IL PENSIERO DEL NULLA

DIVENENDO
Ora pensare significa pensare la nullità delle cose, e quindi essere infelici. Il pensiero, in quanto pensiero del nulla, si contrappone al “costantissimo e indivisibile istinto di tutti gli esseri” che è “la cura di conservare la propria esistenza”.
Da una parte l’uomo coglie nel proprio pensiero la nullità di tutte le cose e quindi di se stesso, d’altra parte si contrappone a questo pensiero con il suo istinto di conservazione.

L’uomo che pensa è quindi un essere contraddittorio, che “non può stare in natura”.
Dove per «natura» si intende l’«ordine naturale» in cui si viveva prima dell’avvento del pensiero. Quando il pensiero irrompe nell’esistenza, l’uomo si trova inghiottito da una lacerante contraddizione: da una parte la certezza del nulla esistenziale, dall’altra l’istinto di preservare l’unica esistenza concessaci. Dunque l’esistenza che si contrappone al pensiero del nulla, è in primo luogo amore per l’esistenza, ossia volontà di esistere. Questo amore implica l’amore per il piacere, che raggiunge la sua massima espressione nell’amore per l’infinito. La contraddizione nell’uomo nasce quindi dal dibattersi dell’uomo tra l’ essere e il nulla, e l’esistenza “se non volesse se stessa, se fosse ‹‹separata›› dal suo volere, non si angoscerebbe del proprio annientamento e della propria nullità”.
La volontà raggiunge la sua massima espressione come volontà infinita, come infinita volontà di volere, ed è quindi “perché l’esistenza è un volersi infinito che essa è angoscia infinita per l’annientamento infinito e l’infinita nullità di tutto ciò che essa tenta di trattenere presso di sé”.
L’uomo sa di essere destinato all’annientamento, sa di essere immerso in un circolo di produzione e distruzione, eppure la sua volontà vuole l’infinito, ma questo infinito non può essere il risultato di ciò che la coscienza percepisce della realtà, perché essa esperisce l’assoluta finitezza della sua esistenza e di tutte le cose in mezzo a cui dimora. Quindi l’“infinito” che l’esistenza brama è illusione, è frutto del suo immaginario.
La facoltà dell’immaginazione rende accessibile all’uomo il piacere dell’infinito, il quale “non si può trovare nella realtà, si trova così nella immaginazione, dalla quale derivano la speranza, le illusioni ec.”.
Solo quindi nell’immaginazione l’esistenza trova la propria infinità e la propria felicità. Ma se la felicità non può darsi all’infuori dell’immaginazione, allora l’illusione della poesia diventa l’unico rimedio contro l’angoscia dell’annientamento. Esso non può essere la verità del tutto, perché essa stessa è nulla, non esistendo principio alcuno che guidi il divenire delle cose, ma l’illusione.
Ecco allora il ruolo, nella lettura di Severino, della poesia in Leopardi. Essa è l’illusione dell’infinito, che sola può procurare il rimedio contro l’evidenza del nulla, esattamente come accade ne L’infinito.

“[…] alle volte l’anima desidererà ed effettivamente desidera una veduta ristretta e confinata in certi modi, come nelle situazioni romantiche. La cagione è la stessa, cioè il desiderio dell’infinito, perché allora in luogo della vista, lavora l’immaginazione e il fantastico sottentra al reale. L’anima s’immagina quello che non vede, che quell’albero, quella siepe, quella torre gli nasconde, e va errando in uno spazio immaginario, e si figura cose che non potrebbe se la sua vista si estendesse da per tutto, perchè il reale escluderebbe l’immaginario”.

Ed è esattamente la situazione dipinta nell’idillio, dove proprio grazie alla siepe che il guardo esclude l’uomo può immaginarsi un infinito che non esiste.

Sempre caro mi fu quest’ermo colle, e questa siepe, che da tanta parte dell’ultimo orizzonte il guardo esclude
L’infinito è illusione, immaginario, forma poetica, è la forza dell’espressione che può sollevarsi al di sopra della finitezza dell’esistenza. Solo la forma pura della poesia, scevra di qualsiasi contenuto filosofico, come invece è presente nella Ginestra, può innalzare l’esistenza al punto più alto che può raggiungere, nel suo tentativo di sollevarsi al di sopra del nulla. L’uomo quando percepisce la realtà deve fare i conti con la sua finitezza. Quando però «io nel pensier mi fingo», allora si aprono nella mia immaginazione «interminati spazi», «sovrumani silenzi / e profondissima quiete». Si badi che qui fingere non significa dissimulare, ingannare. La poesia nella sua forma pura è immaginazione, illusione. Quindi essa non si solleva al di sopra dell’illusione, ma rimane all’interno di essa. Rimanendo all’interno dell’illusione, la poesia “non vede il proprio contenuto come illusorio e immaginario. L’illusione non sta dinanzi ai propri occhi come illusione e finzione, ma come «pensiero». Il «pensiero» oltrepassa la «siepe» e «finge» spazi, silenzi, quiete infiniti. È l’io dominato dall’illusione, e dunque è l’illusione a dire «io nel pensier mi fingo». Questo dire, in cui parla l’illusione, rimane all’interno di essa; sì che l’illusione, rivolgendosi a sé, si vede come «pensiero», ma non può vedersi come pensiero che dissimula, inganna, illude”.

Ma sedendo e mirando, interminati spazi di là da quella, e sovrumani silenzi, e profondissima quiete io nel pensier mi fingo; ove per poco il cor non si spaura. […]

Nei versi « io quello / infinito silenzio a questa voce / vo comparando» il «vo comparando» indica per Severino l’atto del pensiero che si rispecchia nell’infinito, nel senso che il pensiero poetante qui non produce, non crea arbitrariamente l’«infinito silenzio». Il pensiero che si «finge» è in ascolto della sua stessa immaginazione, è quindi un movimento in cui il pensiero si ripiega su se stesso. Infatti il «mi fingo» è il presentimento del «mi sovvien»: sono la quiete, il silenzio gli spazi infiniti che si fanno avanti nel pensiero, irrompono in esso: «…ove per poco / il cor non si spaura». L’«infinito silenzio» irrompe e, lungi dall’essere una finzione, è comparabile alla voce del vento. Il passo però non si esaurisce nella semplice comparazione tra l’«infinito silenzio» e la voce “reale” del vento, essa dopo i due punti si allarga all’infinito, perché è l’infinito stesso che viene innanzi nel pensiero: «…e mi sovvien l’eterno».

[…] E come il vento odo stormir tra queste piante, io quello infinito silenzio a questa voce vo comparando: e mi sovvien l’eterno, e le morte stagioni, e la presente e viva, e il suon di lei. […] (vv. 8-13)

Il pensiero immerso nell’immaginazione oltrepassa la «siepe», la finitezza, portandosi nell’unico rapporto che esso può avere con l’infinito, con l’eterno. E così facendo il pensiero «s’annega» nell’«immensità» dell’«eterno», ossia fa naufragio nel «mare» dell’infinito. In questo essere immersi nell’infinito viene meno il rapporto dell’infinito col finito, il pensiero si sente completamente circondato dall’eterno, provando la dolcezza dell’infinito naufragar: «e il naufragar m’è dolce in questo mare».

“L’illusione mostra, nell’idillio, la dolcezza del dissolversi del finito nell’infinito; rende accessibile il godimento dell’infinito e dell’eterno”.
Quando il pensiero scopre che il principio eterno è nulla, e quindi è nulla anche il suo essere l’autentico rimedio contro il dolore dell’annientamento del divenire, allora l’unico rimedio è l’illusione dell’infinito, la totale e malinconica immersione del pensiero nel mare immenso della sua immaginazione.

[…]Così tra questa immensità s’annega il pensier mio: e il naufragar m’è dolce in questo mare.

 

Riepilogando quindi, Severino interpreta Leopardi come il più grande nichilista della storia, come colui che apre l’ultimo tratto del “sentiero della Notte”, colui che ha il coraggio di guardare al divenire nichilistico della storia dell’Occidente liberandolo dalla dimensione inconscia in cui si trovava. E in questa lettura, dove qualsiasi ontologia è negata (Givone), come può l’uomo sopportare lo sguardo del nulla eterno? Come può edificare la propria vita sul nulla? Unico rimedio (pharmakon) è la poesia attraverso cui parla l’immaginazione, l’illusione che ci fa percepire il nulla come essere, il contingente come necessario, il finito come infinito.
Scrive Givone: “è evidente che nell’interpretazione di Severino non si tratta tanto di meontologia o di ontologia negativa, ma della negazione pura e semplice di qualsiasi ontologia. Del nulla non si può dire se non che non è. Il nulla non può essere tenuto fermo, fissato. Se lo guardo sul nulla – quello che vede la nullità del tutto ma nel contempo la nullità dello stesso vedere – presuppone lo sguardo dal nulla, tuttavia questo punto di vista non può essere sottratto allo stesso annichilimento (come di fatto accade nel nichilismo che corteggia il nulla per aggirarlo ed esorcizzarlo). Ma, benché suggestiva, questa interpretazione non convince fino in fondo”.

 

 

 

 

 

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