VINCERE O SOCCOMBERE

Stirner ha mostrato che quando si parla di diritto, di Stato, di diritti in generale, bisogna sempre avere a che fare con la religione. E’ noto che nell’analisi strineriana la religione tende ad affermarsi quando un oggetto, un idea, come appunto possono essere il diritto o lo Stato, tende a sottrarsi al dominio di chi lo ha creato, al punto tale che, elevandosi, o meglio, sfuggendo al suo creatore, acquista una potente sacralità sino a sottomettere colui che quell’oggetto ha provveduto a creare. Questo risultato ha per effetto di far sì che – sia nella religione cristiana che in quella umana (o laica) elaborata in particolare da Feuerbach, e dunque in qualsiasi tipo di religione – il singolo individuo, nella sua concretezza più autentica e genuina, non riesca mai ad appropriarsi delle sue creazioni,e,conseguentemente, neppure di se stesso:

“perché non posso dire: dio non è altro che un inganno? Perché mi si bolla a fuoco se nego dio? Perché si pone la creatura al di sopra del creatore (…) e si ha bisogno di un oggetto dominante, affinché il soggetto sia un servo sottomesso. Io devo piegare me stesso sotto l’assoluto”.

Si spiega così il radicalismo fondamento posto a sostegno di ogni religione, consistente nel promuovere un permanente principio di stabilità, mai da scardinare o mettere in discussione, il cui unico obiettivo è quello di sovrapporsi all’individuo e di comandarlo, fornendogli l’illusione di essere in armonia con l’ordine umano e con l’ordine dell’universo, costruendo a sua volta in forme sempre più raffinate «santità intangibili», «verità eterne», in una parola qualcosa di «santo», [e tutto questo] sottraendo a te ciò che è tuo». Ecco perché Stirner, tra le molteplici osservazioni che sviluppa sull’argomento, è costretto a puntualizzare:

«Chi può, se non si pone anche da un punto di vista religioso, porsi delle questioni sul «diritto»? Il «diritto» non è forse un concetto religioso, cioè qualcosa di santo?»

E’ risaputo che tale dimensione è per taluni versi presente pure in Hegel e Marx. Hegel nei Lineamenti di Filosofia del diritto afferma che è con lo Stato che Dio fa il suo ingresso solenne nel mondo, mentre Marx, dal canto suo, nella Critica della filosofia del diritto di Hegel, sottolinea che il governo rappresenta una sorta di concreto Gesù Cristo che si interpone tra il sovrano e la società civile, e che in particolare lo Stato, dopo la Comune di Parigi, gli diviene un «aborto sovrannaturale della società», ovvero quel Dio destinato alla sua più totale dissoluzione. Ora questa rudimentale premessa può forse illustrare un punto nodale per Stirner, e cioè che alla base di ogni discorso c’è sempre mediazione di un potere, per cui la dimensione della libertà non può mai fare a meno di un antagonismo, di una contrapposizione di cui il potere si presenta sempre come rimedio, e che, ad ogni buon conto, qualsiasi apparato di pensiero, laico o religioso, è per definizione sovra-dividuale, apparendo in particolare preposto a congegnarci degli oggetti – quelli che regolamentano in generale la convivenza sociale e quelli segnatamente religiosi-divini che, tuttavia, sono perfettamente identici dal momento che tendono tutti a presupporre un religioso rapportarsi ad essi – e che piuttosto che costituire delle nostre semplici creazioni, da utilizzare e ri-discutere incessantemente a nostro piacimento, giungono invece a dominarci sino a legarci a loro indissolubilmente, e ciò peraltro senza poterne in alcun modo contestare il fondamento.

La questione che inevitabilmente affiora sulla scia di questa rappresentazione, è quella dunque del legame che intercorre tra l’individuo e questi oggetti, in special modo, e per quanto qui ci ha occupato, tra l’individuo e quanto connota l’impalcatura giuridica volta a governarlo. In questa prospettiva, un primo elemento che balza evidente è di certo quello che vede sia la legge che la religione porsi tra loro in un rapporto di complementarietà, e ciò al di là delle loro radici semantiche che rinviano entrambe al significato comune di legare, tenere assieme, obbligare, e non tacendo che l’atto del legiferare, nel quale è intrinseca la nozione di ubbidienza ad un precetto, ad una norma, oltre a culminare nella disciplina e nel controllo, è specifica caratteristica di ogni religione.

Stirner, non a caso, sottolinea proprio questo rilievo con riferimento al cristianesimo, e cioè la tendenza di ogni individuo a rapportarsi con la Bibbia, ovvero con quel complesso di precetti idonei a regolamentare l’esistenza di ogni cristiano, con un atto di sacrale ubbidienza, di totale sottomissione a fronte delle verità assolute da essa promulgate, non prima tuttavia di evidenziare la strutturale relatività di tale relazionarsi:

“Ognuno ha con gli oggetti un rapporto che varia da oggetto ad oggetto. Prendiamo ad esempio quel libro con il quale ebbero un rapporto milioni di uomini per due millenni, la Bibbia. Cos’è, cos’era per ciascuno? Semplicemente solo ciò che ognuno di essa fece! Per chi non ne fa nulla non è nulla; per chi ne fa un amuleto ha solo il valore, il significato di un elemento magico; per chi gioca con essa, ad esempio per il bambino, è solo un giocattolo, ecc.”

Ora, però, “assieme alla libertà di poter fare della Bibbia ciò che voglio, viene ridimensionata la libertà del fare in genere, e al suo posto viene imposto un certo modo di vedere o di giudicare”. Difatti, “chi espresse il giudizio che la Bibbia era un errore millenario dell’umanità, giudicò – in modo delittuoso”. Ed allora, se “il bambino che riduce in brandelli o ne fa un giocattolo si comporta correttamente rispetto alla Bibbia”, deve ritenersi che “il nostro modo di trattare le cose dipende dal nostro piacere, dal nostro arbitrio: noi le usiamo a nostro piacimento o, meglio, le usiamo come possiamo” . Questo commento ci pare interessante se si prova a sostituire l’oggetto Bibbia, come complesso di norme e precetti, con l’oggetto diritto, viene sì preso di mira da Stirner come momento inautentico dell’io in quanto posto da una autorità superiore (Dio, Stato), ma non per negarlo, bensì come creazione, come attività da ricondurre alla volontà del singolo individuo, e ciò solo dopo aver provveduto a distruggerne la sua dimensione dogmatica o santa:

“Io cerco il diritto del sultano, non il mio diritto, io cerco un diritto – estraneo. Finché questo diritto estraneo non concorderà con il mio, non troverò mai, in queste corti, il mio diritto (…) Io solo decido se il diritto è in me; fuori di me non esiste alcun diritto (…) Proprietario e creatore del mio diritto, io non riconosco altra fonte del diritto che me stesso, né dio, né lo stato, né la natura, né l’uomo stesso con i suoi «eterni diritti umani», cioè né diritto divino né diritto umano”.

E difatti, questa modalità che Stirner registra di relazionarsi rispetto agli oggetti – cioè rispetto alle proprie creazioni di cui l’individuo viene immediatamente espropriato – in modo libero, secondo il proprio punto di vista, denuncia che ciascuno è in grado di poter decidere la realtà e la direzione di questi oggetti, derivandone che essi non vanno valutati in forza di un sistema contenente verità assolute, come tale già confezionato ed imposto all’individuo, bensì sulla base di quanto gli è utile o conveniente:

“Le cose sono per l’uomo ciò che egli è; «come tu vedi il mondo, il mondo vede te».

Ed ecco che subito si fa sentire il saggio consiglio: devi vederlo in modo «giusto, naturale», ecc. Come se il bambino non vedesse la Bibbia in modo «giusto e naturale» quando ne fa un suo giocattolo. Quel saggio consiglio ci viene dato, ad esempio, da Feuerbach. Le cose si guardano nel modo giusto quando di loro si fa ciò che si vuole (con il termine cose qui s’intendono oggetti in genere, dio, il prossimo, una persona amata, un libro, un animale, ecc.). E perciò non sono gli oggetti e il modo di vederli la cosa prima, ma io stesso, la mia volontà”.

Se dunque non esiste alcuna limitazione al proprio modo di concepire ed interpretare la realtà di questi oggetti, i quali di per sé non possiedono alcun valore intrinseco ed alcuna razionalità, essendo soltanto un prodotto della volontà dell’individuo, di una attività pratica che li costituisce, modifica o annulla, si può anche dire, seguendo questo andamento, che gli oggetti non verrebbero consegnati agli individui in maniera intuitiva, ma essi, in quanto oggetti umani, costituirebbero il risultato di un processo di appropriazione umana pratico-sensibile. Ne discende che l’oggetto deve connettersi ad un soggetto che senza di esso non sarebbe affatto tale, sicché ciascun individuo non giungerebbe semplicemente a percepire oggetti, in quanto per poterli percepire deve prima di tutto impadronirsene: “non quest’albero, ma è la mia forza o la mia disposizione sopra di lui che costituisce ciò che è veramente mio” , per cui “ogni giudizio che io esprimo su un oggetto è sempre creatura della mia volontà (…) io non disperdo me stesso in quella creatura, in quel giudizio, ma rimango il suo creatore, colui che giudica, che crea sempre di nuovo”. In questa autonomia, dunque, la libertà dell’individuo si manifesta come attività creatrice, non limitandosi a conferire un nuovo statuto ordinativo, ma ponendosi come costitutiva dell’oggetto. Ciò che, forse, in tale contesto può dirsi preponderante per Stirner è proprio il profilo intimo di questa libertà, a prescindere dal grado effettivo di sua realizzabilità, che non può non scontrarsi e/o confrontarsi con il senso del limite dato dall’oggetto: “la limitazione della libertà è inevitabile (…) non è possibile che l’uomo sia libero da ogni cosa”.

Ritornando al diritto, come cosa, oggetto, e seguendo il nucleo di fondo del discorso stirneriano, essenzialmente mirato a valorizzare il rapporto tra soggetto e oggetto, si scorge che esso deve pur sempre essere posto da un atto di volontà dell’individuo, per cui in un’ottica prettamente giusfilosofica, tecnicamente estranea a Stirner, il diritto «deve essere prodotto, formato». Si è visto che per Stirner non vi è alcun diritto naturale, sia perché la realtà è pervasa da un indistruttibile inquinamento ideologico (ed anche etico-politico), e dunque da un uso abusivo e surrettizio del termine naturale, che deve essere ogni volta smascherato e denunciato, sia perché il diritto acquista, se vogliamo, riflessività, esclusivamente mediante interpretazioni e valutazioni individuali. Come avanza Schmitt, esso non potrebbe mai «applicarsi, attuarsi o eseguirsi» da solo, poiché la sua esistenza richiede pur sempre l’atto volontario e “decisivo” di un soggetto, il quale, ri-costituendolo ogni volta di nuovo, ne concretizza il momento di regolazione. D’altronde, se così non fosse, “la mia creatura, cioè una determinata espressione della mia volontà, sarebbe diventata il mio padrone”. In altri termini, si può dire, mantenendo sempre ferme le distinzioni e le premesse di Stirner sul punto, che la scelta tra il soddisfare o meno l’esigenza sottostante la norma è in ultima istanza ri-messa sempre all’arbitrio del singolo: “Scelgo ciò che è conforme ai miei desideri e scegliendo mi dimostro – arbitrario”.

Il jus nel divenire directum implica l’attività ermeneutica, non potendo conseguire il suo obiettivo senza l’intervento conoscitivo di “colui che giudica, che crea sempre di nuovo”.

Si è detto che Stirner esamina la questione della legge, del diritto e dello Stato che incorpora un determinato diritto non nella sua dimensione oggettiva, cioè nel suo momento contenutistico, ma soltanto nel suo momento formale. E’ noto che nella realtà giuridica esiste una contrapposizione di fondo tra la norma in senso statico (o jus) e la norma in senso dinamico (il directum). La prima individua il momento giuridico squisitamente formale, che, cioè, funge da modello di azione e al quale è riconducibile la sua originaria connotazione precettiva. La seconda, invece, è riconducibile al concreto disposto che emerge da una attività positiva, creativa, nel corso della quale tra il soggetto (che valuta, giudica) e l’oggetto (jus) si instaura un meccanismo tale per cui ciascuno partecipa dell’altro e contribuisce a definirlo e a comporlo, come se in questa connessione, soggetto e oggetto avessero materialmente «a che vedere l’uno con l’altro». Questo percorso tra soggetto e oggetto sembra tracciare un rilievo non del tutto estraneo all’analisi di Stirner, dal momento che in esso persiste una attività nella quale il soggetto elabora e produce sé medesimo attraverso l’elaborazione dell’oggetto e del mondo materiale, così realizzando nell’oggetto le proprie infinite possibilità: «Possibilità e realtà coincidono sempre. Nulla si può che non si faccia, così come nulla che non si possa fare».

All’insegna di quella condizione originaria che ci vede preliminarmente soggetti in quanto costituiti da oggetti, Stirner, si è visto, respinge ogni possibile configurarsi della realtà secondo asimmetrie e polarità dominanti, criticando ad esempio l’io di Fichte che pone il suo essere solo mediante un’astrazione, cioè come qualcosa che esiste prima di se stesso e delle sue relazioni con il mondo, e dunque come nucleo a se stante, irreale, assoluto. Vale a dire che soggetto e oggetto possono essere compresi solo a partire da quell’essere che, diversamente, non è ma diviene, e che grazie al processo di appropriazione dell’individuo proprietario, cioè di colui che si ri-appropria finalmente del suo stesso essere depurato dal sacro e dall’ideologia – quest’ultima idonea a far credere all’individuo di potersi muovere nel mondo come soggetto autonomo, senza accorgersi di essere il mero prodotto di spazi simbolici già ampiamente anticipati e previsti – giunge ad una effettiva liberazione materiale:

«Dal primo istante – scrive Stirner – in cui l’uomo apre gli occhi alla luce del mondo, nel quale si trova gettato come un dado, cerca nella confusione che lo circonda di ritrovare e conquistare se stesso. Tuttavia ogni cosa con la quale il bambino entra in contatto non si lascia afferrare affermando in questo modo la sua indipendenza. E dal fatto che ognuno pretende di affermare se stesso, scontrandosi con il resto, ne consegue la necessità della lotta per l’autoaffermazione. Vincere o soccombere – questi sono i poli della lotta. Il vincitore diviene il padrone, il vinto lo schiavo: il primo eserciterà la sovranità e i «diritti sovrani», il secondo adempirà, con timore e rispetto, al suo «dovere di subalterno.»

La condizione che vede quell’uomo, come ci dice Stirner, che «gettato come un dado» nel mondo, cerca «di ritrovare e conquistare se stesso»; quelle cose con le quali «il bambino entra in contatto» e che tuttavia non riesce ad afferrare; quella necessità di riuscire ad «affermare se stesso», così come quel «vincere o soccombere» – non è proprio quella di un oggetto? Tutto ciò non vuole forse significare che l’uomo inizia la sua esistenza proprio come oggetto, come una sorta di macchina che risponde a impulsi producendo reazioni automatiche, dominato dal dolore e dal piacere, e quindi venendo al mondo prima come «creatura» e solo successivamente, incidendo sulla realtà che lo circonda, come «creatore»? Avere a che fare con il mondo, come ha colto acutamente Sartre, significa trattare con esso come se si avesse a che fare con un insieme di utensili mediante i quali ci proiettiamo nel mondo – da [pro] avanti [jacere] gettare; di qui quell’essere gettato fuori e in avanti: «il progetto unifica il campo utile intorno a sé, per farne una totalità che serva da sfondo agli oggetti particolari».

Il mondo è inizialmente iners, senza ars, inerte, morto, inattivo, incapace di qualsiasi partecipazione attiva, per cui può venire assorbito e dominato solo attraverso una successiva attività pratica. Quando Stirner afferma che “Fichte parla di un io «assoluto», io parlo di me, dell’io fugace”, significa fare riferimento non a un individuo che si autodetermina direttamente, che dunque esiste a priori, come dimensione isolata, meramente ripiegata su stessa, bensì ad un individuo che per potersi autodeterminare deve prima sperimentare il suo stesso farsi attraverso una attività di trasformazione, di ricerca, di creazione di sé e di tutto quanto lo circonda: “l’unico è l’atto di potere che esercita il suo potere – che si espande, delineando un mondo”, o ancora, un incessante “fare, un crearsi, un prodursi”. Come ha notato Roberto Escobar, l’io stirneriano vive nella continua dinamicità, non in forma statica o meramente ripetitiva, perché in ogni momento consuma se stesso e le proprie creazioni; non è un io assoluto, bensì caduco e mortale: “Contro il progetto e l’illusione di sopravvivenza, l’io dell’istante recupera pienamente il senso della caducità e della morte, argomenti che dissolvono non solo i fantasmi sovra-personali, ma anche il biografico fantasma personale. Immerso nello scorrere della caducità naturale, nel quale tutto conosce la fine, l’io dell’istante è un endliches Ich: un io finito o un io che ha fine”.

Il soggetto stirneriano, dunque, porta necessariamente impressa la determinazione del proprio oggetto, vale a dire di ciò che l’ha fatto inizialmente essere ciò che è, un semplice «dado» gettato nel mondo, sicché come l’interazione tra soggetto ed oggetto modifica l’oggetto, che non resta mai uguale a se stesso, così l’interazione tra oggetto e soggetto modifica il soggetto che, come ricorda Stirner, «cerca nella confusione che lo circonda di ritrovare e conquistare se stesso», quel «se stesso» che tuttavia non riuscirà mai a ritrovare immediatamente, né, tanto meno, nelle medesime forme e maniere. Tutta la critica che Stirner muove ad Hegel, d’altronde, precisandosi «come lotta per recuperare l’esistenzialità dell’io che era andata smarrita nel corso della metafisica occidentale», mira proprio ad una ri-valutazione del mondo oggettivo, per cui ri-appropriarsi di esso, ri-appropriarsi degli oggetti che ci dominano e con i quali abbiamo quotidianamente a che fare, la ri-conduzione dei concetti alla loro fonte, vale a dire l’Io, e dunque il possesso e la possibilità d’uso degli stessi, non può che implicare nel discorso stirneriano il far sì che il soggetto possa costituirsi come dominatore di un determinato oggetto solo a condizione di sviluppare un rapporto attivo con esso:

«Pensare egoisticamente non significa attribuire a cose qualsiasi un valore proprio o «assoluto», ma significa invece cercare il loro valore in me»

Se dunque l’oggetto è nella prassi umana e la prassi umana crea questo oggetto; se, come si è detto, il soggetto stirneriano non è un concetto astratto, non è un a priori che universalmente si contrappone al mondo come suo oggetto, salvo poi perdere questa universalità per alienazione; se esso non è lo spirito che si auto impone comprendendo se stesso; se invece esso è un soggetto particolare, singolare, finito e mortale, che sa di non essere absolutum, cioè privo di rapporti, di relazioni, che sa di essere determinato in forza di un peculiare rapporto reciprocamente collegato alle condizioni della sua esistenza, da intendersi non solo (ed esclusivamente) quale espressione di ineluttabili rapporti sociali, ma anche di relazioni con la propria vita direttamente corporea ed emozionale – solo così, forse, è possibile immaginare un soggetto capace di riconoscere nell’oggetto la propria negatività, cioè un soggetto capace di porsi al di sopra di questa vicenda di oggettivazione, perché una soggettività che si pone senza alcun tipo di implicazione con l’oggetto, non è «soggetto di nulla», neanche di se stesso.

In questo senso, come reclama Stirner, porsi contestualmente come creatore e come creatura, non può che delineare la loro ineludibile «co-implicazione», con ciò rivelandosi essenziale al costituirsi della soggettività, il cui prerequisito sottende «proprio quella distinzione e alterità tra soggetto e oggetto».

ADVERSARIAL: “CAOS VORTICOSO CHE INGOIA ORIZZONTI “

Freddo
Spirali si distendono nel profondo
Esteso
Denti che digrignano in irriverenza agli dei

E cade attratto dal fulmine
Serpente cometa attraverso un affresco di oscurità
Incubo di divinazione tortuoso in agguato
Caos vorticoso che ingoia orizzonti
E possiede l’obiettivo contro la mano della creazione
Per divorare attraverso la natura inestinguibile
Insediato-raccoglie l’occhio della dannazione
Salva la morte come ultima rivelazione

Libagioni di stelle decadute
Per un mondo di onice, che puzza di antico
E cavernoso questo luogo saturo
Bevendo da un calice di osso con sangue di serafino

Slegato, spirali e intemperie che affogano dio nell’aria

Il serpente affascinato nella sua riverenza ciclica
All’inevitabile epurazione verso l’abisso
Non vacillare di fronte alla comunione
Corrompendo il divino dentro un buco nero…

NECROPOLI IN UN LEZZO DI ASFALTO (MISANTROPIA ATTIVA ESTREMA)

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Avevo il pomeriggio, rubato l’auto, con l’aiuto del “mio” jammer, il proprietario, non aveva manco percepito, che il clic della chiusura della sua auto, che io avevo intercettato, aveva preso possesso del suo mezzo. Il mio provare e riprovare, davanti ai centri commerciali- che sensazione di vuoto umano attorno a questi!- era la buona riuscita dei miei esperimenti, con la sensazione di un caldo attorno al mio cappello di lana, tanto da farmi, rabbrividire, come in preda alla febbre.
Ora l’avevo posizionata in un posto che più sicuro, non si può, in mezzo a un enorme corso, strapieno di macchine, chi più chi meno, simile alla “mia” sottratta in maniera criminale a uno della moltitudine.

Ecco, ora ero apposto, almeno per il tragitto che volevo fare, da qua, punto base del mio antro segreto- attenzione! Senza partire con la macchina dalla mia dimora (sti cazzi! Aahah), ma almeno avendo la possibilità, di arrivare al mio punto finale, con un tragitto e un percorso molto veloce.

D’altronde Noi amoralisti criminali, non guardiamo in faccia a nessuno e a nessun limite, ci appropriamo di quello che serve per il fine attraverso il mezzo.

Attenzione! (di nuovo), non nel senso che ogni cosa e aspetto, che sia criminale, deve per forza essere usato, ma solo per buttare nel cesso, e pisciarci sopra, al valore comune, che vuole, che…”se io dico questo, non possa fare altro, e se io dico in questo modo, il modo che uso non ha un fine esatto, un etica esatta..” e a me che me ne fotte!? Io uso a mio favore, quello che mi serve nel momento, con cui il mezzo deve arrivare al fine.

Ero partito, la macchina non aveva bisogno della sporca benzina, “benzina+ polistirolo+ cherosene“, che avevo abbondantemente, usato per riempire 2-3 molotov, che serviva al mio fine.

Due giorni prima, avevo litigato con un tipo che sostava davanti a un’officina di macchine, io passavo la accanto, nel mio “viaggiare” attraverso questa necropoli dal lezzo di asfalto, e lui mi guardava insistentemente, tanto da pensare- nella mia ottica individuale- criminale, di essere stato riconosciuto da lui, per qualcosa che avevo fatto..ecc.

Chi non è abituato al fetore delle strade, al riconoscere e percepire come animale istintivo, un pericolo che può essere presunto o no (lo deve stabilire, l’egoista individuale), non sa di cosa posso aver percepito, che ho sentito, che possa aver mosso il mio cervello, e le mie membra, istinto che permette di valutare in un ottica istantanea, quello che può essere pericolo..pericolo in che modo?

Il pericolo che un soggetto criminale sente, è il suo dare una valutazione singola, a quello che ha attorno, come un animale a caccia, in una ricerca fatta da segnali visivi, e olfattivi, anche se con i piedi che calpestano un abulico terreno fatto di cemento.

Allora mi ero deciso, diamogli un avviso, una cosa “leggera”, cosi per fargli capire, che io posso aver intuito, quello che lui ha pensato di me.

E se non fosse così? Il criminale della specie egoista, pensa e agisce, in quel momento, anche facendo fuori il litigante, perché gli va, perché tiene a continuare a derubare e saccheggiare il santo e cristiano mondo, perché sente che “ o la mia vita o la tua!”.

D’altronde non è un atto “puramente”(ahaha) idealistico.

È cosi, non c’è nulla, che l’egoista possa poter valutare in maniera migliore , per la continuazione del suo disegno e progetto criminale.

Arrivo al luogo, parcheggio a un paio d’isolati distanti, ho anche sostituito la targa della macchina rubata,con un’altra rubata, tanto per essere più sicuri, non si mai, con tutti questi soggetti vogliosi di fare gli eroi.

Percorro qualche centinaio di metri, e mi accorgo di essere in mezzo a una necropoli, sono certo che qua deambulano centinaia di morti che pensano di respirare, ma che sono già “morti”, e hanno il forte odore dell’asfalto.

Mentre cammino e percorro, il percorso che mi porterà all’atto criminale e illegale, l’asfalto, mi riempie di potere e inquietudine, ho sempre pensato al rapporto ambiguo tra individuo e metropoli, e a volte ho pensato, che ci possa essere una connessione, fatta di molecole, in una ridda di defecazione e vaneggiamento, sole putrido e lucente schizzi di bagliore, che permette di far cambiare aspetto, a quello che è attorno.

Sento di poter apprendere qualcosa dall’asfalto, che smorto, a volte sembra aver le sembianze di un essere attaccato alla terra, che sotto, cerca di uscire con le parti del corpo, che servono per risalire dal vuoto di un’esistenza sotterranea, a quella della superficie.

Penso, e ripenso, approfondisco, il rapporto personale che ho con la puzza di asfalto, e una metropoli, che conosco, ma che ritiene di potermi consigliare il migliore percorso da affrontare, anche se individualmente ho sperimentato, per capire questa subliminale connessione tra me e la metropoli, in una ridda di sensazioni e ipotesi, strutture che scambiano articolazioni nel senso che si da quello che si respira e si osserva.

Preferisco osservare il corpo moltitudine, la notte, perché la metropoli si trasforma, la strada puzza in maniera pregnante, di quello che la giornata trascorsa, ha appena lasciato, per terra, di segni innocui, che la notte, lasciano il “segno”, e circoscrivano un muoversi dell’animale umano, che appiattiscono gli orizzonti, che inseguono il confine dualistico, essendo assoggettati attorno, da una predisposizione precisa e giuridica di cosa è vissuto, dell’evento che è passato, e che rimane sull’asfalto.

Non si dice “ è rimasto sull’asfalto”?

Ho sempre percepito questa frase, come qualcosa di possessivo e proprietario, che rovescia e sottomette, il pensiero, a un aulico vaneggiamento del proprio pensiero, in mezzo al ridondare di buchi nello stomaco, per quello che è successo.
Continuo a camminare, e prendo possesso del respiro, che affannoso, sta conducendo il mio Ego, attraverso il prominente e succulento delirio dell’azione, e un orgasmo esclusivo. L’Ego attraversa le gambe, che pretendono dall’Ego di essere pronunciate, e si staglia in un luogo di possessione e di delirio.

Gli occhi li guardo ai vetri delle macchine che mi passano accanto, e sono occhi lucenti, che ardono dal desiderio di agire, ma sono anche vigili.

Attorno a me cade la notte, e la necropoli si estende attraverso il sepolcro dato dai nomi delle vie, che intricate, mi porteranno verso l’obiettivo voluto.

L’asfalto e la sua merdosa magnificenza, attrae i miei piedi e li disturba, nel tocco che percepiscono le scarpe, che sembrano voler affondare in un precipizio dentro il vuoto del mondo e di un incubo attraente.

Percorro, e avanzo, sono arrivato, e in uno schizzo di delirio nichilista, affermo e urlo” sto arrivando, sto arrivando, il mio fuoco criminale è per te..infame essere di questa putrescente terra!”.

ESPLOSIVI IMPROVVISATI (TERRORIST EXPLOSIVES HANDBOOK)

https://athens.indymedia.org/media/old/terrorist-explosives-handbook-vol-1-the-ira-jack-mcpherson.pdf

VOLUME 1: THE IRISH REPUBLIC ARMY (IRA)

I gruppi Terroristici rispondono alle esigenze per gli esplosivi in diversi modi. Possono rubare esplosivi militari o forniti da un potere di cooperazione straniera. Possono rubare o acquistare esplosivi commerciali. Infine, possono fabbricare da soli i propri materiali di distruzione.

Naturalmente, qualsiasi potere che tenta di controllare un focolaio terroristico si muove per bloccare tutte le fonti di approvvigionamento. Le normali procedure doganali, specialmente associate con un’intelligenza affidabile, riducono il flusso di esplosivi provenienti da fonti straniere. Gli esplosivi militari sono conservati ordinariamente in zone sicure, specialmente quando la minaccia di furto del terrorista esiste.

In Irlanda, gli esplosivi commerciali sono diventati i favoriti per uso nei vari ordigni esaminati finora. Imprese legittime in Irlanda del Nord utilizzano grandi quantità di esplosivi commerciali ogni anno, e diversi milioni di sterline annualmente. Con uso così diffuso nelle industrie come nell’estrazione mineraria, le cave e perfino l’agricoltura, tutto questo basta affinché il potenziale attentatore acquisti quello di cui è necessario per il proprio lavoro. Come un sorvegliante ha ammesso,” anche se hai il 99% di successo nella salvaguardia di un milione di chili di esplosivo, 10.000 libre possono scivolarti tra le dita .”

Il governo di Whitehall ha rapidamente inasprito l’uso di questi esplosivi. Controlli serrati sono stati fatti per l’immagazzinaggio e l’uso di esplosivi commerciali. La polizia ha mantenuto un controllo attento di detonatori e inneschi prima di essere utilizzati. Questo è stato parzialmente compensato dal contrabbando di esplosivi nella Repubblica irlandese, e l’IRA ha sentito una fitta acuta.

Gli esplosivi improvvisati sono diventati nel tempo sempre più popolari per colmare il bisogno dell’IRA di bombe. Una delle miscele più semplici per le bombe, utilizzato anche in quelle Incendiarie-è una miscela di clorato di sodio e zucchero. Mentre l’ordigno incendiario è costruito in modo semplice in modo da non contenere il processo di combustione per favorire una forte palla di fuoco, l’attentatore di ordigni esplosivi vuole un risultato diverso.

Pressando lo zucchero e il clorato di sodio, ad esempio, dentro l’estensione di un tubo di ferro con tappi filettati in entrambe le estremità, i gas derivanti dalla estrema combustione della miscela non possono facilmente liberarsi. La pressione del gas in una zona confinata si vedrà presto incrementata, e la rottura dell’involucro può essere molto distruttiva per la vita e le proprietà. L’accensione avviene-solitamente-per mezzo di un lungo fusibile inserito attraverso un foro all’estremità di un tappo. Questo tipo di dispositivo è anche il preferito dai gruppi terroristici protestanti.

Chi pensa che tali ordigni costruiti in maniera semplice e grezza, siano probabilmente inefficaci giocattolini, si sbaglia. Una scatola di legno contenente almeno cinque tubi bomba, ognuna con 1 kilo e mezzo di miscela, è stata lasciata contro il muro di un bar. L’esplosione susseguente ha prodotto un buco di un metro e mezzo circa, attraverso la parete di spessore di 5 metri e mezzo, e ha lasciato solo rovine all’interno della bar.

Un’altra miscela artigianale prediletta è la “Co-op sugar ” così chiamata perché è stato usata per la prima volta contro un negozio di proprietà della società cooperativa di Belfast. La miscela di “zucchero” è ottenuta con una miscela di 1/10 di nitrobenzene e clorato di sodio, una sostanza chimica agricola comune.

Il nitrobenzene è utilizzato nella produzione di coloranti, lucido per scarpe, e in piccolo grado, per l’abbronzatura. Una “fonte” ha valutato che la richiesta annuale di questa sostanza chimica in Irlanda probabilmente dovrebbe essere meno di 9 litri. Un imprenditore inglese ha fatto un ordine di 10.000 pounds a un recapito nella Repubblica irlandese. I prodotti ordinati vengono di solito usati in un qualità differente di industria “morente”.

Ancora una volta: un azione produce una reazione, e nel 1972 la vendita o il possesso di qualsiasi fertilizzante contenente più del 79 per cento di nitrato di ammonio richiede una licenza. Questo include il sodio clorato amato dall’IRA. Le vecchie scorte sono ancora in giro in campagna, tuttavia, il contrabbando è stata un’istituzione onorevole in Irlanda per secoli.

BARATRO

http://abissonichilista.altervista.org/wp-content/uploads/2018/09/KH-A-OSS-III.pdf

“ Può un individuo stare sul bordo di un precipizio, e mantenere l’equilibrio?”

“Dialogo tra me e una “vecchia” amica”

Precipitare davanti al nulla

Innalzarsi nell’equilibrio e stare su un bordo

Perché restare sul bordo di un precipizio se non si può crollare nel nulla?

È possibile essere nulla se non si precipita?

L’equilibrio dei propri desideri cade, e si rivolge a un quesito: chi sono, se sono nulla?

Come un ambizione inespressa, il nulla avviluppa la nostra aspirazione fondamentale: l’amore per il nulla é il nascere di qualcosa che lentamente aspira a estinguersi.

Oscuro, profondo, abissale, euforia nell’idea di precipitare in fondo al nostro baratro..

Il Desiderio cade profondamente, nella decadenza si spegne…

Il nulla ambisce a precipitare senza afferrarsi in equilibrio..profondo desiderio di amore egoistico.

Arca

TOD HUETET UEBEL: “DECADENZA”

La mia anima nel tuo viso
Non è altro che uno spettro vagabondo
Caotica oscurità in me
Nient’altro in questo mondo che voglio alla fine

Alla Fine questa utopia struggente
La notte sarà il nuovo giorno

Le religioni sono annientate
I miei sentimenti di auto-esilio
Sarò la morte della Falsità
Dichiaro Guerra all’Umanità

Odio, Eresia, Distruzione
Nell’oscurità sanguineranno delle vite
Dolore, Blasfemia, Morte
Le ombre falciano per la Decadenza

Le Catastrofi saranno vomitate
Chiese e santità bruciate
Un dio morto distrutto
Sacri escrementi banditi

Il pianeta guidato dai germi
Solo i forti sopravvivono nel peccato
Emano dalle macerie alla crudeltà
Per invadere il vuoto cristiano
Dal tuo sangue incidi il mio stemma
La più pura verità rinnegata

Odio, Eresia, Distruzione
Nell’oscurità sanguineranno delle vite
Dolore, Blasfemia, Morte
Le ombre falciano per la Decadenza

Niente e nessuno soccomberà
La Decadenza scorre senza pietà
L’oscurità e il cielo si scioglieranno
La Fine del Mondo è la mia volontà

Annientamento Universale
Disprezzo Animale

La vita inerte sarà degradata
Spargerò il caos nel tuo nulla
Tempesta di fuoco infernale per l’eternità
Tutto sarà un manto di tenebre

DISTRUGGI E ANNIENTA ANCORA E ANCORA…

http://amoklaufe.altervista.org/distruggi-annienta-ancora/

Ancora distruggi, senza verità da salvare, senza “palazzi d’inverno” da conquistare..

Sconquassa e radicalizza la tua voglia di annientare e rendere cenere e nichilista questo mondo perfetto.

Possiamo rendere questo mondo perfetto, un inferno di fuoco, assumere le vesti di guerriglieri senza guerriglia.

Distruggi e spezza il “tran tran” quotidiano, nel saccheggio della vita borghese.
Sono esseri paralizzati dalla noia, che vogliono morire d’inedia, non c’è nessuna soluzione di sorta, ne pensiero che possa farci cambiare idea..

Vogliamo vedere questo mondo sgretolato e consumato da avversità e disastri, vogliamo le rovine del mondo che cade nell’era del nichilismo anti cristiano.

Logoriamo le fibre della società delle pecore, andando a colpire, dove si sentono sicuri e meno se lo aspettano. Andiamo a sfiancare le certezze, senza perseguire un fine che ci dica che abbiamo vinto la falsa “rivoluzione”.

Questa società è un mondo fatto di spettri vuoti, e noi, Nichilisti e Terroristi, vogliamo debellare la razza umana.

La disintegrazione della razza umana, la sua caduta, il suo annientamento sociale, colpendo e colpendo affondo..

Distruggi, annienta, ancora…

Progetto Amokläufe- dal profondo e oscuro culto nichilistico.

BUSTA INCENDIARIA (TENDENZE ANTI-POLITICHE TERRORISTICHE)

Viva il Kaos Misantropico e Distruttore, più ordigni incendiari/esplosivi per questa umanità morta!

Ghen

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http://nicevscina.torpress2sarn7xw.onion/manuali-video-per-luso-terroristico-e-criminale-nella-tendenza-antipoliticain-varie-lingue

https://archive.org/details/SobreIncendirio

Materiali:

– Busta gialla imbottita per spedizioni (preferibilmente con bolle d’aria “anti-shock”, in modo che non si senta da fuori il meccanismo [cavi, batterie, ecc.]

-Cavi elettrici

-Lampadina riempita di polvere di fiammiferi

-Pila da 9 v

-Esplosivo

-Cartone

-Colla

-Un foglio bianco

-Indirizzo di destinazione, falso mittente e francobolli (possono essere anche falsi)

Per prima cosa la base viene montata all’esterno della busta per spedizioni, come il cartone mostrato nella foto; la pila viene incollata sul cartone.

Quindi i cavi vengono messi nella pila.

Il cavo elettrico 1 deve essere piccolo e deve essere ben fissato alla base di cartone, la punta deve essere sbucciata in modo che quando l’obiettivo tira fuori la base di cartone viene attivata con il cavo elettrico 2, che deve rimanere sotto forma di gancio, in modo che i cavi elettrici 1 e 2 si incontrino e la detonazione viene generata. Nella foto, il cavo elettrico 2 non ha la forma di un gancio, poiché questo viene rifinito quasi alla fine, quando la busta viene chiusa.

Il cavo elettrico 3 deve essere posto come viene mostrato nella foto, nella forma di “S”, in modo che lo spazio per il cavo elettrico 2- incontrerà il cavo 1. Deve essere posto nella forma di “S”, senno il cavo non può incontrare l’altro e l’esplosione non viene generata.

La lampadina deve connettersi ai fili elettrici 2 e 3, il 3 collegato alla pila, e il 2 libero in modo che corrisponda all’1 e permetta la detonazione.

Nella foto, la lampadina è all’interno di un sacchetto di plastica con la dinamite. Gli effetti di questo pacco incendiario/esplosivo se l’obiettivo viene colpito, saranno ustioni di primo e secondo grado, ma se il fuoco raggiunge i capelli del bersaglio può subire gravi ustioni e essere sfigurato.

Una volta assemblato il “corpo” detonante, procediamo a mettere tutto all’interno della busta per spedizioni, prestando molta attenzione e avendo cura che i cavi elettrici 1 e 2 non si tocchino; per maggiore sicurezza è necessario mettere un nastro isolante su uno dei cavi, in modo che quando è all’interno della busta si possa rimuovere con cura.

Una volta inserito il meccanismo nella busta per spedizioni, è consigliabile nascondere il meccanismo, così che non possa essere visto quando l’obiettivo apre la busta. Consigliamo di incollare un foglio bianco alla base del cartone e piegarlo per nascondere i cavi e la pila, che sono visibili se non si inserisce il foglio.

Avendo nascosto il meccanismo, si chiude la busta ed è pronta. Questo meccanismo è affidabile e molto sicuro da trasportare, praticamente non esplode se non c’è nessuno a rimuoverlo.

Se avete domande, fatecelo sapere.

ITS

*Note:

-Le frecce rosse nella foto indicano che il bersaglio tirerà fuori il pacco all’interno della busta in quella direzione.

-Si consiglia di porre un mittente fidato per il destinatario, un collega o qualche autorità governativa in modo che sia quasi certo che l’obiettivo lo apra e non abbia sospetti.

-Acquista i materiali in diversi negozi / luoghi non rintracciabili.

-In Messico questi pacchi vengono inviati tramite le cassette della posta pubblica, oppure possono essere abbandonati negli uffici o nei luoghi di lavoro degli obiettivi.

CIOCCO

Cioccare e Scontrarsi, Distruggere la società morale, fino alle sue fondamenta!

Ghen

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http://abyssusabyssumminvocat.torpress2sarn7xw.onion/2017/06/01/ciocco/

“Fanculo la katharsis di Platone!”

Cerco il ciocco.

Sprono la mia volontà e la mia ambizione criminale.

Risalgo le vette e mi butto nel vuoto nichilista.

Voglio il ciocco.

Le mie armi personali sentono il fremito e l’agognata crudeltà nella ricerca di un obiettivo.

La violenza non è bene o male, la violenza “È ”.

In un mondo dove il leale cittadino tende al rimarginare ogni attenzione o desiderio morboso di violenza, io oltrepasso (anche questo).

Oltrepasso la violenza che non vuole, ma “vorrebbe” e mi pongo come individuo amorale che premedita il tocco lugubre che ha una pistola nella mano, pronta a sputare il suo fuoco ai mortali.

I resti miseri di quest’umanità, sono questo “momento”, in cui un viso diventa spettrale, la morte sta arrivando e incombe su uno dei tanti, della moltitudine.

Premedito il ciocco.

La ricerca e la sperimentazione nelle strade della rinuncia e della cedevolezza volgono a me, e istradano la premeditazione.

Quanti individui, che ora leggeranno, quanti faranno un sussulto?

Premeditare un omicidio, in primis,(ma anche un attentato con polvere nera, diserbante, dinamite, e chi più ne ha più ne metta), rende la coscienza in risalita attraverso la bile.

Sposta lo stomaco che si trova all’altezza della fronte, preme e tasta, provocando attimi senza che l’aria possa arrivare al cervello.

Il respiro è flebile, e immagina che stia per decedere, sente e imprigiona lo spettro di quello che vede davanti.

L’individuo non sa, non pensa, e pronto a dire “non può essere”, che qualcuno provi smania nella ferocia implacabile nel colpire e dare morte, o agire criminalmente, e non fermarsi davanti a nulla.

Sperimento il ciocco.

Quante giornate e notti, valutate come quelle per colpire, dopo aver passato e ripassato, attorno a qualcosa, che contiene “qualcuno”, che felice (in maniera plastica) sorride alla vita, e non pensa, che possa, che sia, che è, che qualcuno possa colpirlo all’improvviso.

La sperimentazione del “ciocco”, è la mia attesa individuale, nel momento in cui, passo e ripasso, dal luogo prescelto, alzo la testa, m’inoculo nel paesaggio, guardo su…c’è una telecamera?

Continuo, e passeggio, con le mani che sentono il volgere della paranoia della gente, che tocca, mi tasta, striscia sul mio viso, e si muove verso il fondo della mia coscienza.

Avete mai sentito la paranoia addosso delle persone?

È un buon modo per percepire quello che gli altri sentono, nei segnali predeterminati della società, e spronare se stesso, a pronunciarsi, e a domandarsi..la voglio ingoiare la “paranoia”?!

Deglutisco un caffè amaro, ed esco da un bar, le persone attorno a me, erano tranquille, sorseggiavano il loro caffè abitudinario, nel loro circolo di amicizie vere e finte, assoggettate o prominenti.

Come e per sperimentazione, so che un luogo come il bar, contiene meno paranoia, la rilassatezza si fonde con il ludibrio per le proprie vite nascoste, dentro una casa, dove tutto deve essere valore per la famiglia.

Mai sottovalutare, per un progetto estremista individuale, questi aspetti, che per gli amorali e i criminali, possono essere secondari o inutili, ma che servono per colpire più a fondo, senza che l’occhio umano abbia riconosciuto dei tratti non comuni di attenzione.

Nella lenta e liquefatta come solida e frenetica vita comune, si deve essere “comuni”, sfruttare appieno, la passione per il “ciocco”, ma attraverso una sicura e decisa strategia, per non farsi puntare,cosicché, il bar, questo bar dove sono stato, è un buon punto, per raccogliere impressioni e informazioni, per il mio obiettivo.

Questo è esclusivamente – d’altronde- il mio punto di vista individuale da nichilista criminale quale mi affermo.

Non ci sono limiti, e manco valori, non c’è un modo e un metodo per agire, come dove e quando, rispetto l’attacco criminale unicamente istintivo..

Mi metto lo smalto per unghie sui polpastrelli.

Devo e posso potere toccare le cose, con un esatto modo di muovere gli arti, senza renderli rigidi, e all’occasione visibile all’occhio comune.

L’occhio comune, la moderna visione delle cose, rende subito tutto sospetto, anche se in una cazzo giornata di freddo, hai un cappuccio di una felpa messa sopra la testa.

Questo deve far capire, all’amorale e criminale individualista, che il proprio progetto, ha bisogno, per continuare, di tanti elementi e tasselli utili, a far esplodere dalla pistola, il proiettile nel corpo di un uomo-moltitudine.

Proseguo attorno a quello che voglio carpire, e mi accorgo che un pallido sole, sta tramontando, blandendo vite che pensano di aver conquistato, oggi, qualunque cosa, ma non sanno, che potrebbero essere prede, e vittime delle loro certezze e sicurezze, senza nessun istinto, che possa fargli percepire, il fiato inumano di un amoralista criminale dietro di loro.

Ciocco il ciocco.

APPREZZAMENTO SENZA IDEALISMO

APRECIACÍON SIN IDEALISMOS

Noi tutti idealizziamo l’altro
Cosa fa quello
Che fa quell’altra
Cosa succede se lui pensa in questo modo
E se lei sarà come IO voglio

Noi tutti idealizziamo gli altri
Ora dimmi cos’è questo, se non egoismo?
Mi piacerebbe vederti con qualcuno che non ti soddisfa
Mi piacerebbe vederti non pensare a te stesso

La cosa fastidiosa è idealizzare l’altra per sempre
Dunque, ci dimentichiamo di noi stessi
Sembra che siamo stati sconfitti da vecchi ismi
La cosa giusta è affrontare l’ideale con il reale

Solo per così trarre conclusioni corrette
Ed essere uno e un altra volta più di uno
Se sto con te è perché ti apprezzo senza idealizzare
Ma perché affronti la realtà

Se sto con te è perché mi interessa
E mi importa perché so che ti importa
Quale migliore relazione, se non quella basata sul reciproco egoismo
Perciò, sappiamo di dover preoccuparci solo di noi stessi

Che bello sarebbe avere migliaia di “amici”
Se solo loro fossero entità idealizzate
Se fanno solo ciò che pensiamo possano fare
E non quello che è la realtà indiscutibile

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