NELL’IMMAGINE DEL MERIGGIO

Il concetto dell’eterno ritorno è un concetto che, come noto, è stato sviluppato dal pensiero arcaico e ripreso successivamente – ma in una formula sostanzialmente metaforica – da Nietzsche.

Mircea Eliade ha indagato a lungo gli aspetti rilevanti della mentalità arcaica, ponendo in luce la centralità giocata, in quest’ultima, da un modello ciclico di temporalità. Poiché il mondo terrestre sarebbe una creazione o, in alternativa, un’emanazione operata da una o più divinità che continuerebbero a presiedere al dispiegarsi dei fenomeni, il senso della nostra realtà risiederebbe in questa azione di forze al contempo superiori e immanenti il mondo umano. La temporalità ciclica che presiede il disporsi di ogni evento naturale sarebbe una conseguenza di questo costante esercizio di governo del cosmo da parte delle forze divine: detto altrimenti, ogni civiltà rurale tenderebbe a inscrivere la natura in un ordine fissato, stabilito e scandito nel sempiterno ripetersi dei ritmi naturali (e divini), ordine che avrebbe al contempo offerto uno schema interpretativo di ogni accadimento. La teoria dell’eterno ritorno dell’uguale individuerebbe la reale struttura ontologica del cosmo, destinata a perpetuarsi nel ripetersi periodicamente in modo sempre uguale: detto altrimenti, in analogia con fenomeni biologici e naturali osservabili, ipotizza una struttura ciclica della temporalità del mondo, le cui vicende sarebbero destinate a ripetersi ciclicamente uguali a se stesse al termine di un periodo prefissato, denominato Grande Anno.

Il concetto dell’eterno ritorno dell’eguale, quale è sviluppato nel pensiero di Nietzsche, riattualizza, ma a livello metaforico, questa intuizione.

Ho già messo in luce, nel precedente contributo, una possibile emergenza in età giovanile del concetto nietzscheiano dell’eterno ritorno dell’eguale. Sulla scorta della lettura datane da Heidegger – ma con un atteggiamento maggiormente prudenziale, soprattutto dettato dal rifiuto della categoria storiografica della prefigurazione – avevo, infatti, accostato il pensiero di chiusura della breve autobiografia del 18 settembre 1863 (La mia vita) all’aforisma 56 di Al di là del bene e del male. «Così l’uomo crescendo si libera di tutto quanto un tempo lo teneva avvinto; non occorre che spezzi i ceppi, questi cadono da soli, inaspettatamente, quando un dio lo comanda; e dov’è il cerchio che alla fine lo stringerà? È il mondo? È Dio»: questa la chiusa dell’autobiografia; mentre nel testo tardo Nietzsche offre parole forse analoghe, parlando dell’ideale

(…) dell’uomo più sfrenato, più esuberante, dell’uomo che con il maggiore entusiasmo dice di sì al mondo, che non ha appreso unicamente la rassegnazione e la sopportazione verso ciò che è stato e che è, ma vuole riavere tutto questo nuovamente e in eterno così come è stato e come è, gridando senza posa «da capo» non soltanto a se stesso, ma a tutto il drammatico spettacolo della vita, e non soltanto ad uno spettacolo, ma, in fondo, a colui che ha appunto bisogno di questo spettacolo, – e lo rende necessario: poiché egli ha sempre nuovamente bisogno se stesso – e si rende necessario. Ma come? E questo non sarebbe forse – circulus vitiosus deus?

Se è il pensiero dell’eterno ritorno dell’eguale ad essere evocato in entrambi i testi potrebbe non essere poi così essenziale, come invece sembrava ritenere Heidegger: tra i due momenti della riflessione nietzscheiana vi è tutto un percorso appunto di emergenza e di chiarificazione della propria traiettoria che incide inevitabilmente anche su questo concetto. Infatti, come già detto nel precedente intervento, nel primo dei due testi esaminati il termine cerchio non rinvia forse ancora a quella dimensione di trasvalutazione di tutti i valori essenziale al dispiegarsi della dimensione esistenziale dell’eterno ritorno dell’eguale e propria dell’oltreuomo. Qui è ancora una dimensione divina – ovvero morale e metafisica – a chiudere questa circolarità e a renderla possibile. Il senso dell’accadere esistenziale rimanda ancora ad un piano trascendente che sarà assolutamente alieno alla compiuta elaborazione del concetto dell’eterno ritorno dell’uguale: là, infatti, la pienezza di senso si appoggerà ad un’altra immagine, qual è quella del meriggio, nella quale ogni angoscia dinnanzi alla dimensione tragica del mondo sarà placata nella sua stessa contemplazione e compenetrazione. Nell’immagine del meriggio è assorbita proprio la concettualizzazione nietzscheiana dell’eterno ritorno, immagine nella quale il dolore tragico dell’esistente e dell’esistenza è già-da-sempre connesso ed accolto nel piacere che accompagna comunque questo stesso esistente e questa stessa esistenza, come reciproca condizione dello stesso darsi di quest’ultima e del suo infinito potenziamento: «E il grande meriggio è: quando l’uomo sta al centro del suo cammino tra l’animale e il superuomo, e celebra il suo avviarsi alla sera come la sua speranza più elevata: giacché quella è la via verso un nuovo mattino».

Il grande meriggio sintetizza l’intuizione nietzscheiana che presiede anche l’eterno ritorno dell’eguale: dinnanzi alla morte si dispiega come co-presente la speranza della nuova vita, come decisione a volersi sempre di nuovo, come decidersi e di un decidersi che utilizza come criterio di scelta appunto la metafora dell’eterno ritorno, criterio immanente al piano della realtà vissuta. Dinnanzi alla morte si apre la decisione come dimensione propria dell’oltreuomo:

Il gioco del creare non è più soltanto innocenza, ma oblio e ricominciamento reso possibile dal quel traboccare, da quella ex-stasis in cui lo spirito riguadagna a sé, con se stesso, tutte le cose del suo sì. Questo pretendersi oltre di sé, nel ricominciamento, (…) costituisce la base concettuale necessaria per intendere il valore della parola Übermut nella quale si adombra una coincidenza estatica dell’Io voglio nell’Io sono.

(…) È così affermata la trascendenza dell’ uomo-orizzonte, del xósmos-anthropos, del circoscrivente-circoscritto, sul nulla .

L’eterno ritorno dell’eguale è proprio il farsi carico di questo peso, del peso più grande, come esposto nel notissimo aforisma 341 della Gaia scienza, frutto di quell’esperienza che colse Nietzsche a Sils-Maria nell’estate del 1881 e che occorre riportare per esteso:

Che accadrebbe se, un giorno o una notte, un demone strisciasse furtivo nella più solitaria della tua solitudine e ti dicesse: «Questa vita, come tu ora la vivi e l’hai vissuta, dovrai viverla ancora una volta e ancora innumerevoli volte, e non ci sarà in essa mai niente di nuovo, ma ogni dolore e ogni piacere e ogni pensiero e sospiro, e ogni indicibilmente piccola e grande cosa della tua vita dovrà fare ritorno a te, e tutte nella stessa sequenza e successione – e così pure questo ragno e questo lume di luna tra i rami e così pure questo attimo e io stesso. L’eterna clessidra dell’esistenza viene sempre di nuovo capovolta e tu con essa, granello della polvere!». Non ti rovesceresti a terra digrignando i denti e maledicendo il demone che così ha parlato? Oppure hai forse vissuto una volta un attimo immenso, in cui questa sarebbe stata la tua risposta: «Tu sei un dio e mai intesi cosa più divina»? Se quel pensiero ti prendesse in suo potere, a te, quale sei ora, farebbe subire una metamorfosi, e forse ti stritolerebbe; la domanda per qualsiasi cosa: «Vuoi tu questo ancora una volta e ancora innumerevoli volte?» graverebbe sul tuo agire come il peso più grande! Oppure, quanto dovresti amare te stesso e la vita, per non desiderare più alcun’altra cosa che questa ultima eterna sanzione, questo suggello?

L’eterno ritorno, dunque, come la metafora decisiva del dispositivo istitutivo dell’oltreuomo nietzscheiano, l’uomo che si è portato al di là di ogni metafisica, di ogni valore dato da sempre e per sempre. La scelta, il decidere di sé non è più affidato ad un quadro valoriale di riferimento che fonda la propria garanzia e le proprie pretese normative su di un piano di trascendentalità. La morte di dio, come oltrepassamento di ogni fondamento metafisico, apre all’uomo nuovo, all’uomo che si è portato anch’egli oltre la dimensione umana soggiogata e sottomessa alla metafisica – appunto l’oltre-uomo – un campo incondizionato d’azione. La scelta ricade, come il peso più grande, totalmente sulle sue spalle, non potendo più contare su quella tutela che la stessa metafisica comunque garantiva alle scelte precedenti: dinnanzi a questo fardello l’uomo nuovo può dare spessore alla propria esistenza, a ciascun attimo di essa, proprio legando in modo immaginifico questo attimo con l’eternità. La finzione che governa questa scelta – fingere che quello che è scelto in ciascun attimo vada a lastricare un percorso che saremo destinati a ripetere passo dopo passo, quando saremo chiamati dall’eterno ritorno dell’eguale a rivivere la nostra vita, così come l’abbiamo scelta, all’infinito – istituisce uno spazio di libertà e di responsabilità soggettiva assoluto: è questa, appunto, la sfida del peso più grande. Si è in grado di scegliere la nostra esistenza, in modo assolutamente libero, autonomo, responsabile, sapendo che questa scelta ricadrà totalmente su di noi, che non potremo mai e poi mai giustificarla richiamandoci a un valore, una dottrina, un dogma, una fede o una ideologia, appellandoci alle esigenze di partito e all’obbedienza della gerarchia? Questa è la sfida dell’eterno ritorno dell’eguale per istituire una nuova soggettività, altra rispetto a quelle fino ad ora sperimentate.

In questa immagine, quella appunto dell’eterno ritorno dell’eguale, si dispiega forse il sogno del Nietzsche ancora giovanile che, in una lettera all’amico Carl von Gersdorff, da Naumburg, del 7 aprile 1866, così descrive l’impressione in lui suscitata dall’essere stato sorpreso in montagna da un temporale: «Cos’era mai l’uomo per me, con la sua volontà mai placata! Cos’era per me l’eterno «tu devi» e «tu non devi»! Quanto diversi il lampo, la bufera, la grandine, forze libere, senza etica! Come sono felici, come sono forti – volontà pura, non inquinata dall’intelletto!». L’eterno ritorno dell’eguale come promessa per un nuovo grande meriggio dell’uomo, nel quale riassaporare questa pienezza di libertà, quale fondamento istitutivo e costitutivo della propria esistenza, e nella quale ogni aspetto dell’essere umano – anche le componenti più tremende e denigrate – possa essere riaccolto come propriamente umano. Ricade sulla responsabilità delle scelte di ogni uomo, o meglio di ogni oltreuomo, il governo di queste componenti, l’attuazione o meno di queste, l’integrarle nel proprio vivere quotidiano: il come farle diventare parte della propria persona, del proprio essere, poiché «L’uomo, nelle sue capacità più alte e più nobili, è completamente natura, e porta in sé l’inquietante duplice carattere di essa. Le sue abitudini più terribili, che vengono considerate come non umane, sono forse proprio il terreno fecondo, onde soltanto può sorgere ogni umanità, nei moti dell’anima, nelle azioni e nelle opere».

Notano Gilles Deleuze e Felix Guattari, a suggello quasi di quanto fino a qui affermato e sulla scorta dell’analisi di Pierre Klossowski, come la soggettività e la presenza di sé in Nietzsche siano offerte in modo peculiare dal dispositivo dell’eterno ritorno dell’eguale:

Au centre il y a la machine du désir, la machine célibataire de l’éternel retur. Sujet résiduel de la machine, le sujet-nietzschéen rire une prime euphorique (Voluptas) de tout ce qu’elle fait tournee, et que le lecteur avait cru être seulement l’œuvre en fragment de Nietzsche .

Il c’est moi di Nietzsche appare come un prodotto residuale della sua storicità, delle frammentarie macchine produttrici di desiderio: ecco, forse, anche il senso specifico del frammentario autobiografismo nietzscheiano.

L’effetto che l’eterno ritorno dell’eguale dovrebbe produrre nel soggetto è una accettazione totale di sé, della propria esistenza e di ogni attimo che ha contribuito a costituirla, anche nella sua frammentarietà, nell’esplosione della pretesa di ogni metafisica certezza di sé, della propria unità sostanziale (nel senso aristotelisco-scolastico del termine). È, in tale senso, non solamente un dire sì alla vita, ma anche un dire sì alla propria storia, un accettare la propria storia come portatrice della propria identità. È, del resto, una dinamica che lo stesso Duccio Demetrio, in un suo notissimo libro, dedicato alle dinamiche terapeutiche del racconto autobiografico, rilevava come uno dei meccanismi cardine del pensiero autobiografico. Centrale nel percorso autobiografico appare, infatti, il far sentire come inevitabilmente propria la storia passata di una persona: «(…) ora quella storia è ciò che è. E si tratta di cercare di amarla poiché la nostra storia di vita è il primo e ultimo amore che ci è dato in sorte ». Toni forse poetici, ma che nel loro contenuto suscitano un accostamento con la posizione di Friedrich Nietzsche circa la relazione che inevitabilmente occorre sviluppare con il proprio passato: questo passato, proprio perché è tale, deve essere accettato. Su di esso nulla può più l’uomo, nulla può più chi l’ha vissuto poiché su di esso non ha più alcuna volontà, alcun potere. Non possiamo volere e deliberare su qualcosa di passato. Dice ancora Demetrio: «Ci prendiamo appunto in carico (…) e ci assumiamo la responsabilità di tutto ciò che siamo stati o abbiamo fatto e, a questo punto, non possiamo che accettare».

Questo non deve implicare – ma su questo aspetto già ci soffermammo in un precedente contributo – l’illusione che l’autobiografia possa fungere da processo di accettazione del proprio passato tramite la sua evacuazione: nel racconto ne prendo le distanze e, dunque, mi libero finalmente del mio passato, secondo un tipico processo che psicoanaliticamente potremmo individuare come di rimozione e quindi non di autentica e piena accettazione. Come scrissi in quella occasione, è il rischio di considerare l’autobiografia come capace di produrre un fantasmatico punto zero nella propria esistenza, a partire dal quale poter ricominciare ogni cosa, ogni attività, ogni esperienza da uno stato virginale e immacolato, privo di ripensamenti, dubbi, inquietudini provenienti, per l’appunto, dal proprio passato. Il punto zero è il prendere le distanze dal passato, liberandosene nell’istante in cui si rapprende la sua ricapitolazione, la conclusione della sua ricostruzione autobiografica. Nuovamente con le parole di Demetrio: «Il dimenticare è un dimenticarsi, l’obliare è una sorta di “peccato” originario che si rinnova in ogni essere umano: è perdita di ogni coscienza, di ogni legame con gli altri (gli antenati, i contemporanei, i discendenti), è impotenza del conoscere, del fare, del creare». Ma se l’autobiografia vuole essere un viaggio formativo, non può correre il rischio di scivolare in questo perverso meccanismo rimuovente. Qui viceversa abbiamo a che fare con la volontà di potenza: la scelta che la attua può dispiegarsi solamente verso il presente e, ovviamente, il futuro, dei quali l’oltreuomo devi farsi carico e sopportarne, come detto, il peso più grande. Nell’aprire alla decisione che l’oltreuomo prende nel qui ed ora il passato è invece riassorbito e accolto come quella parte di se sulla quale – inevitabilmente – ogni decisione non può più essere presa e che pertanto non può più costituire per noi alcun peso. Ad essa si può guardare con distacco, serenità: con leggerezza. Non può più fare paura perché nei suoi confronti non vi è più alcuna angosciosa decisione che si possa prendere.

In questo percorso, in questo nuovo sguardo autobiografico cui l’eterno ritorno e il grande meriggio aprono, e che si configura, per quanto detto, non come percorso di rimozione, ma forse neppure di bilancio, si delinea anche l’emergenza di una pluralità di soggetti alberganti in ciascun essere, una pluralità di io che rimanda a quanto scritto da Nietzsche o anche da Hermann Hesse e sul quale tornerò oltre: «La tregua non pretende di cancellare i conflitti; è uno spazio-tempo di contrattazione (un bilancio, se qualcuno preferisce), di negoziazione tra i molti ii, durante il quale l’eccellere del nostro io tessitore riconosce a tutti legittimità». Ma questo ad una condizione: «Del resto, una vera tregua autobiografica ci invita all’assoluta sincerità con noi stessi (…)». Solamente questa sincerità – che è resa possibile dallo sguardo distaccato del quale parlavo poc’anzi – consente l’emergenza delle componenti più oscure, più remote, meno edificanti: della pluralità che ci compone e che noi tutti siamo.

Scriveva, a riguardo della possibilità di essere sinceri verso se stessi, lo stesso Nietzsche, in un appunto nel quaderno P I 7 b, p. 120 (primavera- autunno 1868) e intitolato Osservazione di sé:

Essa inganna.
Conosci te stesso.
Nell’azione, non nella contemplazione.
Chi si misura su un ideale impara a conoscere se stesso solo nelle sue debolezze. Ma anche i gradi di queste debolezze gli restano oscuri.
L’osservazione è di ostacolo all’energia: essa disgrega e frantuma.
L’istinto è la cosa migliore.
L’osservazione di sé è un’arma contro influenze esterne.
L’osservazione di sé è una malattia dello sviluppo.
Le nostre azioni devono essere inconsce.

È forse proprio il tentativo di superare queste incongruenze giovanili che deve essere interpretata l’elaborazione della metafora dell’eterno ritorno dell’eguale: ossia nel tentativo di riacquisire, come visto, una nuova pienezza per la propria esistenza (il grande meriggio) e nella quale poter agire come inconsciamente, nel senso di agire ponendosi al di là di ogni sovradeterminazione di ordine metafisico, quali quelle che si concretizzano nella stessa etica popolare e contro la quale Nietzsche si scaglia in un altro frammento di poco successivo al precedente. «Un’etica popolare vuole perciò, nell’interesse comune, reprime quanto più è possibile le manifestazioni cattive; un’impresa molto simile a una azione di polizia» . Utilizzando una categoria propria del pensiero di Michel Foucault, si potrebbe dire che Nietzsche coglie in questo passo addirittura il potere disciplinare che caratterizza l’incidenza dell’etica popolare (nonché della religione) sulla strutturazione delle personalità: l’eterno ritorno dell’eguale, unitamente alla figura del grande meriggio, possono essere letti, di conseguenza, come contro strategie elaborate da Nietzsche per liberare il soggetto proprio da questo potere disciplinare che attraversa ogni aspetto di una realtà governata ancora dalla religione e dalla metafisica.

L’INTUIZIONE NIETZSCHIANA DELLA REALTÀ POLITICA

Il pensiero di Nietzsche riguarda le necessità di base e sempre quelle delle relazioni umane, in particolare lo stato, la guerra e la pace, quindi l’attuale situazione politica, la democrazia europea. Non è la determinazione concreta del contenuto particolare che è essenziale per questo pensiero, ma la grande intuizione in quanto tale, da cui risulta la direzione presa dalla “grande politica”.

Le necessità primarie che dominano tutte le relazioni umane

I limiti che racchiudono l’esistenza umana, nello stesso tempo in cui gli conferiscono l’esistenza, sono la necessità del governo da parte di un’autorità sovrana, cioè lo stato e, inoltre, la guerra e la pace. nello stato di possibilità continua. Nietzsche parla raramente del significato dello stato e della guerra nella loro forma specificamente storica, e della loro trasformazione così come della loro azione decisiva sulle costellazioni storiche. È più vero dire che, quando filosofeggia, che ha essenzialmente la visione del limite che noi siamo.

Lo stato: quello che è il principio dello stato, costituisce la realtà essenziale di una forza distruttiva per Nietzsche. Ma senza di essa, non esiste la società umana e gli individui creativi. “Sono solo ganci d’acciaio dello stato che stringono le grandi masse l’una contro l’altra, così che … la società deve differenziarsi in una costruzione a piramide”. Di conseguenza, lo stato si basa su una necessità umana, che viene imposta anche interiormente. Nonostante il suo potere, che misura la vita, è accettato come una buona cosa. Quindi tutta la storia insegna non solo “quanto i piccoli subordinati si preoccupino poco dell’origine orribile dello stato, ma anche della dedizione entusiastica ad esso, quando i cuori si aprono involontariamente alla magia dello stato nella sua formazione, con il presentimento di un’intenzione invisibilmente profonda … anche se lo stato è considerato ardentemente come la fine e il culmine dei sacrifici e dei doveri dell’individuo “.

Interrogandosi sull’azione che questa condizione di vita esercita sull’uomo, Nietzsche vuole illuminare il significato e il valore dello stato. Vede in esso il potere che contraddistingue l’uomo, la gente e la cultura.

C’è cultura solo dello stato. Ciò, tuttavia, non può esistere senza una schiavitù soddisfatta e senza le condizioni che danno vita allo stato, è “l’avvoltoio che mangia il fegato di chi usa il metodo di Prometeo “. Sfidare queste condizioni significherebbe sfidare la stessa civilizzazione. Solo lo stato dà una durata alle situazioni umane. Se si deve riniziare continuamente, nessuna civilizzazione può crescere. Inoltre, “il grande oggetto dell’arte dello stato deve essere la durata; compensa qualsiasi altro obiettivo, perché ha più valore della libertà “. La situazione attuale, dove nulla è proiettato a lungo termine, è per Nietzsche un segno di uno stato di debolezza. La rovinosa differenza tra “la nostra vita agitata di effimeri e la tranquillità a lungo termine delle epoche metafisiche” significa che l’individuo non riceve alcun impulso abbastanza forte da costruire istituzioni solide, stabilite nel corso dei secoli.

Nella necessaria realtà dello stato, Nietzsche mostra allo stesso tempo il pericolo. Se lo stato si distacca dalle fondamenta creative, diventa il potere che distrugge la vera anima dell’uomo livellandola. Quando, glorificandolo come tale, Nietzsche chiama lo stato il nuovo idolo; vede in esso il nemico di ciò che il vero stato deve permettere e produrre: il popolo, la cultura, l’uomo come individuo creativo.

Lo stato che ribalta il suo obiettivo diventa prima la “morte dei popoli”. “Il più freddo di tutti i mostri, giace freddamente. Io, lo stato, sono la gente. Se la gente non vive nello stato, allora la massa comanda: “Troppi uomini vengono al mondo: lo stato è stato inventato per coloro che sono superflui”.

Lo stato che non raggiunge il suo obiettivo diventa, in secondo luogo, il nemico della cultura. Quando vede nello stato moderno lo strumento di forza non creativo e del troppo potere della massa del “superfluo”, Nietzsche si oppone alla glorificazione dello stato che lo ha ispirato alla cultura greca, perché nato da questo: “Uno stato civile è solo un’idea moderna … Tutte le grandi epoche sono momenti di decadenza politica: ciò che è stato culturalmente grande è stato non politico: e persino anti-politico. Il cuore di Goethe si è aperto al fenomeno di Napoleone – ha chiuso le guerre di indipendenza “. “La cultura è indebitata nient’altro che in tempi politicamente deboli”.

Terzo, lo stato diventa deleterio per l’individuo. È un’organizzazione abile per la protezione degli individui, dell’uno contro l’altro: se si esagera, nobilitando lo stato, l’individuo sarà indebolito, anche dissolto, in modo che lo scopo originale dello stato venga distrutto nel modo più radicale “. “Dove finisce lo stato, inizia solo l’uomo che non è superfluo, inizia il canto della necessità, la melodia unica e insostituibile”.

Nietzsche riduce nel modo più estremo il valore dello stato: “L’azione con cui un uomo si sacrifica per lo stato, per non diventare un traditore del suo ideale, è forse la massima realizzazione che giustifica tutta la realtà di questo stato agli occhi dei posteri “.

Nonostante tutto ciò di discutibile nelle particolari manifestazioni dello stato, Nietzsche conserva lo stato come limite della realtà umana e la sua grandezza. Per gli uomini più nobili lo stato ha avuto un immagine migliore, perché? Non sono le opinioni della prudenza, ma gli impulsi dell’eroismo che hanno prevalso nella nascita dello stato: la convinzione che esista qualcosa di più elevato della sovranità dell’individuo. Porta “a venerare la razza e gli anziani … a rispettare i morti … a ciò che è spiritualmente superiore e vittorioso: la gioia di non incontrare il proprio modello di persona”.

In questo, quindi, dove è il principio del movimento del popolo, della possibilità di civilizzazione e degli individui creativi, che lo stato è per Nietzsche, il benvenuto. Ma dove consolida la massa e la mediocrità, dove non si congiunge più a uomini insostituibili, ma solo al “superfluo” per quanto è sostituibile, Nietzsche lo rifiuta come corruzione dell’uomo.

A questa dualità di aspetto dello stato corrispondono, secondo Nietzsche, due significati della parola esatta. Il diritto è sempre “volontà di eternità, una relazione di potere che è esattamente attuale”. Ma questa relazione di potere può essere il dominio dei desideri medi che cercano la legge solo per assicurare loro la realtà. Finché si è in questa relazione, il diritto si trasforma in leggi che si accumulano all’infinito. Può anche accadere che la relazione di potere, che è il principio della legge, cerchi di stabilire il dominio della parte nobile dell’umanità. Quindi il diritto diventa il consolidamento di una gerarchia di creatori. Se nel primo caso il legislatore non è altro che un potere legislativo impersonale, diventa, nel secondo caso, nessuno, e quindi più di una legge. La ragione della punizione è anche essenzialmente diversa: nel primo caso, è un atto di utilità (vendetta, mezzo di intimidazione, miglioramento) a beneficio della società o del criminale; nel secondo caso, la punizione procede dal desiderio di formare e diventa un’immagine del vero uomo, la norma del diritto. “La società deve presupporre che rappresenti il più alto tipo di uomo e ne tragga il diritto di combattere tutto ciò che è ostile ad esso e ciò che è di per sé ostile”.

Qualunque sia il modo in cui lo stato appare a Nietzsche, non glorifica lo stato stesso, ma vede senza illusioni la realtà di esso e il suo significato come una funzione grazie alla quale l’uomo può essere elevato o livellato. Il requisito che impone, di servire il significato ultimo dell’uomo e le sue possibilità creative, diventa un criterio per valutare le realtà dello stato.

Guerra e pace: Nietzsche considera la guerra, secondo la quale, nella propria realtà inevitabile limita l’uomo (distruzione e allo stesso tempo condizione). La guerra è peculiare allo stato come l’autorità suprema del corso degli eventi. Nascita e rinascita. Senza guerra lo stato scompare. La guerra e la possibilità della guerra risvegliano la sensazione dello stato del suo torpore. Il giovane Nietzsche esprimeva già questo: “la guerra è una necessità per lo stato, così come lo schiavo per la società” e in seguito Nietzsche ripete: “La vita è una conseguenza della guerra, la società stessa, un mezzo per la guerra “.

Ma Nietzsche non è un nemico della pace o il glorificatore della guerra. La sua onestà non può assumere una posizione definitiva – come se un limite noto della nostra esistenza fosse soggetto al nostro giudizio e alla nostra legislazione.

Anche Nietzsche approfondisce l’idea di pace. Ma la pace di Nietzsche ha un carattere diverso dal pensiero pacifista che vuole raggiungere la pace con la preminenza degli eserciti, cioè con la forza, o raggiungerla con una graduale smobilitazione. A tutte queste utopie, si oppone a un’altra utopia: “Potrebbe essere un grande giorno in cui un popolo che si è distinto in guerra e in pace … esclama liberamente: spezziamo la spada. Per rendersi innocui, mentre uno era il più armato, e questo, basandosi sulla grandezza del sentimento, è il mezzo della vera pace. I nostri rappresentanti del popolo penetrati dal liberalismo sono carenti, come sappiamo da tempo nel riflettere sulla natura dell’uomo. Altrimenti saprebbero che stanno lavorando invano, quando lavorano per una graduale riduzione degli aggravi militari “.

Questa idea eroica di pace è radicalmente diversa da ogni pacifismo. Si occupa di tutto ciò che è essenziale nell’atteggiamento dell’uomo. È lontana dall’idea di Kant di pace eterna. Secondo questa idea, le precise condizioni della possibilità di pace si sviluppano attraverso i principi della ragione. Entrambi (Kant e Nietzsche) non pensano alle possibilità dirette di una vera politica, ma illuminano un requisito intellettuale. Fino alla fine, Nietzsche non ha rifiutato l’idea di pace, anche se fosse stata solo una possibilità. Se è seria, questa idea non può in alcun modo cercare, afferma chiaramente Nietzsche, di realizzare se stessa con la forza o solo di voler combattere in qualsiasi ambito usando la forza. Prevede “un partito di pace” che, senza sentimentalismo, non solo difende se stesso e i suoi figli dalla guerra, ma respinge qualsiasi percorso in cui possa apparire un possibile uso della forza e quindi si difende per servire come i tribunali. Questo partito non vuole assolutamente combattere. Poiché è onesto, non è indifeso, ma a causa dell’elevazione del suo essere, rinuncia alla forza, non conosce risentimento, quindi si oppone a qualsiasi sentimento di vendetta e qualsiasi risentimento. Poiché in sostanza è assolutamente estraneo al solito comportamento dell’uomo, questo partito “evocherà infallibilmente contro di lui la lotta, l’opposizione, la persecuzione; una festa degli oppressi, almeno per qualche tempo; poi la grande festa. “

Ma, nel partito per la pace, Nietzsche si oppone immediatamente al partito emergente della guerra, che, agendo nella direzione opposta con una conseguenza altrettanto spietata, onora in pace lo strumento delle nuove guerre; Nietzsche non vede la situazione limite della condizione umana e non ignora spontaneamente la realtà esistente.

La necessità delle guerre risulta innanzitutto dal punto di vista psicologico della tendenza dell’uomo all’estremo: “Oggi le guerre sono le più grandi eccitazioni immaginate, ora che tutti le estasi e gli allarmi cristiani sono finiti. I pericolosi viaggi di esplorazione, le traversate, le scalate sono i sostituti non detti della guerra. Sembra inevitabile per Nietzsche che l’oscura pressione esercitata sull’uomo dia luogo a guerre, se deve preservare le sue possibilità di sopravvivenza. “È inutile aspettare ancora l’entusiasmo dell’umanità, se non ha appreso a fare la guerra”. Si apprezzerà che “un’umanità di così alta cultura, e quindi stanca com’è l’Europa oggi, ha bisogno non solo di guerre, ma anche di quelle più terribili – dai ritorni momentanei in Europa. Barbarie: non consumarsi in mezzo alla civilizzazione, al progresso e all’esistenza “.

Le affermazioni rinomate di Zarathustra sulla vita pericolosa hanno la loro origine nei sentimenti filosofici primitivi: “E se non puoi essere i santi della conoscenza, sii almeno i guerrieri … Tu dici che è la buona causa che santifica ogni causa … Quindi vivi la tua vita di obbedienza e guerra! Cosa conta la vita? Che un guerriero vuole essere risparmiato. Ma chiunque (come il santo della conoscenza) non fa la guerra, deve tuttavia “imparare da essa, portare la morte vicino agli interessi per i quali si combatte, che ci rende rispettabili”.

Tuttavia, Nietzsche non cerca di glorificare la guerra in quanto tale. La guerra, come la natura, è indifferente al valore dell’individuo. Si può dire che è a suo svantaggio “che rende il conquistatore stupido, il malvagio sconfitto, a suo favore che, con queste due trasformazioni di cui abbiamo appena parlato, introduce la barbarie e quindi lo riporta alla natura: è per il bene della civilizzazione, è torpore o svernamento, l’uomo esce più forte per il bene e il male “.

Queste concezioni sono progetti limite e non si lasciano ingannare dalla condizione e dall’origine di una vita reale. Nietzsche va a quello che ha sollecitato e agli ultimi atteggiamenti, senza abbandonare le fondamenta da cui si sviluppano in possibilità opposte. Il suo pensiero viene ripristinato nel movimento attraverso tutte le possibilità. Esso perde il suo significato non appena i pensieri particolari vengono colti nel loro isolamento. È solo la totalità delle possibilità che mostra la figura dell’essere-là, così che il suo sguardo costringe alla grandezza dell’intuizione, alla profondità dell’incontro, alla scelta entusiastica di ciò che Nietzsche chiama grande politica.

La situazione politica attuale (la democrazia)

Stato, guerra e pace possono storicamente subire trasformazioni indefinite nelle loro forme. Che tutte le relazioni umane siano un continuo divenire, rende tutto il presente un passaggio. Per Nietzsche, il suo tempo era un momento decisivo per la storia universale, un tempo che va per millenni; è la fine di tutta la storia precedente e il possibile inizio di una nuova storia. Guardando il momento attuale, vede, per così dire, la situazione; La democrazia gli sembra circondare tutto, determinare tutto. Solo esso può produrre il terreno dove cresceranno le forme future. È la realtà politica che appare dopo la rivoluzione francese. Secondo il primo riconoscimento di Tocqueville in tutta la sua portata: “La democratizzazione dell’Europa è inevitabile”. Chiunque si oppone può farlo solo con i mezzi che il pensiero democratico porta, quindi facendo avanzare la democratizzazione stessa. Le azioni politiche dirette contro questo, servono solo a promuovere la democrazia. La democrazia è l’inevitabilità che minaccia tutto ciò che rimane nella propria radice.

Ciò che la democrazia è, in larga misura rimane incerto. Nietzsche non prevede nessuna delle forme di costituzione, nessuna teoria o dottrina politica. Questa non è la teoria della volontà del popolo, che è imposta dalla democrazia, la stessa volontà del popolo è sfuggente e determinata solo dalla forma in cui raggiunge il dominio, questo a sua volta segna la sua impronta. Se si vuole vedere l’espressione della democrazia nel diritto di voto generale con cui la maggioranza ha la decisione finale sul benessere di tutti, Nietzsche risponde che la fondazione di questo diritto non può essere la maggioranza, perché il dominio è basato su di esso. È l’unanimità di tutti coloro che manifestano la volontà di sottomettersi alla maggioranza. “Ecco perché la contraddizione di una piccolissima minoranza è già sufficiente per rendere impraticabile il suffragio universale: e la non partecipazione a un voto è proprio una di queste contraddizioni che rovesciano l’intero sistema elettorale”. Riflessioni che spesso si fanno di questo tipo e di altri tipi, per Nietzsche sono totalmente superficiali. Ciò che intende per democrazia è piuttosto un processo che termina in profondità. Primo, lo stato e la forma di governo sono stati per un millennio e mezzo le norme della religione cristiana, che determinano ancora gli obiettivi del movimento democratico, sebbene siano formalmente rifiutati come obiettivi religiosi. In secondo luogo, con l’agonia della fede cristiana, lo stato e il governo devono ora fare a meno della religione.

L’origine cristiana spiega l’istinto fondamentale che Nietzsche crede di riconoscere in tutte le manifestazioni della democrazia europea. Mentre in Grecia l’uomo ha avuto il più grande sviluppo, l’abuso del potere fatto da Roma ha portato i deboli alla rivolta con successo nel cristianesimo. Come risultato di questa rivoluzione, la storia europea di Nietzsche divenne la vittoria sempre ripetuta dei deboli, la continua rivoluzione della plebe e degli schiavi, una rivoluzione che spingeva per la vittoria finale della democrazia e del socialismo.

Da parte sua, l’agonia già iniziata della fede cristiana dà il via al movimento democratico attraverso il quale, ora, le masse governano e vogliono essere governate senza religione. Nietzsche abbozza l’immagine di questo evento; è realizzato attraverso vari cambiamenti e trasformazioni.

Governare è stato reso possibile e duraturo perché, in tempi di miseria e sfiducia, ha soddisfatto il sentimento, liberando il governo e la religione da ogni accusa, proteggendo l’unità dei sentimenti della gente. Anche quando la religione inizia ad avvizzire, le fondamenta dello stato vengono scosse. Allora le spinte democratiche – sono essenzialmente un cristianesimo secolarizzato – diventano dominanti. Ma cadendo sotto il potere di questi impulsi, il governo dello stato non è più un mistero, si impone solo come l’organo della volontà del popolo. Il governo non gode più alcuna sanzione religiosa. Dopo molti eventi emotivi e tentativi vani, la sfiducia di tutto ciò che governa è alla fine vittoriosa: “La morte dello stato, la furia della persona privata (sto attento a non dire: l’individuo) è la conseguenza del concetto democratico di stato. “La democrazia moderna è la forma storica della decadenza dello stato”.

Attraverso sempre nuove analisi e critiche, Nietzsche ha gettato una luce completa sulla totalità della situazione democratica, che è quella dei miscredenti, che vivono con le catene degli ideali cristiani, ideali che ora non sono più inclusi. Ma discute anche di partiti, come manifestazione essenziale della democrazia e dei due principali tipi di classi sociali che emergono.

Nel mondo democratico che sta diventando religioso, le classi stanno perdendo il loro significato. Nelle masse, sempre di più, emergono due gruppi determinati dall’esterno: quelli che possiedono e quelli che non possiedono, o i borghesi o i socialisti. Su questi due tipi Nietzsche si concentra essenzialmente su ciò che hanno in comune. Staccati dalla religione e senza il fondamento di un’esistenza creativa, sono per esso, nonostante tutto il loro potere attuale, un’apparenza che non ha futuro.

Non c’è nulla che giustifica realmente la condizione della borghesia. “Solo chi ha intelligenza, altrimenti la proprietà, è un pericolo pubblico. Poiché i ricchi non hanno personalità, è lo sforzo di possedere di più che diventa il contenuto della loro vita. Si adornano con la cultura e l’arte e risvegliano “l’invidia dei più poveri e degli analfabeti … perché la brutalità è sotto una lussuosa vernice con cui le ricche esibizioni dei suoi piaceri” civilizzati “evocano nei poveri l’idea che il denaro contenga l’importanza. L’unica arma contro il socialismo sarebbe: “Vivere se stessi in modo moderato e sobrio … e aiutare lo stato quando vuole imporre pesantemente tutto ciò che è lusso e superfluo. Non vuoi questi mezzi? Quindi, i ricchi borghesi che ti chiamano liberale, ammettilo a te stesso, è il tuo sentimento che trovi così terribile e così minaccioso tra i socialisti, ma nel tuo cuore gli concedi un posto indispensabile. Se non avessi questa fortuna … questo sentimento ti farebbe diventare socialista. “

Ai socialisti, Nietzsche rimprovera di avere lo stesso sentimento, ma in altre condizioni. Pensano solo alla pura realtà dell’uomo, non al suo rango. Quindi vogliono “creare passatempi per le nature volgari”.

Nietzsche cerca di trovare il principio che ispira questo socialismo. Secondo lui, il socialismo è cieco di “l’effettiva disuguaglianza degli uomini”. Anche “perché in effetti la media e la massa devono decidere, è la completa elaborazione della tirannia di chi ha il minimo valore ed è il più stupido”. Questa tirannia si esprime nella moralità del gregge “gli stessi diritti per tutti”, “le stesse esigenze di tutti”, “un gregge e un pastore”, “la pecorella è uguale alle pecore”. Alludendo alla sua origine, Nietzsche definisce l’ideale socialista “una maldestra incomprensione dell’ideale morale cristiano”.

Per quanto il socialismo cerchi di risolvere la questione del lavoro, Nietzsche dirige i suoi attacchi contro di essa perché è posto in maniera falsa. Nietzsche afferma rudemente: “Non vedo cosa si vuole fare con il lavoratore europeo, dopo averne fatto una istanza”. Nietzsche può porre la domanda solo nel modo seguente: come può l’uomo trovare soddisfazione in un compito attuale al momento? Chi è responsabile della disuguaglianza quando viene abolita la soppressione religiosa?

Secondo Nietzsche, la caratteristica decisiva fondamentale dell’era democratica è ciò che accade all’uomo. Vede la massa, la pressione di questa massa, come il “superfluo”, il livellamento monotono. Nietzsche, che dice: “Crei il concetto di popolo; quindi non puoi immaginarlo nobile e alto “, disprezza le masse. Chi spesso usa la parola gente mentre pensa alla massa, è facile da correggere.

Nella massa vengono distrutti gli uomini che, nel popolo, vengono a se stessi come individui e che allo stesso tempo producono il popolo attraverso il loro essere. Nella massa non c’è un sostanziale adempimento delle persone da parte degli individui. Diventano “uniformi”. Succede così necessariamente, questa è la sabbia dell’umanità: tutto molto uguale, molto piccolo, molto rotondo; molto conciliante, molto noioso “. L’era democratica respinge ogni tipo di uomo superiore. Gli uomini non possono più distinguere il rango. Gli insignificanti non credono più, come prima, nei santi e negli eroi della moralità, i borghesi non credono più, come prima, in un tipo più elevato di casta dominante, gli studiosi scientifici non credono più nel filosofo. Secondo esso, “la massa sembra meritare attenzione solo in tre punti di vista … come copie diffuse di grandi uomini … come resistenza ai grandi … si incontrano come strumenti del grande. Per il resto, che il diavolo e le statistiche li portano via. ” Perché la massa è ovunque; nelle persone colte come in quelle che non lo sono, in tutte le situazioni gli uomini non osano essere se stessi; perché, soprattutto, cercano conforto, consolazione, soddisfazione dei sensi; Nietzsche si aspetta che questo mondo democratico “cammini fino alla schiavitù spirituale finora sconosciuta”.

IL MONDO E LA SUA INTERPRETAZIONE II

All’interno di queste relazioni, il testo, in virtù della sua ambiguità, quasi non esiste: quindi, tende a perdersi nel criterio della verità dell’interpretazione. Da altri punti di vista, la domanda nietzscheana mira a liberare il testo autentico dall’interpretazione non reale, qualcosa che avviene quando Nietzsche vuole che l’uomo sia decifrato nella natura:

“Le numerose interpretazioni e significati accessori, per quanto frettolosi e fantastici, devono essere padroneggiati, con quello che è stato rivestito e dipinto come l’eterno messaggio fondamentale dell’homo natura”.

Quelli in disaccordo mostrano ciò che Nietzsche vuole cercare nel senso proprio. Un’interpretazione univoca potrebbe distorcere quella ricerca. L’esistenza data è un’esistenza che interpreta e viene interpretata: è pensata all’interno di un cerchio che sembra essere soppresso e ri-generato. L’esistenza è data non appena l’obiettività è soggettività: è sussistenza e, come tale, è costantemente superata; è indiscutibile e, incessantemente, interrogativo e problematica; è essere e non essere, essenza e apparenza. Il pensiero di Nietzsche non dovrebbe essere semplificato: il pensare non è il sé che si pone e crea il mondo; Né è il mondo, che è solo una rappresentazione di me.

Vale a dire: non è il mondo conosciuto, che ha una conoscenza di se stesso, come è successo con l’idealismo. Né il mondo è qualcosa di suscettibile di essere indagato, come pensa la spiegazione della critica della ragione. Di fronte a tutte le concezioni determinate di questa e di un’altra natura – che appaiono, nella loro totalità, nei modi di espressione di Nietzsche – il fondamento del loro pensiero è, piuttosto, nella pretesa di arrivare, attraverso tutto questi piani, al punto in cui io, insostituibilmente, devo leggere – interpretare – l’essere, perché io sono quello che sono.

In tutte le dichiarazioni, apparentemente solo generali, Nietzsche indica la storicità dell’Esistenza. L’incommensurabilità delle interpretazioni storicamente compiute costituisce il fondamento del proprio essere, che, come origine di se stesso, penetra tutte le interpretazioni, includendole attraverso uno sguardo e indirizzandole al messaggio stesso. Ora la verità non è più sperimentata come un metodo di interpretazione che posso provare anche come gioco, ma come la verità dell’Esistere stesso, che, nella pienezza della coscienza storica, legge il mondo come un numero.

Per essa, la verità assoluta, in cui la conoscenza generale delle interpretazioni – così come ogni interpretazione determinata che può essere conosciuta dall’esterno – viene superata, diventa il presente dell’essere stesso. In tal modo, la verità è la “mia” verità e, allo stesso tempo, non è solo mia. In effetti, è diventato, in primo luogo, storica, nella misura in cui è quello dove si incontra l’essere; in secondo luogo, è l’essere stesso, chiamato dalla volontà di potenza di Nietzsche, nella forma secondo cui, esistendo, diventa il sé.

Se, quindi, nella teoria dell’interpretazione, ogni esistenza data è interpretativa e interpretata; se il messaggio da leggere è fuori di me e in me; anche se io stesso sono il messaggio che posso leggere, con tutto questo Nietzsche indica un limite possibile. Non puoi avanzare indefinitamente.

Finché mi trasformo costantemente nell’atto dell’interpretazione, da qualche parte mi imbatterò in un fondamento. Ci sarà qualcosa di fermo lì, che non è svanito in alcuna interpretazione, ma non ne è neanche influenzato. “In fondo a noi, molto ‘in basso’, c’è, ovviamente, qualcosa che non può essere nascosto: una roccia granitica di fatalità spirituale. .. Accanto a ogni problema cardinale, parla un ineluttabile “Io sono questo”…

Occasionalmente, vengono trovate alcune soluzioni problematiche … forse sono chiamate “convinzioni”. Più tardi, si vede solo in loro … indicatori del problema che siamo noi stessi. Detto con maggiore precisione: sono indicatori del grande imbarazzo che è in noi, del nostro fatum spirituale, di ciò che non può essere nascosto: tutto ciò che è “molto in basso” “.

Il fenomeno dell’interpretazione. Il modo in cui appare l’interpretazione – come una costante trasmutazione di valori e divenire incessante – diventa un’auto-acquisizione, intesa come interpretazione.

Attraverso di essa, e all’interno della gamma di interpretazioni possibili, a ciascuno di essi viene assegnata la gerarchia e il valore corrispondente. Tutto questo è stato chiaramente determinato da Nietzsche, sia in linea di principio che in termini di realizzazione.

1. Ciò che Nietzsche chiama “interpretazione dell’esistenza”, coincide, per lui, con l’interpretazione del valore. Il valore del mondo sta nella nostra interpretazione. L’interpretazione non è indifferente, ma piuttosto è la chiarificazione del valore, soddisfatta da una stima. Pertanto, i due titoli del lavoro principale pianificato sulla volontà di potenza:

La trasmutazione della valutazione di tutti i valori e il Saggio di una nuova interpretazione del mondo, significano, fondamentalmente, la stessa cosa. Anche all’interno delle più astratte ramificazioni di categorie, l’interpretazione costituisce l’espressione di una volontà e la soddisfazione di un bisogno che apprezza tutto l’essere come valore per se stessi.

2. L’interpretazione non è mai definitiva, ma un di-venire. “L’essenza dell’essere organico è in una nuova interpretazione dell’evento: nella molteplicità interna e prospettica che è, essa stessa, che accade”. “Il mondo che ci riguarda è falso; vale a dire, non è uno stato efficace, ma un’invenzione … è in un flusso … come una falsità che si muove continuamente e che non si avvicina mai alla verità.

In effetti: non c’è “alcuna” Verità. Ma ciò che viene interpretato diventa, in cosiffatto tanto interpretato, l’oggetto di un’interpretazione è sempre progressiva. In tal modo, “ogni elevazione dell’uomo implica il superamento delle interpretazioni più ristrette”. Emergono nuove prospettive, il che significa credere in nuovi orizzonti.

3. Il movimento infinito degli atti di interpretazione sembra raggiungere un tipo di realizzazione nell’auto-appropriazione di tali atti, cioè nell’interpretazione delle interpretazioni. Il passo voluto da Nietzsche è concepire interpretazioni come tali; vale a dire, per rispettare, l’interpretazione, all’esistenza data.

Per raggiungere questo punto, era necessario, in modo assoluto, credere in certe interpretazioni. Interi millenni hanno costretto “a mordere con i denti un’interpretazione religiosa dell’esistenza”. Erano guidati “dalla paura di quell’istinto che sente che si potrebbe partecipare troppo presto alla verità; cioè, prima che l’uomo fosse abbastanza forte. “

Ma Nietzsche osa liberarsi. A proposito, “non possiamo vedere dietro il nostro angolo: voler sapere cosa potrebbe essere per altre classi di intelletti e prospettive, è una curiosità senza speranza”. Ma oggi siamo lontani, almeno, dalla risibile immodestia del decretare, dal nostro angolo, che solo da questo si possono avere prospettive.

Piuttosto, il mondo “è diventato infinito, nel senso che non possiamo rifiutare la possibilità che includa interpretazioni infinite. Ancora una volta il grande brivido ci attraversa. .. ” Solo l’alta gerarchia dell’uomo può resistere “all’interpretabilità infinita del mondo”. Da lui possiamo dire: “Molteplicità di interpretazioni, segno di forza. Non togliere al mondo il personaggio inquietante ed enigmatico che ha! “.

4. Le interpretazioni non sono arbitrarie o dello stesso valore. In primo luogo, rispetto all’invenzione meramente concettuale, c’è il più alto grado: l’interpretazione fatta attraverso l’azione. Inoltre, la modalità, il significato e il contenuto delle interpretazioni non sono soggetti alla critica della vecchia teoria della conoscenza – che supponeva il criterio immaginario di una singola verità valida, riferita all’essere esistente – ma alla critica fatta attraverso nel capire di vivere da solo “Ogni interpretazione è un sintomo di crescita o morte.”

Pertanto, Nietzsche esamina le interpretazioni che erano accessibili a lui, stimandole. “Le interpretazioni finora svolte avevano tutte un certo significato per la vita: la conservavano, la rendevano tollerabile o strana; lo affermarono: separarono la parte malata e la fecero morire “. D’altra parte, ci sono interpretazioni dominanti che Nietzsche combatte per considerarle ostili alla vita, come la maggior parte delle interpretazioni filosofiche e cristiane. Lui, da parte sua, voleva fornire un’interpretazione migliore.

“La mia nuova interpretazione darà ai filosofi del futuro – chi sarà il signore della Terra – l’imparzialità di cui hanno bisogno”.

L’INTENTO RADICALE DELL’ETERNO RITORNO

L’Intento radicale di Nietzsche mette anche in discussione due rappresentazioni molto importanti nella cultura europea:

Progredire in prossimità di un obiettivo finale predeterminato.

Il tempo come un fluire lineare di eventi.

In entrambi i casi, la vita sembra destinata a negare la sua origine, come se stesse fuggendo da sé, al contrario, per Nietzsche, il progresso morale e temporale richiesto dalla volontà di potenza consiste nel costante rinnovamento del suo impulso vitale o eterno ritorno dell’uguale.

Se la trasmutazione dei valori crea il futuro trasformando l’eredità ricevuta, significa che il destino del passato (i vecchi valori) e del futuro (i nuovi valori) sono lo stesso istante in cui viene esercitata tale trasformazione. Il momento è come un nodo del tempo, del passato con il futuro, in esso si rinnova la vita, si esprime la volontà di potenza.

L’eterno ritorno

Per l’eterno ritorno dell’uguale è necessario sia la generazione di qualcosa che la sua distruzione (la vita e la morte degli esseri viventi, l’elevazione e la deroga dei regimi politici, la proposizione e la critica delle teorie filosofiche, ecc.).

Spesso è difficile accettarlo e, senza dubbio, il modo in cui avviene è sempre molto importante, ma incolpare la vita attribuendo la superiorità morale a uno qualsiasi dei suoi bisogni è, per Nietzsche, qualcosa di indegno degli spiriti elevati.

L’eterno ritorno significa la perenne ripetizione del tempo, degli istanti, che priva qualsiasi evento di carattere definitivo. Attribuire a qualcuno di loro il centro della storia è ignorare o odiare l’eterno ritorno della vita.

L’eterno ritorno. Tutto va, tutto ritorna: eternamente ruota la ruota dell’essere. Tutto muore, tutto torna a fiorire: corre eternamente l’anno dell’essere. Tutto è rotto, tutto è ricomposto: eternamente la stessa casa dell’essere si ricostruisce. Tutto è respinto, tutto è di nuovo salutato: eternamente l’anello dell’essere rimane fedele a se stesso. In ogni momento l’essere inizia, in torno a tutto qui ruota la sfera lì: il centro è ovunque. Curvo è il percorso dell’eternità.

NIETZSCHE, Friedrich: Cosi parlò Zarathustra

Tutto ciò che esiste, ogni istante che è stato creato, è già esistito e sarà creato infinite volte. Amare la vita è volere che sia ripetuta. Nietzsche intende elaborare una dottrina antimetafisica del mondo sensibile, cioè concepire questo mondo, che nel platonismo, secondo l’interpretazione di Nietzsche, era il mondo apparente, come l’unico vero mondo. Per questo, ha bisogno di attribuirgli il tratto dell’eternità che la metafisica attribuisce al mondo reale. La teoria dell’eterno ritorno è il culmine dell’opera di Nietzsche.

Insistendo sul tema dell’eterno ritorno, Nietzsche non solo ci invita a prendere con gioia la ripetizione dei cicli naturali, o a capire lo sfondo vitalista della storia, ma addirittura, anche se senza troppi dettagli, una nuova concezione elicoidale (espansiva e circolare) di tempo.

Attraverso l’eterno ritorno, Nietzsche afferma la vita, con il desiderio che si ripeta eternamente. È, quindi, l’affermazione più estrema della vita: la vita, con il bene e il male, si ripete. Nietzsche afferma che il pensiero dell’eterno ritorno è la concezione fondamentale della sua opera “Così parlò Zarathustra”, come formula suprema a quello a cui si può arrivare.

La vita. Amici miei, disse il più brutto degli uomini, cosa ne pensate? Grazie a questo giorno, sono felice per la prima volta di aver vissuto tutta la mia vita. E non è abbastanza per me testimoniare questo. Vale la pena vivere sulla terra: un solo giorno, una sola festa con Zarathustra mi ha insegnato ad amare la terra. “Questa era la vita?”, Voglio dire alla morte. Bene! Di nuovo! Amici miei, cosa ne pensate? Non vuoi dire alla morte, come me: “questa era la vita?”? Grazie a Zarathustra, bene! Un altra volta!

NIETZSCHE, Friedrich: Così parlo Zarathustra

Il cammino dell’oltreuomo

Una delle concezioni filosofiche più conosciute di Nietzsche è quella dell’oltreuomo. Non dovrebbe essere inteso come il riconoscimento di ogni individuo o razza di possedere una superiorità congenita sugli altri, ma piuttosto come un’aspirazione morale che deve essere sostenuta per affermare la vita.

È in questo cammino dell’olteuomo che coltiva sia i valori apollinei che quelli dionisiaci, che realizza il nulla e la morte di Dio con la volontà di potenza, che è governato da una moralità di signori e non di schiavi, che assume senza risentimento e con gioia il senso della terra, l’eterno ritorno della vita.

Il superamento dell’uomo. I più preoccupati si domandano oggi: come si preserva l’uomo? Ma Zarathustra chiede, essendo l’unico e il primo a farlo: come si supera l’uomo? L’oltreuomo è ciò che amo; è per me la prima e l’unica cosa, e non l’uomo: non il prossimo, non il più povero, non colui che soffre di più, non il migliore. Oh miei fratelli, quello che posso amare nell’uomo è che un passaggio e un tramonto. E anche in voi ci sono molte cose che mi fanno amare e sperare.

NIETZSCHE, Friedrich: Così parlò Zarathustra

Pertanto, aspirare all’oltreuomo non è facile; è qualcosa di sottile che richiede apprendimento e comporta rischi e contraddizioni: “L’uomo è una corda tesa tra l’animale e il superuomo, una corda sopra un abisso.” (Così parlò Zarathustra)

L’ideale dell’oltreuomo. Attraverso le sue opere, Nietzsche offre diversi esempi parziali di ciò che vuole esprimere con l’immagine dell’oltreuomo: l’immaginazione creativa di Leonardo da Vinci, la sagacia di César Borgia, la saggezza filosofica di Epicuro, di Schopenhauer o di Nietzsche stesso, l’indipendenza artistica di Wagner prima di Parslfal, ecc.

Più rappresentativo di ciò che Nietzsche intende per l’ideale dell’oltreuomo sono i diversi tipi di uomini in cui lo riconosce: nell’artista-genio che mostra la plasticità della vita, nello scienziato-saggio che spiega la sua diversità, nell’eroe -filosofo del futuro che è educato nei loro valori, ecc.

La trasformazione dell’uomo in oltreuomo

La rappresentazione più eloquente dell’oltreuomo (della sua figura e costituzione progressiva) offerta da Nietzsche può essere quella dell’asceta il cui atteggiamento nei confronti della vita sperimenta una trasformazione tripla e progressiva. Per raggiungere l’oltreuomo, l’uomo deve passare attraverso un processo di trasformazione:

Il cammello. All’inizio l’uomo è un animale da soma che accetta la vita rassegnata alla sua imposizione e alle sue difficoltà.

Il leone. L’uomo cammello, stanco del carico che sopporta, si ribella al suo padrone e lo rovescia: da quel momento in poi diventa l’uomo leone, padrone di se stesso, che esercita la sua volontà.

Il bambino. L’uomo-leone si sta liberando del suo fardello e inizia a creare nuovi valori, imparando, infine, a vivere in modo creativo e felice (il bambino che gioca con ciò che è prima di lui). Il bambino è colui che accetta l’innocenza del divenire.

L’oltreuomo, quindi, conosce la morte di Dio, non pensa ad un aldilà, ma ama la vita, la terra. Nell’oltreuomo predominano i nuovi valori, la volontà di potenza. L’oltreuomo è lo spirito libero, il forte, è colui che non ha bisogno della massa per affermarsi da solo; in contrapposizione al debole.

L’oltreuomo. Io Insegno all’oltreuomo. L’uomo è qualcosa che deve essere superato. Che cosa hai fatto per superarlo? Tutti gli esseri hanno creato qualcosa sopra di loro: e vuoi essere il riflusso di quella grande marea e ritirarti verso l’animale piuttosto che vincere l’uomo? […]. Guarda, io insegno l’oltreuomo! L’oltreuomo è il senso della terra. Afferma la tua volontà: che l’oltreuomo sia il senso della terra! Vi scongiuro, fratelli miei: rimanete fedeli alla terra e non credete a quelli che vi parlano di speranze sovraterrene! Sono avvelenatori, che lo sappiano o meno. Sono i disprezzatori della vita; sono moribondi e anche loro sono avvelenati; la terra è stanca di loro: possano scomparire! In un altro tempo il crimine contro Dio era il massimo crimine, ma Dio è morto e con esso anche quei delinquenti sono morti. Ora la cosa più orribile è commettere un crimine contro la terra e apprezzare le viscere dell’imperscrutabile piuttosto che il significato di esso!

NIETSZSCHE, Friedrich: Così parlò Zarathustra

RIVOLTA DELLO SCHIAVO NELLA MORALITÀ

Nella Genealogia della morale, Friedrich Nietzsche, afferma che “la rivolta degli schiavi nella moralità inizia quando il risentimento stesso diventa creativo e genera valori” (GM Saggio 1, 10). Questa idea di risentimento è prevalente nella filosofia di Nietzsche perché corrisponde all’idea della moralità del padrone e dello schiavo e, soprattutto, spiega come gli schiavi inferiori siano in grado di superare i maestri superiori e cambiare la moralità dominante con la moralità degli schiavi.

Il risentimento è la forza trainante che causa la ribellione e l’odio degli schiavi a ribellarsi ai padroni superiori e nobili. Mentre Nietzsche tenta nella Genealogia della morale “di produrre una storia delle origini della moralità” ( GM Saggio 1; 1), la moralità non è mai assoluta e i valori cambiano nel tempo.

Le “Rivoluzioni” si verificano, e quindi cambiano i valori attuali dell’umanità. Il risentimento, in un certo senso, è il catalizzatore che provoca una rivoluzione nella morale. Ma cos’è esattamente il risentimento e qual è questa “forza creativa” del risentimento che Nietzsche descrive nella Genealogia della morale? Quali valori nascono dopo che questa “forza creativa” dà vita a un nuovo insieme di valori?

Questo testo tenterà di rivelare la rivolta degli schiavi che Nietzsche descrive e come il risentimento sia il meccanismo che determina una rivalutazione della morale. Questo articolo descriverà anche la “forza creativa” che il risentimento provoca negli schiavi nel loro assalto contro i maestri e spiega quali valori nascono. Il documento spiegherà le importanti debolezze che questi valori dannosi creano è che danno un senso al ragionamento di Nietzsche per una nuova rivoluzione e rivalutazione della morale.

Nietzsche sviluppò metodicamente il concetto di risentimento analizzando la storia umana e l’emergere di ciò che egli descrive come “moralità degli schiavi” nella storia umana. Esso critica il cosiddetto “ideale ascetico” che la moralità degli schiavi sostiene per la disumanizzazione della razza umana. Ma come ha fatto questo “ideale ascetico” a dominare la moralità attuale in primo luogo? Nietzsche spiega che la rivolta degli schiavi e della classe inferiore ha portato a questo ideale. Per comprendere la rivolta degli schiavi che Nietzsche descrive, la morale del padrone e quella dello schiavo devono essere definiti. Nietzsche definisce la morale del padrone come la moralità del volitivo. Questi individui particolari apprezzano la nobiltà, la forza, il coraggio, la sicurezza e il potere come “buoni” e considerano la debolezza, la meschinità e la codardia come “cattivi”.

Nella Genealogia della morale, Nietzsche afferma che “il nobile- tipo di uomo- sperimenta se stesso come valore determinante; non ha bisogno di approvazione; giudica “ciò che mi fa del male è dannoso in sé”; sa di essere ciò che prima accorda l’onore alle cose; è creazione di valore “(GM Saggio 1; 11). In questo senso, la morale del padrone è il riconoscimento che il maestro misura tutte le cose, essendo quello “che è solo” (BGE, parte 6; 210).

I maestri possono essere pensati come creatori, mentre gli schiavi possono essere pensati come individui che reagiscono semplicemente alle condizioni di oppressione create dai maestri. In contrasto con la moralità, del padrone, la morale dello schiavo ha origine in persone deboli e incerte su se stesse, oppresse e maltrattate dai maestri. A causa di questa oppressione, gli schiavi sviluppano e possiedono caratteristiche di pessimismo e scetticismo che li rendono sospettosi di tutto ciò che i loro padroni considerano “buoni”. La moralità degli schiavi può essere vista essenzialmente utilitaristica perché il bene è ciò che è preferibile per tutti (GM Saggio 1 2).

I maestri che aderiscono alla morale del padrone sono molto pochi rispetto alle masse degli schiavi che aderiscono alla moralità degli schiavi. I deboli possono ottenere potere sui forti trattando i “buoni valori” della moralità del padrone come intrinsecamente “cattivi” e i valori che consentono ai deboli e alle sofferenze di sopportare e migliorare la propria vita come intrinsecamente “buoni”. Questa è la “rivolta degli schiavi” in moralità, “un’era di odio risentito da parte degli schiavi contro i nobili maestri volitivi.

Le buone qualità dell’eccellenza e il potere riverito dei maestri sono considerati “cattivi” e la sopravvivenza della gente comune è considerata “buona”. Come diceva Nietzsche, I ” nobili “si sentivano” felici “; non dovevano stabilire artificialmente la loro felicità esaminando i loro nemici, o persuadersi, ingannare se stessi, che erano felici (come tutti gli uomini di ressentiment hanno l’abitudine di fare) “(GM Saggio 1; 10). Ironia della sorte, le definizioni di “cattivo” e “male” per il maestro e lo schiavo morale, fingono di essere gli opposti della stessa parola “buono”. Come sottolinea Nietzsche, tuttavia, “cattivo” e “male” sono opposti e due concezioni completamente diverse di cosa è buono.

Nietzsche afferma che la causa della “rivolta degli schiavi nella moralità” è il risentimento. Esistono molteplici definizioni filosofiche del risentimento, ma Nietzsche lo considera uno stato di sentimenti e desideri sommessi che diventano la fonte generativa di valori. Il risentimento è una riassegnazione del dolore creato quando un individuo percepisce la propria inferiorità e il fallimento lo proietta su un capro espiatorio. L’ego dell’individuo crea l’illusione di un nemico che è la “causa” della sua incapacità. Dando la colpa al capro espiatorio, questo porta l’individuo a desiderare la vendetta o la possibilità di vendetta contro questo nemico.

Nietzsche afferma che questo “desiderio” di vendetta può assumere molteplici forme, come la concezione socialista della rivoluzione e la concezione del Cristianesimo della Fine dei Giorni e del Giudizio Finale. In effetti, il risentimento è dilagante in gran parte del pensiero nietzscheano, specialmente riguardo all’ebraismo e al cristianesimo. Credeva che sia il giudaismo che il cristianesimo nacquero dai desideri degli schiavi nell’invertire l’attuale morale del padrone nel mondo e per stabilire la supremazia della debolezza sulla forza. Nietzsche fornisce un paio di esempi di questo processo. Ad esempio, la posizione di debolezza del giudaismo all’interno dell’Impero Romano era la derivazione del suo ressentiment.

La forza e la potenza dell’Impero Romano non potevano mai essere vinti, il che ha causato l’inferiorità della Giudea manifestandosi come odio per i Romani. Questa manifestazione causò odio per la superiorità romana, che a sua volta fece sì che gli ebrei li considerassero “cattivi” solo perché i romani esibivano qualità maestre. Nietzsche credeva anche che il Cristianesimo fosse responsabile della caduta dell’Impero Romano perché il risentimento cristiano portò l’inversione di valori come il potere e la forza.

Come diceva Nietzsche a proposito delle opinioni Giudaiche e Cristiane, “solo chi soffre è buono; i poveri, gli impotenti, i sommessi sono le uniche persone buone; le sofferenze, i bisognosi, i malati, i brutti sono anche le uniche persone pie; solo loro sono benedetti da Dio; solo per loro c’è la salvezza. Al contrario, voi persone privilegiate e potenti, siete per tutta l’eternità il malvagio, il crudele, il lascivo, l’insaziabile, l’ateo; sarete anche i non benedetti, i maledetti e i dannati per l’eternità “(GM Saggio 1 10). Se il risentimento è la causa dell’odio contro il volitivo, in che modo il risentimento diventa una forza creativa che “dà alla luce i valori?”

È più facile comprendere il risentimento dello schiavo e la forza creatrice contrapponendo il disprezzo percepito dai maestri nei confronti degli schiavi. Secondo Nietzsche, i maestri non si preoccupano dei “cattivi” e della moralità del padrone che diventa semplicemente una ponderazione. I maestri guardano dall’alto in basso gli schiavi con mera mancanza di rispetto.

“L’uomo nobile non può prendere sul serio i suoi nemici, le sue disgrazie, anche le sue cattive azioni – questo è il marchio di una natura forte e completa, in cui c’è un eccedenza di potere plastico, creativo, di guarigione, così come il potere di dimenticare “(GM Saggio 1; 10). I maestri non si preoccupano affatto degli schiavi. In contrasto con i maestri, il risentimento degli schiavi è una fame che consuma. Avvelena la loro mente e li rende scettici, pessimisti e amareggiati.

A differenza dei maestri che si limitano a scrollarsi di dosso il disprezzo, il risentimento degli schiavi è al centro di tutta la loro energia e attenzione. Ciò determina la forza creativa del risentimento, l’uso di ogni mezzo necessario, in modi creativi come attraverso la fede e il benessere spirituale, per rovesciare i valori dominanti dei maestri “arroganti” e “cattivi” e sostituirli con i valori degli “umili” e “solo” schiavi.

Il risentimento è indubbiamente la forza creativa centrale dietro la concezione di Nietzsche della moralità degli schiavi. Un esempio di questa forza creativa in azione si trova nel cristianesimo.

Per Nietzsche, il cristianesimo e le sue pratiche ascetiche sono la corona del risentimento ebraico. Nietzsche, nella Genealogia della Morale, traccia la nascita degli ideali cristiani attraverso il risentimento affermando che “gli ebrei, questo popolo sacerdotale, che in opposizione ai loro nemici e conquistatori erano alla fine soddisfatti di una radicale rivalutazione dei valori dei loro nemici, intendo questo, come un atto di vendetta più spirituale. Solo questo era appropriato per codesto popolo sacerdotale, popolo che incarnava la vendetta sacerdotale più profondamente repressa “(GM Saggio 1; 7).

Con l’emergere del Cristianesimo, la riuscita rivolta degli schiavi nella moralità fa nascere un nuovo insieme di valori e virtù. Il metodo innovativo con cui la rivolta degli schiavi cristiani è stata in grado di respingere le virtù morali del maestro come l’onore, il prestigio, il potere politico, la ricchezza, la forza, la bellezza e l’orgoglio, caratteristiche dei nobili romani “maestri”, attraverso la manipolazione delle masse e lo sforzo della fede, ha portato gli umili schiavi a innalzarsi contro i padroni.

Il ressentiment portò la forza creativa che alla fine aiutò gli schiavi a rovesciare i padroni, e così nacque un insieme di nuovi valori e virtù. Ma quali sono esattamente questi nuovi valori? Le virtù e il “bene” legati alla odiata nobiltà vennero odiati come “cattivi” mentre i tratti e i valori trovati pratici per la sopravvivenza assoluta dei deboli sono elevati allo stato di “virtuosi”. Pertanto, la debolezza del soggiogato è completamente alterato in virtù, mentre la forza e il potere originali del nobile sono considerati peccaminosi e malvagi diventando così la moralità del Cristianesimo.

I valori che nascono dalla forza creativa del risentimento sono i valori cristiani di “sacrificio di sé”, “amore” e così via. Nietzsche sostiene che l’istituzione del cristianesimo ha imbastardito gli insegnamenti di Gesù e ha creato valori dall’interno dei suoi insegnamenti che intrinsecamente rendono gli individui deboli e asserviti. Questo, secondo Nietzsche, è la più grande debolezza dei valori che nascono dalla rivolta degli schiavi nella moralità. Nietzsche afferma chiaramente che “il cristianesimo è nato per illuminare il cuore; ma ora deve prima appesantire il cuore così come dopo essere in grado di alleggerirlo. Di conseguenza, perirà “(Umano s.119).

La critica alla moralità degli schiavi deriva dal fatto che si sviluppa nella negazione e l’odio ed elude la realtà presente. Alle masse più deboli viene promessa una vita ultraterrena e questo diventa il punto focale di tutta la loro speranza. Affidandosi a questa vita ultraterrena, gli schiavi mettono la loro fede in un essere metafisico che nemmeno a malapena pensa a loro. Questa mancanza di enfasi su se stessi e sul presente è la critica più diffusa dell’attuale sistema di valori morali. Di conseguenza, Nietzsche afferma che l’Europa è stata contagiata dalla moralità degli schiavi, che l’ha resa insipida e monotona perché ha abbandonato ogni senso di ambizione e di presente.

Nel libro di Nietzsche, L’Anticristo, esso si sforza di capire come il cristianesimo sia diventato l’ideologia creata da istituzioni come le chiese e come queste chiese non abbiano incarnato la vita di Gesù Cristo. Fa un’importante distinzione tra la religione del Cristianesimo e Gesù. A differenza dei pensatori agnostici e atei dell’Illuminismo che consideravano il cristianesimo come falso, Nietzsche andò oltre e affermò che Paolo l’Apostolo riproduceva la religione come arma psicologica all’interno dell’Impero Romano.

“Il risultato, espresso in termini morali-psicologici, è” altruismo “,” santificazione “; ed espresso in termini fisiologici: ipnotismo. È il tentativo di raggiungere per gli esseri umani qualcosa che si avvicina a quello che è il letargo invernale per alcuni tipi di animali e il sonno estivo per molte piante nei climi caldi, il minimo consumo e lavorazione di materiale che può ancora sostenere la vita ma che in realtà non entra nella coscienza. A questo scopo è stata spesa una quantità incredibile di energia umana. È servito a qualcosa? “(GM Saggio 3; 17).

Questa è una forma di vendetta nascosta causata dal risentimento. L’istituzione del cristianesimo entra in contrasto con Gesù, che Nietzsche considerava un individuo eccezionale che aveva stabilito la propria condotta morale. Nietzsche potrebbe aver visto Gesù come un potenziale Oltreuomo. A differenza dell’Oltreuomo che abbraccia l’idea della vita, Gesù nega la realtà per “il regno di Dio”. Il rifiuto di Gesù di difendersi gli impedisce di raggiungere la possibilità dell’Oltreuomo e induce il cristianesimo a usare Gesù in modo terribile per manipolarlo semplicemente come mezzo per un fine. Nietzsche analizza la storia cristiana e scopre che col passare del tempo, gli insegnamenti di Gesù diventano distorti ancora di più. Trasformando Gesù in martire e la sua vita in una storia di redenzione per l’umanità, gli Apostoli presero il controllo delle masse. Nietzsche ritiene che questo atto degli Apostoli sia rozzo, offensivo e codardo. Conclude che nel diciannovesimo secolo il cristianesimo ha il mondo comandato dalla moralità degli schiavi e non da quella del padrone, un’inversione totale di ciò che il mondo dovrebbe essere.

La grande debolezza secondo Nietzsche è il modo in cui la svalutazione della vita è causata dalla moralità degli schiavi. Il risentimento cristiano ci porta lontano da noi stessi e dal presente e pone la nostra attenzione in cose banali.

Sebbene il risentimento possa essere usato per portare una rivoluzione di nuovi valori e valori morali per migliorare il progresso dell’umanità, il risentimento cristiano ha solo scoraggiato lo sviluppo umano. Per questo diventiamo meno assertivi, creativi e motivati. Crea persone che non sono più indirizzate a migliorare se stesse. Questo a sua volta crea più schiavi e meno padroni che Nietzsche ritiene distrugga qualsiasi forma di progresso umano. Nondimeno, c’è bisogno di una rivalutazione dei valori prima che l’umanità sia annientata dalla morale degli schiavi.

CASA EDITRICE FEROX- “INUMANO”

Casa Editrice Ferox-INUMANO

“Inumano” è il secondo opuscolo dell’occultista e Terrorista Nichilista “Orkelesh”, che noi fieramente presentiamo come opus Unico e Egoistico, che si staglia per dare e promuovere la violenza amorale e l’attentato ai valori della società marcescente.
Nostro fratello di sangue, abbandona il terreno del sacro e del profano, per promuovere il proprio attacco e attentato alla vita dualistica, avendo attorno a se, il proprio demone, che non promette nulla, ma sprona a scendere in un fondo oscuro senza luce, per annientare “lo specchio riflesso”, quello che pero crede a due soluzioni per una scelta: bene o male..
Un azione un attentato, non ha un sinonimo dualistico, non contiene un valore accettato, o accertato, da qualunque Ente umano, ma è l’agire scelto dall’Individuo, che colpisce sfondando il muro compensativo della ragione e della logica.
Per gli Attentati amorali e anti-politici contro la struttura della società morale!

Gli editori.

CASA EDITRICE FEROX- “GUERRA OCCULTA”

Casa-Editrice-Ferox-GUERRA-OCCULTA

Introduzione

Introduciamo brevemente e fieramente (materiale da leggere c’è né) il nuovo “lavoro“ editoriale dell’affine Nichilista “Nechayevshchina”, che risponde, attraverso, i sui feroci testi amorali, a vari quesiti, e “indice di messa al bando”, da parte degli umanisti in tutte le varie forme.
“Guerra Occulta” si dipana attraverso l’abissale sperimentazione, spronando a scendere tra la moltitudine, annusarne l’odore putrido, e sperimentare, questo, anche con svariati riferimenti a tecniche di guerra a morte, che servono per la sopravvivenza nelle metropoli costellate da segnali di comando etico e giuridico, segnali da abbattere, e non solo ed esclusivamente con un attacco materiale, ma con la distruzione della realtà, ingurgitando i pezzi, i frammenti, che dentro il nostro oscuro “sentore”, riceviamo ogni momento del nostro respirare e della nostra vita nichilistica.
“Guerra Occulta” annette varie esperienze criminali, clandestine, di “idea”, e ricorda che il Terrorismo Nichilista è questo (e non altro): Illegalismo e Attacco Indiscriminato, Anti egualitarismo e Anti -Umanismo, Misantropia e Solipsismo, Anti -Cristianesimo nel senso nietzschiano del termine.. “fino a che una fine Nichilistica, non spazzi tutto via, com’è nata.”

Gli editori.

CASA EDITRICE FEROX- “INCUBO”

Casa Editrice Ferox- “INCUBO”

Introduzione

Pubblichiamo, come Casa Editrice “Ferox”, il primo opuscolo di “pezzi” feroci dell’Affine Nichilista Orkelesh (che ricordiamo essersi rivendicato l’appartenenza al gruppo “Clan Terrorista Nichilista “Cenaze”) intitolato “Incubo”, demone di fattezze maschili che entrava nelle dimore abitate dai mortali umani, per genere cattivi sogni, o unirsi per copulare con donne.

Titolo scelto e promosso come valore amorale, e occulto contro la pace rasserenante della società.

La lettura di questi capitoli di criminale intenzione e sperimentazione solipsistica delle cose che si percepiscono, ci lascia un’esperienza viva, da parte un individuo che ha voluto sperimentare l’abisso dei nichilismi, proiettandosi nelle polverose metropoli,e o nei suoi deliri nichilisti, senza che l’uomo comune l’abbia potuto fermare e dargli la sua brava lezione di morale moderna.

Sono degli scritti, dei frammenti, che potranno essere di “aiuto” a chi si vuole buttare- in un vuoto nichilista, senza nessuna sicurezza- in un progetto amorale, che sfida la vita promossa a normale circuitazione di quello che è il limite dell’uomo e delle società umane.

Ma saranno, anche fremente eccitazione e disgusto, per chi ricerca l’ideale a tutti i costi, chi vede in un’azione, un motivo ben fondato e certo, sicuro che possa dargli quel sorriso cui i buoni anelano.
Per gli idealisti affermiamo: non potete capire e non percepirete mai il lancio nell’abisso dei nichilismi che serve come sperimentazione a un Individuo, che oltrepassa le leggi etiche della società.

Per chi, criminale amorale, lo leggerà, è uno sprono- senza limiti e senza nessun modo “certo”- per arrivare a possedere con l’Ego, e distruggere, uno o più valori caduchi dell’umano animale, e i suoi limiti.

L’affine Nichilista ha voluto inserire anche svariati attentati amorali perpetrati in alcuni luoghi,per dare enfasi e retorica terrorista al proprio progetto, e la traduzione in spagnolo del testo “Schizzo di sangue sulle strade della “verità assoluta”, da parte degli affini di sangue del sito/progetto “Maldición Eco-extremista”.

Per un incubo di terrore contro il limite morale della società umana mortale!

Gli editori.

EL MUNDO ES SU INTERPRETACIÓN II

EL HOMBRE QUE SE PRODUCE A SI MISMO (LA MORAL)

 

 

 

 

 

 

 

Dentro de estas relaciones, el texto, en virtud de su ambigüedad, casi no existe: por tanto, tiende a perderse en el criterio de la verdad de la interpretación. Desde otros puntos de vista, la exigencia nietzscheana se dirige a liberar el texto auténtico de la interpretación no verdadera, cosa que ocurre cuando Nietzsche pretende que el hombre se vuelva a traducir a naturaleza:

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GEWALTAUSÜBUNG UND VERKEHR DES EINZIGEN II

STIRNERIANA

„Ich liebe die Menschen auch, nicht bloß einzelne, sondern jeden. Aber Ich liebe sie mit dem Bewußtsein des Egoismus; Ich liebe sie, weil die Liebe Mich glücklich macht, Ich liebe, weil Mir das Lieben natürlich ist, weil Mir’s gefällt. Ich kenne kein ‚Gebot der Liebe‘.“

Wir sehen die Liebe hier als eine menschliche Fähigkeit oder Kraft beschrieben, derer sich der Einzelne gleichsam als ein Mittel bedient, um sein Erleben zu bereichern. Diese Funktionalisierung der Liebe für den Einzelnen schließt, wie wir gleich sehen werden, nicht das Liebesbedürfnis der anderen Einzelnen aus, rekurriert aber zuvörderst auf die eigenen Interessen, auf den Eigennutz, um so eine Authentizität von Fühlen und Handeln zu wahren.

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