L’ETERNO RITORNO DI SISIFO

SISIFO

 

 

 

 

 

 

 

In tutte queste affermazioni camusiane si intravede in filigrana la morfologia del nichilismo stilata da Nietzsche: se il suicida può essere visto come il rappresentante di un nichilismo passivo incapace di sopportare questa condizione di spaesamento assoluto, il suicida filosofico e invece rappresentante di quel nichilismo incompiuto che riabilita Dio nella contesa, sotto altre e nuove vesti, ignorando completamente l’annuncio della sua morte.

 

L’uomo assurdo, da par suo, non può pero propriamente definirsi come rappresentante del nichilismo estatico: la sua volontà di ≪vivere senza ricorso≫ per quanto coincida con l’invito nietzschiano alla fedeltà alla terra e con la necessita di vivere senza avvenire ne trascendenza, non e volontà di creazione di nuovi valori, di transvalutazione.

 

I personaggi assurdi analizzati da Camus nel terzo capitolo del Mito – Don Giovanni, l’Attore, il Conquistatore, l’Uomo dei record – mancano proprio di questa capacita di transvalutazione, in quanto conducono una vita che ha come unico fine l’esaurimento di se stessa, una sorta di saturazione delle possibilità della vita che sembrerebbe aderire in pieno alla massimo di Pindaro posta in epigrafe al Mito: ≪O anima mia, non aspirare alla vita immortale, ma esaurisci il campo del possibile≫.

 

Essi seguono, dunque, ≪un’etica della quantità, contrariamente al santo, che tende alla qualità≫: Don Giovanni, ad esempio, ≪non pensa a “far collezione” di donne; ne esaurisce il numero e, insieme con loro, le probabilità di vita≫; l’Attore si identifica con ogni suo nuovo personaggio, cosi come il conquistatore con ogni sua nuova conquista e l’uomo dei record con ogni nuovo superamento del limite. Essi, posti di fronte alla scelta tra ≪Dio e il tempo≫, hanno optato per quest’ultimo, prendendosi tutti i rischi del caso, consapevoli che il tempo dell’uomo e finito e che necessariamente si esaurirà.

 

Don Giovanni presto o tardi invecchierà e, secondo una certa leggenda, ≪finirà per seppellirsi in convento≫; il sipario si chiuderà una volta per tutte sull’attore, e allora egli passera il resto dei suoi giorni in una di quelle ≪case di ritiro per vecchi commedianti≫; lo stesso accadrà poi al conquistatore e all’uomo dei record, senza che essi possano fare o reclamare nulla. Camus riporta a questo punto, parafrasandola, una frase di Nietzsche: ≪Ciò che importa non e la vita eterna, ma l’eterna vivacità≫.

 

Tale insegnamento, che suggerisce una sorta di vita estetica in cui si preferisce la corporalità e il fluire delle apparenza a ciò che e eterno ed imperituro, sembra essere l’unica massima che l’uomo assurdo possa seguire. Ma, attenzione, Camus non sta biasimando qui i personaggi che descrive; semplicemente, la sua volontà e mostrare quali siano le esistenze possibili per coloro che, rifiutandosi di saltare nella trascendenza e nell’eternità, si decidono per l’assurdo: ai suoi occhi, per quanto non siano degli esempi da seguire, essi non possono che essere i rappresentanti di una certa felicita, che si fonda in tutto e per tutto sulla loro estrema lucidità – il loro destino gli appartiene, per quanto possa sfuggirgli ad ogni istante:

 

La piu pura delle gioie […] e quella di sentire e di sentire su questa terra. Il presente e la successione dei presenti davanti a un’anima perennemente cosciente e l’ideale dell’uomo assurdo.

 

E a questo punto che possiamo introdurre la figura di Sisifo, al quale e dedicato il capitolo conclusivo del libro, oltre che, naturalmente, il titolo: tale figura non potrà dunque che rivestire, evidentemente, un significato predominante per il nostro discorso, in quanto in esso si ritrovano condensate tutte le caratteristiche necessarie a quel ≪vivere senza ricorso≫ citato in precedenza. In questa sede, pero, cercheremo di andare oltre ad una semplice descrizione della figura di Sisifo, interpretando il suo mito alla luce del nostro precedente discorso sull’eterno ritorno nietzschiano, del quale, a nostro parere, il mito di Sisifo non e che una perfetta rappresentazione – per quanto si possano porre dei dubbi sull’effettiva volontà di Camus di concepirlo in questa maniera.

 

Del resto, pero, Maurice Weyembergh suggerisce una simile prossimità tra i due concetti:

 

Soulignons, ici encore, la proximite aux themes nietzscheens : la volonte de puissance vise essentiellement a plus de puissance, a se multiplier ; le theme du fardeau a porter, de l’escalade est recurrent chez Nietzsche.

Il y en a un exemple notoire dans Also sprach Zarathustra, dans le second chant du troisieme livre, ≪ Vom Gesicht und Ratsel ≫, la ou Zarathoustra porte un nain juche sur ses epaules, l’esprit de la pesanteur, et parvient a s’en debarrasser en evoquant precisement l’idee de l’eternel retour, comme Sisyphe domine son ma par la conscience qu’il en prend. Sisyphe accepte de rouler eternellement son rocher, tandis que les efforts de l’homme absurde pour repeter, mimer ne sont que des tentatives manquees d’instituer l’ewige Wiederkehr. […] L’eternel retour est la creation absurde par excellence du Künstler-Philosoph, il est la fiction la plus haute, celle qui fait vivre l’homme au sommet de ses possibilites et donne au devenir le caractere de l’etre, celle qui assure l’auto-eternisation, en termes camusiens le grand mime definitif.

 

[…] Remarquons d’ailleurs que pour qui s’y tient, l’ewige Wiederkehr rend le suicide, ≪ DIE TAHT DES NIHILISMUS ≫, caduc : a quoi servirait en effet de vouloir en finir, des lors qu’on ne finit pas des recommencer ?

 

Sisifo, nella nostra interpretazione, e l’uomo pronto ad accettare il pensiero dell’eterno ritorno dell’uguale, ovvero l’uomo che, grazie al suo orgoglio e alla sua forza, esce vittorioso dalla prova del suddetto. Egli sa che la pietra a cui e stato condannato dagli dei rotolerà sempre di nuovo verso valle, lontano dalla cima dove egli l’ha condotta a fatica. Potrebbe allora fermarsi, abbandonare la pietra e – quale orrore il solo pensiero! – supplicare in ginocchio gli dei di arrestare il suo supplizio: ≪ma Sisifo insegna la fedelta superiore, che nega gli dei e solleva i macigni≫.

 

Egli sa che non vi sarà mai alcuna redenzione ultima o stato finale da raggiungere: proprio su questa assenza egli fonda la sua libertà. Egli sa parimenti che, se un dio mai esistesse in questo mondo caotico e indifferente, esso sarebbe disprezzabile tanto quanto il destino a cui ha condannato l’uomo: e su quest’altra assenza che egli fonda la sua rivolta.

 

Se non fosse per questa sua inscalfibile consapevolezza – che gli nega ogni speranza – e per questo suo fermo orgoglio – che gli nega invece ogni illusoria consolazione – tutta la sua fatica non sarebbe affatto tragica, perche, come ci ricorda Nietzsche nella chiusura della Genealogia della morale, l’uomo può patire qualsiasi sofferenza, purchè  ad essa sia attribuito un senso e purchè essa si sorregga sulla speranza che un giorno verrà riscattata.

 

Si e già capito che Sisifo e l’eroe assurdo, tanto per le sue passioni che per il suo tormento. Il disprezzo per gli dei, l’odio contro la morte e la passione per la vita, gli hanno procurato l’indicibile supplizio, in cui tutto l’essere si adopera per nulla condurre a termine. E il prezzo che bisogna pagare per le passioni della terra. […] [Ma] se questo mito e tragico, e perche il suo eroe e cosciente. In che cosa consisterebbe, infatti, la pena, se, ad ogni passo, fosse sostenuto dalla speranza di riuscire?

L’operaio d’oggi si affatica, ogni giorno della vita, dietro lo stesso lavoro, e il suo destino non e tragico che nei rari momenti in cui egli diviene cosciente. Sisifo, proletario degli dei, impotente e ribelle,conosce tutta l’estensione della sua miserevole condizione: e a questa che egli pensa durante la discesa. La perspicacia, che doveva costituire il suo tormento, consuma, nello stesso istante, la sua vittoria. Non esiste destino che non possa essere superato dal disprezzo.

 

 

L’eroica determinazione di Sisifo si fonda, inoltre, sulla consapevolezza dell’irrimediabilita della sua situazione, ovvero sulla ferma disillusione nei confronti di qualsiasi alternativa a questo mondo, in primis i retromondi generati dalla disperazione e dalla debolezza umana. In ciò risuona chiara l’eco dell’appello nietzschiano alla fedeltà alla terra. Sisifo sa che, in questo mondo senza via di fuga e in questo tempo senza fine, qualsiasi felicita deve essere guadagnata a fatica con il sudore della fronte, pietra dopo pietra, senza sostegno alcuno. L’uomo era, e e sarà sempre, nonostante le favole che verranno ancora raccontate, l’unico padrone dei suoi giorni, l’unico responsabile del suo destino, l’unico artefice della sua felicita:

 

 

Non si scopre l’assurdo senza esser tentati di scrivere una manuale della felicita. “E come! Per vie cosi anguste? ” Ma vi e soltanto un mondo. La felicita e l’assurdo sono figli della stessa terra e sono inseparabili. […] “Io reputo che tutto sia bene” dice Edipo e le sue parole sono sacre e risuonano nell’universo selvaggio e limitato dell’uomo, e insegnano che tutto non e e non e stato esaurito, scacciano da questo mondo un dio che vi era entrato con l’insoddisfazione e il gusto dei dolori inutili. Esse fanno del destino una questione di uomini, che deve essere regolata fra uomini.

 

Potremmo ancora insistere sulla figura di Sisifo, ma in realtà e su questa ultima affermazione che dobbiamo fermarci: ≪le destin [est] une affaire d’homme, qui doit etre reglee entre les hommes≫. Si comprende qui come, similmente a Nietzsche, sia proprio a partire dal riconoscimento della morte di Dio che l’uomo (ri)diviene responsabile di tutto cio che gli accade, laddove prima era la volontà di Dio che veniva ripetutamente chiamata in causa per spiegare tutto, compreso l’inspiegabile.

Se Dio non può più garantire un senso all’esistenza, e allora l’uomo che deve assumere su di se tale compito, o, per dirlo con una formula più sintetica: la morte di Dio è il fondamento della responsabilità dell’uomo.

 

 

 

 

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