L’INESSENZIALITÀ DELL’IO INDIVIDUALE ALL’APPARIRE DELLA VERITÀ

INESSENZIALITÀ DELL’IO INDIVIDUALE

 

 

 

 

 

 

 

 

Se però ci rivolgiamo alla parola veritativa, quella non inquinata dalla fede e resistente a ogni confutazione, se, insomma, ascoltiamo quella che Severino chiama la parola del destino, la verità che sentiremo sarà un’altra.Ponendo rimedio ad alcune ambiguità lessicali presenti nella stesura originaria dello scritto Studi di filosofia della prassi – quale l’uso di verbi coniugati alla primapersona singolare: «Io sono nella verità» –, Severino avverte della possibilità di cadere in pericolosi fraintendimenti:

 Può sembrare che, in queste pagine, l’‘io’ sia la forma della verità, il punto di vista al cui interno la verità si colloca. Ma si intenda che io, che ‘posseggo’ la verità, ‘sono originariamente incluso nella struttura originaria dell’assoluto vero’, e cioè, daccapo, che il soggetto autentico del pensiero che pensa la verità non sono ‘io’ (come ‘individuo’, ‘ente particolare’, ‘io empirico’ – o anche ‘gruppo sociale’, ‘classe’, ‘popolo’, ‘chiesa’), ma la verità stessa

 Con una mossa che può dare l’impressione di essere una ritrattazione, Severino vuol dimostrare la coerenza del suo pensiero, sostenendo che la verità è il pensarsi, l’apparire senza complemento di termine: l’apparire puro, a nessuno se non al suo stesso vedere. Il fraintendimento, sostiene Severino, sarebbe potuto consistere nel credere che sia “io” a pensare la verità; ma «se la forma che pensa la verità non fosse la verità stessa *…+, la ‘verità’ che io riuscirei a pensare non potrebbe essere la verità: nella misura appunto in cui io, il punto di vista, non coincido formalmente con la verità».

Guardato dal punto di vista della verità, l’io appare come la falsa pretesa di guardare una “verità”, come un dover fare qualcosa, un dover modificare la realtà. Nella verità, invece, l’“io”, il “tu”, il “noi”, sono determinazioni fideistiche, e il “fare”, il “modificare” appaiono come la stessa volontà di guidare l’oscillazione dell’ente secondo i propri interessi. Di più, nella verità appare contraddittorio non solo che l’ente possa essere modificato secondo volontà arbitrarie, ma anche che l’ente possa essere modificato da altri enti – quali, appunto, l’“io”, il “tu” oppure il “popolo”, “il gruppo” – dotati della capacità di separare il primo dal suo Tutto, di de-cidere di esso.

Quanto abbiamo chiamato “inessenzialità” dell’individuo, allora, corrisponde a questa disillusione, che Severino ambisce a far passare, secondo cui l’individuo fa il corso della verità solo per equivoco: l’individuo, insomma, è solo per equivoco autore o anche contemplatore della verità. L’individuo è, esso stesso, determinazione illusoria, interpretazione di una qualche traccia dell’apparire del destino: se così non fosse, se la verità si desse a “me”, essa non sarebbe verità.

Nei termini definitivi de La Gloria, la verità non si dà all’io, perché l’io, inteso come «struttura nella quale l’individuo si riferisce e appare a se stesso», è esso stesso un luogo particolare dell’apparire del destino. Un luogo che, così com’è concepito dalla fede occidentale, è errore. E, ancora, la verità non si dà all’io, ma è il puro darsi, perché l’io dell’individuo non potrebbe stare fuori di quella: «solo sul fondamento dell’Io finito del destino può apparire l’io dell’individuo».

Solo nella verità, insomma, può darsi anche l’errore: la fede, così come l’abbiamo precisata, può sussistere solo sul fondo massimamente accogliente del darsi della verità.

Non si concluda, da ciò, che l’io dell’individuo è una determinazione passeggera perché illusoria: l’io dell’individuo è eterno, ma perché eterna è la contraddizione che esso rappresenta. L’io dell’individuo è eternamente ciò che la verità oltrepassa per affermare se stessa. L’io dell’individuo, quindi, esiste come errore: non ha altra consistenza, mentre esiste l’errare che porta a esso e oltre esso: così il mio, così quello degli altri individui.

 

 

 

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