafisica. Tale epoca instaura la supremazia dell’enticità in quanto fattività (Machsamkeit), che rimane sottomessa all’essere nella figura essenziale della macchinazione (Machenshaft). Con la macchinazione, che può mantenersi solo sotto il comando incondizionato di se stessa, giunge al potere la mancanza di senso.
Nondimeno, è il tempo dell’instaurazione macchinosa di “fini” e “visioni del mondo”, che sostituiscono ogni domandare sulla verità dell’essere, e che non si regolano su “misure” e “ideali” in sè fondati, ma che stanno al servizio della potenza, e scaturiscono da una autoinstaurazione dell’uomo nell’ente. L’essenza dell’ente, il “che cosa è”, determinato un tempo dalle “idee”, è riferito ora al calcolo che inventa i “valori”. La “trasvalutazione di tutti i valori” è, dunque, la forma estrema della metafisica. Questo è l’unico piano che rimane dopo il rovesciamento del platonismo e l’abolizione del mondo “vero” e del mondo “apparente”, e che appare come identità di eterno ritorno e di volontà di potenza.

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Tale epoca attua pienamente l’essenza dell’età moderna, caratterizzata dal fatto che l’uomo, come subiectum, si instaura quale centro di riferimento dell’ente nel suo insieme, di fronte al quale l’ente diventa oggetto, determinato come “rappresentatezza” e “fabbricatezza” (Vor- und Hergestelltheit). Alla base di tali determinazioni ci sono Cartesio, con l’identificazione della verità nella certezza, e Leibniz con l’interpretazione della sostanza con il carattere fondamentale della rappresentazione. La certezza e la rappresentazione predispongono alla preminenza del calcolo e della macchinazione. La tecnica fonda il potere dell’uomo in un mondo in cui solo l’ente, e non l’essere, è essenziale. La mancanza di radura (das Lichtung-lose) dell’essere è la mancanza di senso (Sinnlosigkeit) dell’ente nel suo insieme.

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Con la mancanza di senso che caratterizza l’età moderna, l’essenza della metafisica raggiunge il compimento nella macchinazione, che spinge l’ente a occupare l’unico rango e fa dimenticare l’essere. Ciò che propriamente accade è che l’essere lascia l’ente a esso stesso e in questo si rifiuta. In quanto tale rifiuto (Verweigerung) viene esperito, è però già accaduta una radura dell’essere, è la prima iniziale manifestazione dell’essere nella sua problematicità. Occorre rendersi insistenti in questa radura, che avviene per opera dell’essere, e non è escogitata da noi.
Il fondamento storico del compimento è già il trapasso nell’altro inizio, che ritorna al fondamento e assume con questo un’altra stabilità. Il trapasso (Uebergang) assume su di sè tutto il già-stato e prepara il venturo, seguendo la via che dispone il pensiero dell’uomo all’ascolto della voce dell’essere e lo fa diventare disponibile alla guardia (Waechterschaft) della verità dell’essere.

 

 

 

 

 

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