LA PACE COME MEZZO PER ALTRE GUERRE

Il primo elemento che emerge confrontando il testo italiano con quello tedesco è un cambiamento nel titolo. In tedesco sta scritto: “Vom Krieg und Kriegsvolke”. “Kriegsvolke” vuol dire letteralmente “popoli di guerra”.

Secondo Jung questo capitolo segue al precedente in quanto sono legati dal tema della distruzione. La guerra porta distruzione e i predicatori di morte predicano la distruzione.

All’inizio del testo Zarathustra si rivolge ai “Brüder im Kriege”, ossia ai fratelli in guerra (Kameraden). Zarathustra afferma di essere stato come loro, uno di loro, pur essendo ora un nemico. Zarathustra li conosce, conosce il loro odio e la loro invidia. Egli dichiara che questi uomini, se non sono capaci di diventare santi della conoscenza, dovrebbero diventarne guerrieri. Il santo della conoscenza è l’ideale per Nietzsche. Strauss ricorda che in Al di là del bene e del male il superuomo è definito come il filosofo del futuro. Dunque i guerrieri stanno a metà tra i predicatori di morte e i santi nella conoscenza. Ma di che conoscenza si tratta? Jung sostiene che si tratta della conoscenza stessa del superuomo, ossia del messaggio di Zarathustra.

Con il riferimento all’invidia, nota Lampert, sembra esserci un rimando al tema del capitolo Dell’albero sul monte, dove il giovane manifestava la sua invidia provata per il maestro Zarathustra. In quel capitolo prima si parla dell’invidia del ragazzo per Zarathustra, poi si allude all’invidia degli altri per il ragazzo. L’invidia è distruttiva ed è ciò che impedisce al guerriero di essere santo nella conoscenza, ma, secondo Lampert, Zarathustra invita i guerrieri ad usare il loro odio e la loro invidia per essere guerrieri della conoscenza. Meglio essere invidiati, che essere amati. Questo è il messaggio di Zarathustra secondo Lampert in questo capoverso. Essere invidiati perché si è superiori e perché si è nobili. Il giovane appoggiato all’albero, tuttavia, cercava la libertà. I guerrieri, invece, seguono ancora la regola dell’obbedienza ferrea, come si vedrà nel testo.

Da questo capoverso incomincia il confronto tra la figura del guerriero e quella del soldato. Qui appare la famosa frase:

«Io vedo molti soldati: vedessi molti guerrieri! “Uniforme” si chiama ciò che essi indossano: possa non essere uni-forme ciò che essi in tal modo nascondono!»

(Nietzsche, Friedrich, Così parlò Zarathustra)

“Ein-form”, uniforme. La parola suggerisce sia la piattezza, l’omologazione, ma anche “was nur eine Form hat”, ossia ciò che ha una sola forma. I soldati sono disciplinati per essere tutti uguali, per camminare allo stesso modo, marciare con passo cadenzato, mirare all’unisono, puntare e fare fuoco. Il soldato è solo una rotella della macchina statale che chiamiamo “esercito”. Dentro di sé il soldato è vuoto, è uniforme. Non è lo stesso per il guerriero. Il guerriero è indipendente e pienamente se stesso. Non esistono due guerrieri uguali. I guerrieri, suggerisce Zarathustra, devono cercare il loro nemico, non hanno un nemico comune. Secondo Jung molte delle affermazioni in questo capitolo, affermazioni come “trova il tuo nemico”, vanno lette in senso individuale. Qui il singolo deve trovare il suo nemico interno. Il nemico interno di ognuno è ciò che ci impedisce di progredire nella vita ed essere ciò che vorremmo essere.

«Dovete amare la pace come mezzo per nuove guerre. E la pace breve più della lunga. A voi io non consiglio il lavoro, bensì la battaglia. A voi non consiglio la pace, bensì la vittoria. Sia il vostro lavoro una battaglia, sia la vostra pace una vittoria! Solo chi ha la freccia e l’arco è capace di assiderarsi silenzioso: tutti gli altri sono chiacchieroni litigiosi. Sia la vostra pace una vittoria. Voi dite che la buona causa santifica persino la guerra? Io vi dico: è la buona guerra che santifica ogni causa.»

(Nietzsche, Friedrich, Così parlò Zarathustra)

In questo passaggio vanno notati alcuni particolari. La pace viene intesa solo come mezzo per altre guerre. In filosofia si distingue la “pace perpetua”, come la definisce Kant, in quanto pace permanente, dal semplice trattato di pace fatto per spartirsi i territori al termine della guerra. Il guerriero vive della guerra e fa della guerra un fine nella vita. Il guerriero fa della guerra il suo mestiere e non lavora. Questa immagine del guerriero che fa il guerriero come mestiere rimanda chiaramente ai greci, in particolare agli spartiati. Un guerriero spartano aveva abbastanza terre e iloti che le coltivavano, per poter mantenere se stesso e fare il guerriero a tempo pieno. Si noti anche il riferimento alle frecce e all’arco. Zarathustra, non in questo capitolo, ad un certo punto nel testo dirà che i valori dei persiani sono due: “dire la verità e praticare il tiro con l’arco”. È nota la figura di Serse come imperatore persiano dall’esercito sconfinato, composto anche di molti arcieri, le cui frecce avrebbero coperto il sole.

Meglio la guerra e il coraggio, che l’amore del prossimo, sostiene Zarathustra.

Bene è l’essere valorosi, non la compassione o la capacità di commuoversi. Anche se vengono definiti senza cuore, perché freddi, secondo Zarathustra i guerrieri hanno un cuore autentico. Ma il guerriero nasconde malvagità e odio. Mentre è nobile per lo schiavo ribellarsi, per il guerriero lo è obbedire. Questo significa che il guerriero non si è liberato dal “tu devi”, continua a seguire quella regola, senza ancora aver ucciso il drago (vedi le tre metamorfosi). Anche a questi uomini Zarathustra comanda la stessa cosa: l’uomo deve essere superato. Nessun guerriero vero vuole vivere a lungo, tutti cercano la gloria nella morte in guerra. Il guerriero non vuole essere risparmiato e così non lo è da Zarathustra.

Lampert nota qui ancora un parallelo tra questo capitolo e quello sull’albero sul monte. In quel capitolo si legge:

«Un tempo pensarono di diventare eroi: oggi sono dei dissoluti. Davanti all’eroe provano rimorso e orrore. Ma, in nome del mio amore e della mia speranza, ti scongiuro: non buttar via l’eroe che è nulla tua anima! Mantieni sacra la tua speranza più elevata!»

(Nietzsche, Friedrich, Così parlò Zarathustra)

Adesso leggiamo:

«Il vostro amore per la vita sia amore per la vostra speranza più alta: e la vostra speranza più alta sia il pensiero più alto della vita!»

(Nietzsche, Friedrich, Così parlò Zarathustra)

Nel primo passaggio si parla di “speranza più elevata”, nel secondo di “speranza più alta”. In tutto lo scritto dello Zarathustra troviamo molti movimenti opposti: l’andare verso il basso, il tramontare; l’andare verso l’alto, l’elevazione. Questi movimenti opposti in realtà avvengono allo stesso tempo: tramontare, superare l’uomo, vuol dire innalzarsi al superuomo. Amare la vita vuol dire mantenere la speranza più alta. Chi non ha speranza o chi ne ha poca, non ama la vita ed è preso in un processo di rassegnazione. È vero che non c’è un senso nell’esistenza, ma in questo libro si legge che questo accade semplicemente perché siamo noi a dover creare il senso. Noi dobbiamo mantenere la speranza più alta per amare la vita. Nel capitolo dell’albero sul monte la speranza più alta è collegata alla figura dell’eroe. Strano che questa figura non ritorni in questo capitolo. Il guerriero per gli antichi è un eroe, è il vecchio Achille che combatte nella guerra di Troia. Non è da escludere che Nietzsche avesse in mente anche questo. La classe guerriera nei popoli più antichi costituiva la classe nobile e aristocratica, soprattutto per quanto riguarda la classe dei cavalieri. Oggi la cultura del guerriero è completamente scomparsa. È probabile che questo processo si sia avviato con l’età moderna. L’età moderna che vede la comparsa del soldato, in quanto membro di un esercito statale o in quanto mercenario.

Anche Jung si sofferma sul passaggio della speranza e ne vede la spiegazione di una nuova morale. Prima si diceva che il bene è ciò che piace agli dei, ma è stato detto anche che il bene è ciò che Dio comanda. Ora il bene è ciò che è utile alla vita. Molta della morale ha solamente impoverito la vita, proprio quando pensava di comandare il bene.

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MANUALE DEI VOLONTARI DELL’IRA

https://elcombate.noblogs.org/handbook-for-volunteers-of-the-irish-republican-army-ira/

https://elcombate.noblogs.org/files/2016/08/Handbook-for-volunteers-of-the-Irish-Repub-IRA.pdf

Come per la Banda della Magliana, è stato recuperato questo manuale dell’organizzazione Terroristica IRA. È come sotto, viene pubblicato, sempre in maniera egoista, prendendone dei pezzi, dei frammenti, che servono, come sperimentazione e strategia, per i gruppuscoli della Misantropia Terrorista e come sempre, in maniera esclusivamente Anti-politica.

Con sorpresa c’è stata la scoperta, che non solo un manuale di questo tipo, è stato divulgato sul progetto libertario “El Combate”, ma che in questa pubblicazione/blog, vengono vergati, studi di guerriglia urbana, manuali di auto-difesa e tecniche di combattimento, di sabotaggio o terroristico, oppure di medicina e auto-medicamento, sulla difesa elettronica, e/o sulla storia e gli attacchi di vari gruppi armati nella storia e nelle guerre che si sono succedute nel tempo. Cosa ha di particolare questo progetto elettronico, rispetto ad altri progetti anarchici o libertari?

Che è anti-conformista, perché non pubblica solo le YPG come le CCF, il manuale di guerriglia urbana di Marighella, o anche il manuale di sabotaggio di eco-difesa del Monkeywrenching, ma anche alcuni manuali della “resistenza bianca”, materiale specificatamente “suprematista bianco”, cosi come il manuale delle SS-Werwolf.

Gli idealisti saranno stupiti? Partirà la censura obbligatoria in questo caso? Se si andrà leggere il motivo per cui è stato pubblicato, detto materiale considerato “eretico”, antagonista e nemico del pensiero anarchico/libertario, sicuro essi, storceranno la bocca, mentre per Noi, non c’è nulla di strano, perché non seguiamo nessuna linea continua, ne eticamente praticabile da tutti.

Per cui editiamo il manuale della formazione Terroristica IRA, con un alto interesse di approfondimento, senza dare un assoluto, senza approvarne totalmente il materiale, ma il fatto di non approvarlo totalmente, non significa che quello che leggiamo lo posizioniamo su una linea retta-etica…

E ricordiamo che: “Parlare in maniera sciolta, costa delle vite…

Ghen

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CONTENTS

1 Our Tradition
2 What Is Guerrilla Warfare?
3 Guerrilla Strategy
4 Tactics of Guerrillas
5 Organisation and Arms
6 With the People
7 Guerrilla Bases
8 Guerrilla Attack
9 Enemy Tactics
10 Guerrilla Defence
11 General Techniques
12 Battle Notes

CONTENUTI

1 La nostra tradizione
2 Cos’è la guerra di guerriglia?
3 Strategia di guerriglia
4 Tattica delle guerriglie
5 Organizzazione e armi
6 Con il popolo
7 Basi della guerriglia
8 Attacco della guerriglia
9 Tattiche nemiche
10 Difesa della guerriglia
11 Tecniche generali
12 Note di battaglia

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DALLE «BATTERIE» AI SICARI POLITICI: QUEL CANE SCIOLTO* DI ABBRUCIATI

La storia della Banda della Magliana, qualunque cosa se ne dica, affascina e ha affascinato centinaia di persone non solo a Roma, ma anche in altri luoghi. A Roma dopo l’uscita del libro-romanzo “Romanzo criminale”, (pensate scritto da un giudice che pero, nelle righe vergate, in quel momento, assomigliava più ai criminali della Banda che a uno che pensa in maniera giuridica), ci furono innumerevoli negozi che stamparono magliette con i volti dei componenti del gruppo criminale-mafioso. Questo per dire, che la società civile e le regole morali, non valgono una ceppa di cazzo di niente, dato che è molto più affascinante il crimine amorale. Noi, oltrepassiamo tutto questo, al di là del bene e del male, è come abbiamo già scritto, per Stirner, utilizziamo a nostro piacimento, pezzi dell’attività criminale di suddetta Banda. Noi siamo Criminali e Terroristi Amorali, e cosi sia; riteniamo che progetti malavitosi come quelli della Banda della Magliana, siano validissimi, anche se molto in grande (come numero di affiliati), rispetto ai gruppuscoli Terroristici Misantropici, di cui facciamo orgogliosamente parte. Lo spaccio di droga non ci interessa, ma perché se siamo amorali e estremisti, “dovremo fare le pulci” ad altri malavitosi e criminali, che come noi, si staccano dal mondo dei normaloidi e vogliono continuare a delinquere? Occhio, i componenti della Banda, non erano degli spacciatori “sine qua non”, ma anche assassini e terroristi, che hanno usato l’esplosivo plastico come l’incendio indiscriminato, come l’assassinio diretto ma anche trasversale (contro alcuni parenti dei pentiti). D’altra parte ci interessa anche il passato dei componenti della Banda, quello più informale, come le “batterie dei rapinatori”, ma questa non è una scusa, sappiatelo. Qua sotto riportiamo un frammento di uno dei componenti della Banda, uno dei Capi riconosciuti, vissuto e morto come criminale. Per chi dovesse riprovarsi di tutto questo, immaginiamo alcuni idealisti, siamo a conoscenza, che non è bello, che in certi cortei, si faccia esclamare a quelli che si considerano dei fratelli, “Allahu Akbar “, per poi dire di odiare lo “stato islamico”, o affermare di essere atei. È lo si faccia fare, perché senno “non tutte le ciambelle vengono con il buco”.

Dunque, ad ognuno il suo…

Ex Editori della Rivista Misantropica Attiva Estrema KH-A-OSS

* per cane sciolto, si intende, un individuo inserito in un giro criminale, anche organizzato, ma senza nessun vincolo organico preciso.

Nato nel 1944 a Roma, nel quartiere Trionfale, Danilo Abbruciati cresce a Primavalle, dove s’è trasferita l’intera famiglia. Sulle orme del padre Otello detto «er Moro» per la sua carnagione scura, campione italiano dei pesi piuma e leggeri, si cimenta nell’arte del pugilato. Ma, per mancanza vuoi di rigore vuoi di perfezione nella pratica, abbandona ben presto la disciplina, per intraprendere la carriera criminale. Appena maggiorenne, infatti, comincia a frequentare un gruppo di ragazzi della Roma bene coi quali dà vita ad una vera e propria «batteria», denominata dalla stampa «Gang dei Camaleonti», specializzatasi, a metà degli Anni ’60, in furti nelle abitazioni dei quartieri ricchi. È così che rimediò la prima condanna a quattro anni.

Denunciato, l’anno precedente, dalla moglie, Claudia De Cristofaris, per lesioni, maltrattamenti e sequestro di persona, nel 1972 è già un rapinatore di successo: alla fine di quell’anno, a riprova dell’avvenuto salto di qualità, ne viene segnalata la presenza a Pescara, in compagnia di Maurizio Massaria, Ernesto Diotallevi e Carlo Faiella. Disgrazia vuole, però, che quest’ultimo, alcuni giorni dopo, venga ucciso a Roma, proprio dopo un incontro con lui e con Ernesto Diotallevi, al bar «Catene» della Garbatella. Questo incidente, però, non ne interrompe l’ascesa: conosciuto in carcere il boss della malavita meneghina Francis Turatello, mette a frutto la solida amicizia con lui per entrare in contatto con la gang di Maffeo Bellicini, Albert Bergamelli e Jacques Berenguer. Abbandonate allora le rapine, è attivissimo, in particolare, ma non solo, nel settore dei sequestri di persona. Ma la sua vita non è tutta rose e fiori, a causa del suo diretto coinvolgimento in talune di quelle «guerre» che sovente squassano, senza apparente motivo, il corpaccione della mala capitolina. Banali le ragioni del dissidio che, nel ’76, lo contrappone a Roberto Belardinelli, detto «Bebo», ma cruenti gli esiti: come ha spiegato Fabiola Moretti, una fra le molte «pupe» di Abbruciati, «due (… ) le bombe, una al ristorante Sabatini e una al locale notturno La Prugna»: la prima viene disinnescata; la seconda, invece, esplode. «Bebo Belardinelli», ha raccontato ancora la donna, «sparò raffiche di mitra contro le auto parcheggiate in via dei Ponziani; sequestrò, quindi, Oscaretto Meschino, per farsi dire, a suon di botte, dove potesse trovare Danilo»; e finalmente, «una mattina che Danilo doveva incontrare Umbertino Cappellari sulla via del Mare, Belardinelli si trovò sul posto e lo uccise, sotto gli occhi del figlio Pino, tossicodipendente», ma, conclude il suo racconto la Moretti, «per sua fortuna Danilo era arrivato in ritardo all’appuntamento».

Contemporaneamente a questa «guerra», nella quale Fernando Garofalo detto «Ciambellone» e Nando il Pirata, due compari, ha spiegato sempre l’informatissima Moretti, che «steccavano con lui, ma non partecipavano alle rapine, accampando dei pretesti: ogni volta avevano la febbre o il raffreddore», Danilo Abbruciati ebbe uno «scontro» anche con Massimo Barbieri, il quale, mancandogli di «rispetto», ha organizzato un’orgia con la madre di sua figlia Danila e con la sorella: «er Baffo» lo convoca e, mentre sono in macchina, il Barbieri alla guida, tenta di ucciderlo sparandogli; l’arma, però, s’inceppa e deve ripiegare su un pestaggio selvaggio col calcio della pistola. A causa delle lesioni riportate, particolarmente gravi per essersi l’auto schiantata contro un albero, Massimo Barbieri, se ne resta rintanato in casa per un mese a leccarsi le ferite, mentre gli lievitano dentro rancore e frustrazione per l’affronto patito. Così, una sera che er Baffo si sta recando a Campo di Mare, dov’è in vacanza la figlia Danila, la sua auto viene affiancata da una moto, condotta proprio da Massimo Barbieri e con a bordo Gianfranco Casilino, il quale gli esplode contro alcuni colpi d’arma da fuoco; un proiettile, trattenuto dalle ossa craniche, all’altezza della tempia sinistra, lo attinge alla testa. Intenzionato a farlo soltanto dopo che avrà trovato Barbieri e regolato i conti con lui, Danilo Abbruciati ne rinvia la rimozione; a causa, tuttavia, prima dell’omicidio di Ettore Tabarrani e quindi del suo arresto, avvenuto nel 1978, a seguito delle dichiarazioni di Roberto Cavaniglia detto «Canarino», per i sequestri di persona, la pallottola resterà dov’è.

Tornato libero nel luglio del 1979, Danilo Abbruciati trova una situazione di gran fermento: la Banda della Magliana sta, mano a mano, acquisendo il controllo dei traffici illeciti della capitale e, per dirla con Maurizio Abbatino, il boss Abbruciati è ormai un «cane sciolto», senza legami con alcun gruppo in particolare e senza problemi economici di alcun genere; è soltanto per restare nel giro che conta che, insieme al suo «tirapiedi» Paolo Frau, gravita nell’orbita di Enrico «Renatino» De Pedis. All’inizio si dedica di tanto in tanto a qualche colpo, limitandosi magari a fornire delle «dritte»; ma, quando Renatino, Raffaele Pernasetti detto «er Palletta» ed Ettore Maragnoli entrano a far parte, grazie a Franco Giuseppucci, del sodalizio, anche lui viene cooptato nella Banda e vi inocula il seme della dissoluzione. A ragione dei suoi trascorsi malavitosi, avvalendosi anche delle numerose conoscenze fatte in carcere tra i comuni, i mafiosi e i politici, una volta entrato a far parte della Banda della Magliana, Abbruciati la strumentalizza ai suoi personali vantaggi: tiene sostanzialmente per sé le proprie «conoscenze», si interessa di edilizia, commercio di auto, finanza, rispetto ai quali i traffici criminali rappresentano la principale, se non unica, fonte di finanziamento, e di questi traffici fa partecipi soltanto i «testaccini», appartenenti alla cerchia di Renatino, i quali, ben presto, acquisiscono un consistente patrimonio mobiliare, societario e immobiliare, che si cumula ai proventi della precedente attività di «strozzinaggio». A causa di questa asimmetrica opulenza, i «testaccini» diventano insofferenti alle regole solidaristiche della Banda, e questo provoca una certa diffidenza nei loro confronti, destinata ad acuirsi e a sfociare in veri e propri propositi di vendetta, specie dopo l’uccisione di Franco Giuseppucci detto «er negro», ad opera dei Proietti.

A causa della «guerra» contro costoro, a cui tutti i sodali si sentono parimenti obbligati, passa in secondo piano la resa dei conti interna, che è rimandata sino a che un altro evento traumatico non la innescherà di nuovo.

Milano, via Oldofredi 2, ore 8.05 del 27 aprile 1982. Roberto Rosone, vicepresidente del Banco Ambrosiano esce di casa. «Stia attento ragioniere», l’avverte la portinaia, «ci sono due tipi strani, fermi qua davanti da mezz’ora». Una veloce occhiata scioglie ogni preoccupazione: i due «tipi» sembra siano spariti e, come tutte le mattine, l’Alfetta 2000 blu della banca con i vetri blindati è parcheggiata all’angolo con via Pola; l’autista Giovanni Fattorello, come al solito, mentre attende scambia qualche battuta con la guardia giurata di servizio alla porta dell’agenzia numero 18 del Banco, situata nella stessa palazzina dove egli abita con la famiglia.

Passano, però, pochi secondi e sbuca da via Pola una moto di grossa cilindrata, con in sella due uomini. Il passeggero, cappotto color cammello, completo di grisaglia inglese e camicia di seta azzurra, scende e si fa davanti a Rosone, con in pugno una Beretta calibro 7,65. Preme una prima volta il grilletto, ma l’arma s’inceppa e Rosone ne approfitta per scappare; al secondo tentativo ferisce la vittima ad una gamba e si dà alla fuga sulla moto condotta dal complice. La guardia giurata spara in rapida cinque colpi con la sua 357 Magnum.

Due proiettili centrano il sicario al collo e alla testa. Il ferito cerca di aggrapparsi al conducente della moto, gli mancano le forze e scivola esanime sull’asfalto. In apertura del telegiornale dell’ora di pranzo, mentre scorrono le immagini di un cadavere a terra coperto da un lenzuolo insanguinato, la voce del giornalista spiega che quella mattina è finita la corsa di Danilo Abbruciati. Agli investigatori non sfugge la singolarità del fatto che ad eseguire un «lavoro» solitamente affidato ad un gregario, sia stato chiamato un uomo come «er Baffo», ormai arricchito dal traffico di droga, «un giro calcolato, al lordo, da un miliardo al giorno» e che aveva raggiunto quei simboli di prestigio che ne facevano un boss del crimine organizzato. Non minori le perplessità dei sodali della Banda: ignorando tutto dell’operazione in cui è morto er Baffo, Maurizio Abbatino chiede «spiegazioni» a Enrico De Pedis e a Raffaele Pernasetti i quali gli riferiscono «di aver a loro volta appreso da Ernesto Diotallevi che, per suo tramite, l’Abbruciati aveva ricevuto 50 milioni per eseguire l’attentato». I due non gli forniscono «ulteriori particolari», dicendo che Abbruciati ha agito anche «a loro insaputa». La risposta al perché Danilo sia salito dietro quella moto, Abbatino la rinviene nell’inconfessata esigenza dei «testaccini» di «accontentare un committente di riguardo», tenendo gli altri all’oscuro della relativa operazione, che comunque li compromette tutti: ce n’è abbastanza, insomma, perché sia considerato ormai definitivamente dissolto il rapporto di fiducia che ha sin qui cementato l’organizzazione e si proceda, finalmente, al sanguinoso regolamento dei conti, per troppo tempo rimandato.

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DI-SVELAMENTO

Come soggettività incarnata, occupo sempre una posizione determinata nello spazio; certo posso modificare cinesteticamente questa posizione, disvelare il lato dell’oggetto che non vedevo, ma questo lato non è «creato» dal mio movimento corporeo, esso esisteva già prima di percepirlo. Tuttavia, prima di percepirlo realmente, mi era già noto come percepibile. Non solo percepibile da me in un’esperienza successiva, ma percepibile da un altro soggetto in un’esperienza attuale. Ora, non posso percepire il lato posteriore dell’oggetto, ma potrebbe farlo un altro.

Scrive Husserl: «La manifestazione che io ho dal mio «punto di vista» (posizione del mio corpo nell’ora), non posso averla da un altro punto di vista, con il mutamento del punto di vista si modifica necessariamente la manifestazione, e le manifestazioni sono evidentemente incompatibili (unverträglich). Io posso avere la manifestazione incompatibile in un altro momento, se io assumo un’altra posizione nello spazio. E allo stesso modo un «altro», che proprio ora si trova in una posizione diversa, può avere ora quella manifestazione (Und ebenso kann ein «Anderer” dieselbe Erscheinung jetzt haben, der eben jetzt an einem anderen Orte ist)» (Hu XIII, 2-3).

In che modo questo testo husserliano del 1908 può fungere da contro-argomentazione rispetto alla strategia perseguita da Husserl nelle Meditazioni cartesiane e volta a determinare, entro rigorosi confini, una sfera di «esperienza primordiale»? L’interesse principale del testo consiste nel fatto che l’«altro» (o meglio il senso dell’altro) si rivela non al termine di una complessa operazione di isolamento dell’io nella purezza della sua «natura appartentiva», e neppure nell’«esperienza empatica» di un corpo organico estraneo, bensì come ingrediente necessario (se così ci si può esprimere) della stessa percezione cosale.

L’«alterità» si affaccia esplicitando il contesto strutturale di ogni datità percettiva, la relazione costitutiva che lega il carattere prospettico della manifestazione dell’oggetto alla mia situazione incarnata e all’orizzonte cinestetico-pratico che la contraddistingue: proprio perché le prospettive sono «incompatibili» nell’«ora».

L’unico che può percepire il lato posteriore nello stesso istante in cui io percepisco quello anteriore è un alter ego, un soggetto diverso da me. Senza il costante riferimento intenzionale ad un altro io, non sarebbe quindi possibile non solo la fondazione del concetto critico-trascendentale dell’«oggettività», ma neppure la semplice comprensione della scena percettiva del soggetto: in particolare, verrebbe a mancare quella fondamentale coordinata del campo fenomenologico che mi permette di afferrare il continuo delle manifestazioni della cosa come il progressivo svelarsi della sua unità. Se ogni percezione coglie la cosa «unilateralmente», prospetticamente, il discorso non può prescindere da una certa virtualità intersoggettiva delle manifestazioni stesse, che affetta necessariamente anche la cosiddetta «sfera primordiale» dell’io, in quanto in essa si costituiscono delle «cose»: «Ogni oggetto della mia percezione e della mia esperienza sensibile del tutto immediata è sempre solo manifestazione (Darstellung) — esso è dato in se stesso e tuttavia è un identico (ein Selbst) che ha la forma categoriale dell’intersoggettività (die kategoriale Form der Intersubjektivität» (Hu XIV, 389).

Dobbiamo perciò concludere che una forma particolare di esperienza dell’estraneità è implicita nella stessa costituzione (pluri) prospettica della cosa spaziale, e che ogni manifestazione co-presente è definibile come correlato noematico della percezione di un soggetto estraneo.

Il mero riferirsi ad un oggetto che si manifesta in molti modi differenti e sotto diverse prospettive, sembra esigere, per ragioni di interna coerenza e connessione del «materiale fenomenico» dell’esperienza percettiva, un qualche contributo dell’intersoggettività. Si potrebbe anzi affermare, con voluta paradossalità rispetto al punto di vista espresso da Husserl nella V Meditazione, che la «sfera primordiale» è nient’altro che una forma (incoativa) di «intersoggettività trascendentale»: le manifestazioni sono manifestazioni di un oggetto appunto in virtù del loro originario disporsi in un orizzonte di senso che non si lascia ricondurre univocamente alla mia «proprietà», ma l’ha già sempre oltrepassata in direzione di «altri». È dunque posta in questione alla radice la possibilità di isolare nel campo fenomenologico-trascendentale un’esperienza assolutamente privata, se deve trattarsi — come ritiene Husserl a proposito del «residuo» della riduzione primordiale — di un’esperienza di cose.83 Quest’ultima risulta marcata da una forma di intersoggettività che plasma totalmente la sua struttura intenzionale, tanto sotto il profilo noetico che noematico. Noeticamente, essendo il percepire un miscuglio di datità originale e intenzione vuota, il «vuoto» del rimando ad una mia percezione successiva è di per sé il «pieno» della percezione attuale che un altro soggetto (indeterminato) potrebbe effettuare; noematicamente, come già detto, la co-presenza «orizzontale» di differenti lati della cosa presuppone l’operazione costitutiva dell’intersoggettività, ed appare quindi impossibile declinare la prospetticità della percezione cosale in un’accezione rigorosamente solipsistica, tale cioè da escludere ogni implicazione di «pluralismo». Se dissociare la Dingerfahrung da qualsiasi intenzionalità di carattere intersoggettivo equivarrebbe in fondo a dissolverla, questo rilievo non può non condurci almeno a ridimensionare le pretese della riduzione primordiale e, corrispondentemente, a riconsiderare l’«estensione» del legittimo campo di applicazione dell’ipotesi husserliana del «solipsismo trascendentale».

Abbiamo già notato come Husserl non abbia sempre considerato la «riduzione primordiale» una necessità metodica stringente: nonostante essa trovi la sua collocazione naturale in una concezione «architettonica» della filosofia trascendentale, sarebbe errato legare le sorti della fenomenologia dell’intersoggettività nel suo complesso alla coerenza (o incoerenza) del progetto fondativo della V Meditazione. Di fatto, il ricco contributo analitico della riflessione husserliana sull’intersoggettività è in larga misura indipendente dalla nozione di «primordialità» come viene a volte tematizzata da Husserl, ovvero in termini di assoluta «proprietà»; tra l’altro, questa nozione è soggetta ad oscillazioni e riassestamenti, in alcune circostanze è acquisita in un senso molto più «debole» rispetto alle Meditazioni (fino ad includere, nel suo ambito, le stesse Einfühlungen dell’io!). In ogni caso, man mano che nell’analisi si accentua la funzione «sistematica» dell’intersoggettività, la sua inerenza strutturale al piano generale della costituzione, diventa sempre più urgente l’esigenza di determinare esattamente i limiti della sfera primordiale, il suo raggio operativo reale. Ad esempio, in un testo del 1932 l’affermazione della «primordialità» non figura come dato rigido, ma come problema dai contorni mutevoli, che come tale sollecita un supplemento di riflessione: «Mi domando fino a che punto giunga la costituzione ontologica (Seinssinnkonstitution) della primordialità, che io devo porre in luce astrattamente, sebbene naturalmente io sappia — e me ne sono convinto a fondo nella riflessione — che il senso ontico della natura estensiva non è costruito in modo puramente primordiale e gli altri per così dire collaborano costantemente con me […] .

Ma se voglio comprendere come la validità ontica del senso di «altri» è costituita nei suoi fondamenti e fino a che punto la validità ed unità di validità primordiale (primordiale Geltung und Geltungseinheit) è fondante per la possibilità della percezione di altri, devo innanzitutto cercare di determinare in maniera adeguata la portata (Reichweite) della costituzione primordiale come fondamento di validità (Geltungsfundierung) […]» (Hu XV, 270-271). La consapevolezza sempre più acuta della necessaria «collaborazione» degli altri soggetti alla costruzione della mia esperienza del mondo doveva costringere Husserl a ripensare criticamente il significato e la portata dell’esperienza primordiale nel quadro di una fondazione fenomenologico-trascendentale dell’intersoggettività. Non è tuttavia agevole indicare con chiarezza il luogo testuale di un’autocritica esplicita, innanzitutto perché la «primordialità» subisce nei manoscritti del Nachlass non pochi slittamenti semantici, con esiti assai distanti dal radicalismo della V Meditazione (in vari contesti l’esperienza «primordiale» coincide con l’esperienza «originale», ma senza assumere una connotazione solipsistica in senso stretto); troviamo però una serie di spunti, approfondimenti, precisazioni che si accumulano in modo discontinuo entro la vasta sedimentazione teorica della fenomenologia dell’intersoggettività, e che permettono di superare o almeno problematizzare alcune unilateralità: giocando per così dire Husserl contro Husserl, in realtà mettendo a fuoco le molteplici dimensioni del suo pensiero trascendentale. Queste dimensioni non appaiono meno significative e stimolanti quando restano tendenziali e latenti, non adeguatamente sviluppate, oppure contrastano con altre affermazioni dell’autore che sembrerebbero reclamare un maggior peso in sede interpretativa.85

Alla luce della produzione «inedita» raccolta in Zur Phänomenologie der Intersubjektivität, le indagini della V Meditazione costituiscono soltanto un tentativo di sintesi e di sistemazione, in quell’autentico laboratorio di ricerca che è stato per Husserl nell’arco di un trentennio la «fenomenologia dell’intersoggettività»: pur condotte con perizia magistrale, e capaci di dare una visione complessiva del disegno filosofico che le sottende, non possono essere considerate il referente principale della posizione husserliana, ma vanno sempre integrate nel più ampio contesto da cui emergono.86 Per quanto riguarda il problema in discussione, che ci ha portato a ravvisare la presenza di rimandi costitutivi all’intersoggettività persino all’interno della sfera primordiale dell’io, è di estremo interesse un passaggio testuale risalente ai primi anni ’20, in cui viene introdotta formalmente la nozione di «intersoggettività aperta»; dopo aver osservato che rimandi intersoggettivi sono presenti già al livello della costituzione originaria, passiva e pre-predicativa del campo fenomenico, e dunque anche nei casi più semplici della mia esperienza di oggetti, Husserl scrive: «Ogni oggetto, che mi sta di fronte agli occhi in un’esperienza e innanzitutto in una percezione, ha un orizzonte appercettivo, quello dell’esperienza possibile, propria ed estranea.

Ontologicamente parlando, ogni manifestazione che io ho è fin dal principio membro di una sfera apertamente infinita, ma non esplicitamente realizzata, di possibili manifestazioni della stessa cosa, e la soggettività di queste manifestazioni è l’intersoggettività aperta (und die Subjektivität dieser Erscheinungen ist die offene Intersubjektivität)» (Hu XIV, 289).

Qui, l’«intersoggettività aperta» si configura chiaramente come il senso stesso della cosa, la sua semantica ontologica originaria: se le manifestazioni sono fin dal principio inserite in una rete infinita di rimandi ad altri possibili soggetti, non è più possibile parlare di un’esperienza «privata» (esclusivamente «mia») della cosa. In qualche modo, il «solus ipse trascendentale» non merita questo nome, dobbiamo prendere atto che la struttura orizzontale degli oggetti dell’esperienza (e, in primo luogo, della percezione) è propriamente la loro apertura intersoggettiva; l’«orizzonte intenzionale», correttamente esplicitato, non solo esibisce l’infinità delle manifestazioni della cosa, la ricchezza inesauribile delle prospettive, ma la correla in un nesso formale apodittico con l’infinità dei soggetti possibili. In termini differenti, la «cosa» è costituita come unità sintetica delle mie esperienze reali e possibili e di quelle di ogni reale e possibile altro. L’«intersoggettività» è dunque la verità della cosa: «La cosa è una regola per le manifestazioni. Ciò significa: la cosa è una realtà in quanto unità di una molteplicità di manifestazioni che sono connesse in modo regolato. E questa unità è un’unità intersoggettiva» (Hu IV, 86). Nella fenomenologia trascendentale, l’altro, la cosa, il mondo formano una connessione inscindibile, ma anche un sistema dinamico i cui membri sono in continua interazione e si modificano reciprocamente. Come chiarisce Husserl in uno scritto del 1929, ogni volta che un nuovo soggetto entra nel mio campo di esperienza, il senso ontologico del mondo nel suo complesso si modifica e si arricchisce, la mia esperienza del mondo rimodula il suo stile in maniera conforme; ma tutto ciò non sarebbe possibile se l’essere mondano non avesse in se stesso la marca dell’intersoggettività: «Tutto l’essere mondano è costituito intersoggettivamente.

La costituzione dell’intersoggettività e del mondo intersoggettivo è costantemente in marcia (die Konstitution der Intersubjektivität und intersubjektiven Welt ist beständig auf dem Marsch) e ha un orizzonte corrispondente, in cui essa vale preliminarmente per me in quanto assume un senso intersoggettivo sempre nuovo, in relazione a nuovi soggetti-io (Ichsubjekte). […] Io potrei anche dire: il senso del mondo essente per me, come mondo della mia esperienza, della mia vita trascendentale, non è mai concluso (fertig), è un senso aperto all’infinito. Esso si forma ininterrottamente nel progresso della mia esperienza, ma non solo della mia esperienza primordiale, ma anche, e in maniera del tutto diversa, attraverso l’esperienza empatica di altri» (Hu XV, 45).

Oltre a tracciare le linee della fondazione trascendentale di un’ontologia pluralistica, che risolve l’apparente fissità del senso dell’essere in un processo infinito cui attivamente partecipano sempre nuovi soggetti, questo passaggio husserliano ci mostra chiaramente come ogni ampliamento possibile della sfera intersoggettiva sia prescritto già dall’inizio nella forma di un orizzonte intenzionale indeterminato. Questo orizzonte indeterminato, ma determinabile, è ciò che Husserl altrove chiama «intersoggettività aperta» o «apriori intersoggettivo», ed è inseparabile dalla compagine di senso in cui si costituisce ogni essere mondano; si tratta qui di una struttura formale che apre il senso fenomenologico dell’oggettività come tale, e pertanto essa non ci parla solo di un alter ego o di una molteplicità determinata di soggetti di cui possiamo avere realmente esperienza, bensì innanzitutto della totalità indeterminata («infinita», «infinitamente aperta») dei soggetti possibili nella misura in cui ognuno di essi è un centro relativamente indipendente e comunque necessario per la costituzione del mondo oggettivo. Spiega Husserl: «Ora si comprende in che senso devo dire: io sto tuttavia sullo stesso piano dell’altro come co-portatore costitutivo del mondo (Ich stehe doch jedem Anderen als konstituierendem Mitträger der Welt gleich). Così come me stesso, anche ogni altro è necessario per l’esserci del mondo, di quello stesso mondo che per me è il mondo reale, oggettivo. Non posso ignorare l’esistenza di nessuno, se non voglio rinunciare a questo mondo (Keinen kann ich wegdenken, ohne diese Welt preiszugeben). Non si può ignorare nessun altro soggetto già determinato, e implicitamente nessun altro soggetto anticipato nell’apertura di senso dell’orizzonte, sebbene indeterminato» (Hu XV, 46).

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LA RAZZA UMANA CHE SANGUINA..(MISANTROPIA ATTIVA ESTREMA)

Ricevo e pubblico:

“Caos il vuoto primordiale
una specie di gorgo buio che risucchia
ogni cosa in un abisso senza fine
paragonabile a una nera gola spalancata”

Discendo nell’abisso dove le virtù e la lealtà non esistono

Discendo, sapendo di poter scalare solo su rocce acuminate

Lo voglio? Voglio sentire il dolore, voglio strisciare con il mio corpo e ferirmi

Voglio ferirmi, facendo sanguinare la razza umana

Nella caverna dei miei desideri, la razza umana deve perire

Perisci, dentro il vuoto, in fondo a un buco indistinguibile

Perisci, cadi dentro una fossa, riempi il buco, dove è nascosto un segreto

Io lo conosco, noi lo sappiamo, siamo a conoscenza di questo segreto nascosto

Il rifugio della coscienza, ora è rivelato, la tana in fondo all’esistenza, ora si vede chiaramente, il nascondiglio, che si pretende essere sicuro, è aperto come il vaso di pandora

Ho fatto breccia, sono dentro un varco, tutto è un vortice, implode ed esplodono stelle decadenti, si è formato un cratere, dove punte acuminate, vogliono ferirmi

Io voglio essere ferito? Si voglio essere ferito, penetrato da una lama misantropica, voglio sentire il pungolare della fine della magnificenza

Io voglio ferire? Si, voglio ferire, la coscienza, voglio conquistare e penetrare dentro una fenditura, che si riempie di vanagloria, di speranze ferme e artefatte, voglio colpire al cuore dell’umanità

La razza umana deve sanguinare, deve essere colpita al fondo della propria esistenza, voglio la caduta della società, il fragore delle esplosioni, la passività che penetra mostruosi e prominenti desideri di distruzione

Agognare, alla distruzione della razza umana, sentire, lo sentiamo, siamo pronti, deve cadere, deve emergere un distopico estendersi di fiamme e fumo

Incendi devastanti, corrono, e corroborano la caduta in vuoto vacuo, oscuro e inesplorato

Terrore sconvolgente che divide, e fende, artiglia l’aria che respira l’uomo

Nubi che incubano mostri, che vogliono voracemente, nutrirsi di una chimera

Cataclisma che spinge il catalettico e la condizione di afflizione, verso l’eccitarsi di azioni eversive, che non hanno nessuna sponda idealistica

Dove siete, vi nascondete, dove vi situate, lo sapete, in che modo, volete affrontare, una magnifica cacotopia?

Un futuro senza futuro, schizzi di lucidità, che esplodono al contatto con il rimbombo delle armi, lampi che si estinguono al contatto con l’esistenza, che ora è un rifugio mal riposto.

Una crepa, una esaltante crepa dell’esistente, si sta aprendo, lentamente, non c’è più un nascondiglio, l’orizzonte scruta una marea dalle vastità abissali, e questa crepa si apre, si estende, sta erodendo, sta rompendo, sta aprendo uno spiraglio, dove il male penetra il bene, e tutto è oltrepassato

L’incrinarsi, che nessuno crede essere qualcosa di così significativo, affonda dentro il rivestimento dell’uomo, e dell’umanità, un colpo e una fiamma, fanno esplodere un odio anti-umano, la misantopica avanzata della distruzione

La razza umana deve sanguinare, l’uroboro in un ciclo infinito da infiniti volti, si sta mangiando la coda, siamo pronti, il buco che si è aperto, ha un destino in fondo a esso: la fine, la caduta, un tonfo sordo e straziante

Il negativo penetra, e fonde speranze e attese, nessuno augurio per la pace, la guerra macina e muove, strascica i piedi, di chi ha accettato, di combattere e morire per il proprio progetto egotistico

Cacòs e topos tra l’esistere e l’inesistere, siamo pronti, volgiamo, e ci muoviamo, lo vogliamo, percorriamo una strada fatta di margini e distacco, rifiutiamo il limbo dell’idealismo, continuiamo a propagare il caos e il terrore

Cacòs e topos dentro il vivere e il sussistere, tutto è finito, per voi è finita, incubi che chiariscono un attesa, stiamo percorrendo il sentiero che non è più margine, ma potenza e intensità, la pazzia misantropica

Schizo

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INHUMAN HATE: “PROPAGATION OF CHAOS”

1. Heerscharen aus der Unterwelt empor
2. Chaos
3. Bloodstorm
4. Eisiges Grab
5. Tief in meiner Gedankenwelt
6. Fog of Death

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(MESSICO) SETTIMA INTERVISTA ALLE ITS

Ricevo e pubblico:

http://maldicionecoextremista.altervista.org/mexico-septima-entrevista-a-its/

I compas affini della “Uroboro Silvestre”, ci hanno, inaspettatamente, mandato la traduzione della settima intervista, al gruppo Terroristico Eco-estremista delle ITS-Messico. In anteprima rispetto al laborioso lavoro di traduzione dei comunicati dello stesso gruppo. Un intervista, che è di profondo interesse, perché, specifica, temi e attentati, scomodi ed estremisti, che danno parecchio fastidio e irritazione, alla nuova scena idealista. Noi, sempre in linea con quello che è affine, con quello che sprigiona potere distruttivo, con quello che non ha paura di “rompere le uova nel paniere”, lo pubblichiamo, e lo dichiariamo apertamente: abbiamo le palle, e l’attitudine, per pubblicare tale materiale, non ci nascondiamo “dietro un dito”, ma lo pubblichiamo anche con passione Terrorista, sappiamo, che tutti quanti Noi, aneliamo alla caduta della società morale, alla sua distruzione, e allo scatenamento del Kaos Distruttivo, che porrà un conflitto dalle immense proporzioni, senza compensazione di leggi morali, che possano fermare un “prossimo” bagno di sangue amorale e anti-politico…il nemico è il nemico della mia Unicità e il “Tutto è permesso”, è sangue che cola sulle nostre Armi personali..

Ghen

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Questa intervista ha avuto risposta nel 2017 alla giornalista Laura Castellanos e in parte pubblicata nel suo libro “Cronaca di un paese furtivo” nell’ottobre 2018.
Ora viene pubblicato integralmente.
Inviato alla mail.

1) Quando ho fatto l’intervista nel 2011, il vostro obiettivo era agire con sabotaggi contro gli scienziati delle nanotecnologie, perché erano gli innovatori dello sviluppo Tecno-industriale, Ora perché avete iniziato ad attaccare anche i cittadini comuni? Perché non i potenti che prendono le decisioni che hanno creato il caos e la distruzione in questa civilizzazione? La gente comune viene attaccata perché è più facile farlo, e ci sono meno rischi?

Per iniziare, su questa intervista, vogliamo sottolineare che non ci hai mai intervistato, chi hai intervistato era un impostore, che si è coperto con il nostro “lavoro” più recente in quel momento (l’attentato Tec de Monterrey dell’agosto 2011), per ottenere la fama di altri; questo per essere chiari.

Chiarito questo, andiamo a rispondere. Come dici tu, dal 2011 ad oggi i nostri obiettivi si sono ampliati, siamo passati dall’attaccare centri di innovazione tecnologica, ad avere come obiettivo la popolazione e i civili.

Questo per una ragione specifica: perché la nostra guerra contro la civilizzazione è TOTALE; è molto riduzionista dire che “i potenti prendono le decisioni che hanno originato il caos e la distruzione in questa civilizzazione”; come hai scritto nella domanda 1. Ricordiamo che i “potenti” non sono la stessa civilizzazione, non rappresentano pienamente i valori civilizzati, sono anche rappresentati dalla società in generale, dall’umile lavoratore alle grandi società di innovazione scientifica.

La civilizzazione in quanto tale non è solo l’accumulo di grandi aziende che devastano la Terra, ma è anche l’infrastruttura che mantiene le città vive e l’urbanizzazione invasiva. La civilizzazione non sono le centinaia di scienziati che abbiamo in Messico, è che si dedicano alla nanotecnologia, ma sono anche le persone che camminano come automi apatici e senz’anima, è che alimentano il massiccio consumo e la moralità che sostiene la civilizzazione.

Proprio come nell’antica Roma la civilizzazione non era solo Cesare, nell’antica Grecia la civilizzazione non era solo il colosseo e le grandi costruzioni, nella Grande Tenochtitlan la civilizzazione, non erano solo i tlatoani che guidavano i cittadini, cosa che accade attualmente; chiunque affermi che i “potenti” sono da biasimare per tutto il caos della civilizzazione, sta commettendo un grosso errore, e dovrebbe considerare più seriamente la realtà che impera in questa era.

Per molto tempo il discorso “anti-civilizzazione” e “anarco-primitivista” ha dichiarato guerra alla civilizzazione, ma questi gruppi si sono limitati solo blandamente, all’attacco della proprietà privata. ITS non si limita a tutto questo, vogliamo scatenare una guerra contro la civilizzazione, è questa deve essere totale, attentare contro le grandi imprese, che distruggono la Terra e attaccare la società, che fa parte di tutto questo, perché nessuno è innocente, siamo tutti colpevoli.

Noi odiamo immensamente la civilizzazione, amiamo il selvaggio e, proprio perché amiamo questo, attacchiamo la civilizzazione senza alcuna compassione.

Come avrete letto, ci consideriamo anti-classisti, cioè non prendiamo in considerazione le classi sociali per attaccare i nostri obiettivi, non abbiamo nemmeno linee guida politiche, siamo anti-politici apertamente scorretti, quindi attacchiamo sia i “potenti” che quelli che sono i lavoratori.

Apparentemente si pensa, che ci dedichiamo esclusivamente ad attaccare i civili, ma no, è chiaro, come quest’anno, dove a gennaio uno dei gruppi delle ITS in Cile ha attaccato con successo uno dei capi più importanti di Codelco, la compagnia mineraria più importante al mondo, per quanto riguarda il saccheggio del rame; d’altra parte, a luglio, un lavoratore è stato gravemente ferito dopo aver aperto, un pacco-bomba, trovato in una chiesa a Lindavista, e anche se il lavoratore non era l’obiettivo iniziale, ma i religiosi che si nascondono nei templi cattolici della bruttura, le ITS non hanno mostrato alcun rimorso per questo atto.

Ciò che vogliamo chiarire, rispetto a sopra, è che tutto ciò che rappresenta la civilizzazione, il progresso umano, l’artificialità, ecc., è e sarà attaccato con ferocia, indipendentemente dalle condizioni sociali, il genere, i confini, gli idiomi, ecc.

E sì, è abbastanza facile attaccare i civili ma anche, in realtà, è abbastanza facile mandare una bomba diretta a un bersaglio abbiente; quindi non ci affidiamo alla facilità degli obiettivi da attaccare ma al ruolo che svolgono all’interno della civilizzazione stessa. Vogliamo vedere bruciare tutto completamente, vogliamo essere parte del caos che prende il sopravvento sulla civilizzazione, in attimi gloriosi, vogliamo godere del dolore umano, e osservarli agonizzare.

Molti certamente non lo capiscono, specialmente quelli che non si liberano della “coscienza sociale”, sembra inaccettabile che esistiamo, parliamo in questo modo e che facciamo le cose che diciamo, per quelle persone rimaste con il discorso classista di due secoli fa, i giustizieri di sinistra di un tempo; non si rendono conto che questa era è finita, è che, con i mutamenti estremisti, il contesto attuale chiede a gran voce risposte estremiste.

2) Dite che avete ucciso Lesvy Berlin Osorio ma l’ufficio del Procuratore della capitale, assicura che è stato il fidanzato, mostrando immagini video in cui il fidanzato la colpisce con la catena del cane. Il ragazzo è affine a voi? O ha supposto che lo ha fatto in maniera affine, e poi si è resto conto dell’errore?

Chiunque abbia un po’ di cervello, e vive in Messico, arriva alla conclusione, che la Procura è uno dei maggiori produttori di prove in questo paese (insieme a PGR, Cisen, ecc.); molti sanno che è così. Il video in cui si suppone che la donna in questione sia stata uccisa non è completo (come hai detto tu), manca un po’ di luce e chiarezza, per dire con certezza che il ragazzo ha agito, quindi non si può terminare affermando che il fidanzato è stato responsabile e che le ITS hanno mentito. In questo video si vede che il fidanzato discute e combatte con essa, e dopo la lascia da SOLA, e no, il fidanzato non è affine o fa parte delle ITS.

Suppongo che per essere un giornalista e avere accesso a diverse fonti di informazione (come nel caso dell’avvocato in questo caso e dei suoi conoscenti), tu abbia, già visto i video della CU; quel materiale è “esclusivo” anche se alcuni corrispondenti della Revista Proceso hanno pubblicato, quello che segue nella versione stampata numero 2125:

“Con il materiale audiovisivo fornito dall’UNAM, l’ufficio della procura della capitale è stato in grado di ricostruire quello che è successo quando la coppia e il loro cane, sono andati via, apparentemente calmi, verso casa. Qualche minuto dopo verso le ore 04:00, prima di passare attraverso l’Istituto di Ingegneria, entrambi si sono fermati, e hanno iniziato ad agitarsi, come se stessero discutendo.

Jorge Luis alza la catena del cane e nell’immagine non si riesce a distinguere, se in modo certo colpisce la sua compagna, anche se risulta dalla necroscopia, il comparire di due recenti ferite alla testa. [Non è possibile concludere che siano state fatte dalla catena].

Poi Jorge Luis afferra Lesvy con le braccia all’altezza del collo [Ma non la strangola]. La ragazza riesce a scappare, e invece di allontanarsi, lo abbraccia e mette la testa all’altezza del petto, ma che esso, spinge via. Pochi secondi dopo Jorge Luis si allontana a passo spedito e Lesvy lo segue. Alle ore 04:18 entrambi si fermano di nuovo vicino a una cabina telefonica, a 30 metri dall’Istituto di Ingegneria. Ma quando si vede Lesvy avvicinarsi a Jorge, la telecamera di videosorveglianza che ha focalizzato la scena, si sposta inspiegabilmente in un’altra direzione.

È proprio il momento in cui Lesvy viene strangolata, dal cavo della cabina telefonica Telmex.

Dopo questo incidente, alle ore 04:20, Lesvy non appare più nelle registrazioni video. Ma solo Jorge Luis e il suo cane. L’ex studente universitario cammina verso l’uscita di CU con la testa bassa e le mani in tasca. In un attimo, torna indietro, fissa con lo sguardo il luogo in cui ha lasciato la sua ragazza e poi prende a calci il suo cane. “

“Il corpo di Lesvy viene trovato alle ore 5:50 di mercoledì 3 maggio dalla lavoratrice dell’università, Esperanza Sánchez Hernández, che immediatamente informa il suo compagno Juan Andrés Sánchez Andrade. Entrambi vanno verso la cabina telefonica dove si trova il cadavere e quando capiscono, che ha la cornetta attaccata al collo e che non respira, riferiscono dell’incidente al Pronto Soccorso Centrale dell’UNAM. ”

In questa parte del rapporto riprodotto c’è un aspetto curioso, i giornalisti suggeriscono che alle 4:18, nell’istante in cui la telecamera gira su un altro lato, quello è il momento preciso in cui la donna viene strangolata, e muore, ma come si sa questo? Le prove forensi post mortem conoscono l’ora e i minuti esatti in cui una persona muore?

Non è vero? Cosa è successo nel lasso di tempo dalle 4:18 (quando la telecamera si muove) alle 5:50 (quando la lavoratrice trova il corpo)? Non è possibile che in 1 ora e 32 minuti qualcuno l’abbia uccisa? Tuttavia, tutti possono pensare ciò che vogliono in questo caso, sappiamo cosa abbiamo fatto, se la maggioranza pensa che il fidanzato l’ha uccisa e che mentiamo, che continuino a pensarlo, a noi non importa, basta che non strepitino, quando agiremo di nuovo e allo stesso modo.

Quello che possiamo dire è che quel giorno, uno dei nostri membri ha osservato la donna nella CU da sola e applicandogli una chiave di sottomissione l’ha soffocata fino alla morte, lasciandola legata al telefono, con la catena che l’uccisa portava quel giorno, un lavoro facile quando il bersaglio è una drogata. Dopo averlo espresso, chiederesti, ma perché proprio lei?

Bene, ricordiamo il contesto, nel giugno 2016 un altro membro delle ITS, ha ucciso con una pugnalata diretta, il capo degli uffici della Facoltà di Chimica dell’UNAM, ancora nella Città Universitaria. In quell’occasione il comunicato disse che il terrore si sarebbe manifestato nella stessa università, e che non avremmo permesso a nessuno all’interno della culla del progresso di camminare sicuro o protetto, e che infine non stavamo scherzando.

L’UNAM come altre università (pubbliche o private) è una delle più grandi culle del progresso in America Latina, dove si coordinano le menti che tendono al progresso umano civilizzato e alla conseguente devastazione del Selvaggio e l’avanzamento della artificialità. Questo è il motivo, del perché è stata attaccata, la sua storia è stata macchiata di sangue, è stata tinta di nero quando abbiamo compiuto questi due omicidi, non importa tanto che le nostre vittime, erano un lavoratore e un’ex-universitaria, l’importante è generare il Caos, che il Terrore prenda il sopravvento su questi tipi di luoghi in cui tutto ciò che odiamo è presente.

Quindi, se dobbiamo uccidere studenti, lavoratori, semplici impiegati, insegnanti e rinomati ricercatori in UC, lo faremo, in modo che una delle più grandi culle del progresso e dei suoi membri sia immersa nell’insicurezza e nella paranoia.

Ricordiamo che prima di questo, nel 2011, abbiamo assassinato un rinomato ricercatore di biotecnologie, che ha lavorato proprio in uno degli istituti dell’UNAM a Morelos; nel maggio 2016 abbiamo ucciso uno studente di informatica dell’IPN a Iztacalco e nel febbraio di quest’anno, il 2017, abbiamo assassinato il vicerettore del Tec di Monterrey a Chihuahua. Vale a dire, che persiste la campagna delle ITS contro le università più importanti.

Tornando al caso della donna morta in CU, vogliamo sottolineare l’ipocrisia sociale che si è verificata intorno a questo caso così controverso, se è vero che la sua morte ha avuto un impatto mediatico di proporzioni considerevoli, questo non sarebbe stato possibile se questa stessa donna non fosse stata una ex-universitaria e non sarebbe nata morta in una delle culle del progresso, ma poiché il contesto si è sviluppato in situazioni specifiche, la sua morte è stata la causa scatenante per fare scendere in piazza i progressisti, come protesta contro i cosiddetti “femminicidi”.

Questo è il momento in cui è entrata in gioco la doppia morale e i complessi di inferiorità dei progressisti (ci riferiamo alle femministe) e della società stessa. Per caso il numero di uomini morti non è più alto delle donne in questo paese? Perché non hanno protestato, anche contro l’omicidio, del capo degli uffici della Facoltà di Chimica nel 2016? Forse perché era un semplice “uomo”?

La morte di una donna ha più valore di quella di un uomo ? Tutte queste domande sono lasciate come risposta, per quelle che contestano con irritanti grida dai peli colorati, che strillano così tanto per l’uguaglianza dei sessi, non notando che con le loro proteste per la morte di una donna, si rendono inferiori solo perché sono donne e, allo stesso tempo, tutto questo contribuisce alla vittimizzazione sociale a causa di problemi di genere; pensate un po ‘, è uno scherzo del cazzo!

Tutta questa fregatura del genere è spazzatura, noi vediamo l’umano non per il suo genere, o per il suo colore della pelle, o per i suoi costumi, ecc., Ma per la maledetta razza che rende e mantiene il Selvaggio soggiogato.

Per la morte di questa ragazza, abbiamo ricevuto molte critiche, critiche sterili che ci hanno fatto solo ridere rispetto al nostro fiero atteggiamento. L’ipocrisia di tutti quelli che ci hanno criticato è stata più evidente quando ci hanno condannato solo per la morte di questa donna in UC e non per la morte della coppia uccisa, all’inizio del Monte Tlaloc a Texcoco, pochi giorni prima dello strangolamento della tossica in questione. Abbiamo bucato la testa di un uomo e una donna, perché ci hanno condannati solo per la morte in CU e non per la morte di un’altra donna sul Monte Tlaloc? Solo perché l’omicidio non era in CU? I progressisti non hanno vergogna allora.

3) Ogni vita umana merita disprezzo? Se è così, la vita dei membri della tua famiglia merita il disprezzo? Li uccideresti? La vita dei tuoi affini merita il disprezzo? Li uccideresti? La vostra vita merita il disprezzo? Vi suicidereste?

TUTTA la vita umana merita il nostro disprezzo, e sì, uccideremmo la nostra famiglia se necessario. Da tempo ci siamo distaccati completamente dalla famiglia, da quel gruppo di estranei incontrati per “caso” (come diceva Nietzsche), perché anche i tuoi parenti sono capaci di consegnarti alla giustizia quando si rendono conto che sei un “mostro”.

Non vogliamo alcun nesso psico-affettivo che ci leghi a impegnarci in relazioni malsane, che si basano solo sull’ipocrisia consanguinea, è che ci causa una tremenda repulsione. Per quanto riguarda i nostri affini, per la loro condizione di esseri umani moderni come noi, meritano anch’essi il disprezzo, anche se siccome condividiamo lo stesso sentire, lo stesso odio, lo stesso amore, e per la loro unica essenza, in tal senso, meritano il nostro apprezzamento; vediamo in maniera separata “l’ essenza “e” l’umano “, e diamo più valore alla prima, in riferimento ai nostri complici.

In questo modo, il suicidio è una delle opzioni da prendere in considerazione per ogni membro delle ITS, cioè, preferiamo morire con le nostre stesse mani piuttosto che essere catturati da coloro che vogliono vederci in una cella o in condizioni aberranti.

Non vediamo la morte come qualcosa di “cattivo”, ma nemmeno come qualcosa di “buono”, è semplicemente un percorso che dobbiamo percorrere alla fine di un ciclo; abbracciare la morte come facevano i nostri antenati, è uno dei nostri più grandi desideri, sebbene, la nostra condizione di umani moderni non ha rimosso quella sensazione di voler morire per una causa più grande, per l’Ignoto, per l’Inumano, e non per avere una sorte da”martiri”, ma per incontrare i nostri antenati nell’inframondo, e per questo sappiamo che saranno felici del nostro giungere ad essi.

In ogni caso, sappiamo che dopo la nostra caduta, ci fonderemo con la Terra, con il Vento, con l’Acqua e con il Fuoco; quando la nostra schifosa umanità sarà trasformata in qualcosa di Indicibile, saremo parte del tutto e del nulla e continueremo dando Guerra con le forze incommensurabili della Natura Selvaggia; e così sia.

4) Sull’ultimo scambio epistolare con i vecchi insurrezionalisti. È una dichiarazione di guerra reciproca? Attenterete contro di essi? Avere paura di essi? Pensi che vi attaccheranno?

Sappiamo che il tuo lavoro di giornalista è quello di polemizzare certe situazioni, e di più quando si tratta di gruppi clandestini, ma anche così rispondiamo alla tua domanda: Pensiamo che la persona che ha scritto quel comunicato volesse solo scaricare la propria frustrazione e il suo disappunto, per prendere la nostra strada e lasciare il gregge anarchico, poiché non crediamo che lui possa fare qualcosa contro di noi.

Il nostro comunicato in risposta alla merda versata da “questi” vecchi gruppi insurrezionali non è una dichiarazione di guerra, né tanto meno, li stiamo cercando, né ci preoccupano le loro sterili chiacchiere, sebbene se dovessimo scoprire che ci stanno dando la caccia, non staremmo a braccia conserte ne porgeremo l’altra guancia, questo deve essere chiaro.

Tutti possono dire quello che vogliono degli altri, tutti possono riversare la loro bile scrivendo cose contro l’eco-estremismo, ognuno farà ciò che gli conviene, anche se dobbiamo dire che sia alla persona che ha scritto quel comunicato, sia a noi, non conviene “sterminarci” l’un l’altro, questo è da capire…

In realtà, quel comunicato infamante di presunti ex membri dei gruppi insurrezionali è servito molto perché la campagna contro di noi continuasse, ora il signor Scott Campbell (che è solo uno pseudonimo di una donna, dato che sappiamo dove vive) ha pubblicato qualche altro testo dove ci condanna ancora; in verità se i progressisti non hanno oculatezza, e seguono lo stesso modo di fare, che si attengano alle stesse conseguenze.

A questo proposito, sappiamo che ci sono alcune persone che ci cercano negli ambienti anarchici come se fossimo ancora lì presenti, e se un giorno ci troveranno speriamo che abbiano abbastanza palle / ovaie per ucciderci, perché non siamo quelli che in uno scontro feriscono e basta. Siate sempre preparati, ragazzi, dato che i membri delle ITS non girano disarmati o con la guardia bassa!

5) Nel 2011 ho intervistato uno dei vostri fondatori. Poi lui, senza menzionare me e il giornale in cui ho pubblicato l’informazione, ha negato di aver concesso un’intervista alla stampa borghese. Ora avete rilasciato interviste alla rivista Siempre e a Ciro Gómez Leyva di Radio Fórmula, cosa vi ha spinti a cambiare improvvisamente la vostra posizione?

Ripetiamo ancora, quel languido personaggio che hai intervistato nel 2011 non era un membro delle ITS, era un membro del Fronte di Liberazione della Terra (FLT o ELF), ma non è mai stato o è stato un membro del nostro gruppo e non sappiamo dove ha saputo di essere “uno dei nostri fondatori”, anche se alla fine tutto questo ci ha alquanto divertito.

Attenzione, occhio a questo, ci sono molte persone che dicono di conoscerci, o che dicono di essere membri del nostro gruppo ermetico, per ottenere fama in certi circoli sociali: questo è una cosa completamente falsa; pensi che qualcuno dei nostri membri rischierebbe di dire di far parte delle ITS ai parenti o agli estranei, e quindi mettere in pericolo anni investiti in questo progetto criminale?

Ora, vale la pena notare che dal 2011 fino ad oggi, MOLTE delle nostre posizioni sono cambiate radicalmente, e di questo vi siete resi conto; compreso quello di rispondere alle domande dei mass media. A questo proposito, usiamo qualsiasi mezzo di comunicazione per generare propaganda, perché questo agisce in affinità alle nostre strategie egoiche come gruppo. A differenza dei gruppi di sinistra o di destra che rifiutano categoricamente di comunicare con la maggior parte dei giornalisti dei media tradizionali, ITS non si preoccupa di questa moralità sinistrorsa e usa ogni mezzo per propagare il proprio discorso scomodo.

Come hai visto, ci consideriamo amorali, è per questo che molte cose per noi vanno bene: va bene allo stesso modo, attaccare proprietari o lavoratori, donne o uomini, dare interviste a media alternativi o massivi, ecc., spero che tu possa capirlo, se non è così, beh, non c’è altro modo, continua a mantenere la tua posizione di sinistrorso, necessaria per il 2018, anno in cui i progressisti brandiranno tutto ciò che non sembra “fascista”, difendendo con i denti e le unghie, la loro candidata indigena e il loro leader dell’opposizione protagonista, con un ritorno di risultati pari allo zero, come l’APPO nel 2007.

Chikomoztoc, Mexhico

29 di agosto 2017

Individualisti Tendenti al Selvaggio-Messico

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NIHILIFER: “SUBTERFACTO.DECLIVE”

1. Deconstrucción de la trascendencia

2. El templo de la confusión

3. Emanación Qliphothica

4. Exacerbación ego-distónica

5. Reformación raigámbrica

6. Síntesis de fuego y carne

7. La quimera de los deseos

8. Voluntad crepuscular

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RICORDANDO: (SONDRIO) ATTACCO INCENDIARIO ALLA CHIESA SI TEMONO I SATANISTI

A proposito di Pasqua…(ricordiamo che in questa zona, Sondrio/Varese, anni prima fu scoperta una cellula terrorista satanista e di assassini seriali chiamata giornalisticamente “Bestie di Satana”)

Gordona, 7 aprile 2012 – Un attentato incendiario ha colpito la chiesa di Santa Caterina al Castello, causando mediante delle bottiglie molotov la combustione di alcuni arredi presenti al suo interno, nel diabolico tentativo di provocare un incendio che raggiungesse la copertura in legno e cagionarne così la sua distruzione. Sulla notizia la comunità di Gordona e i Carabinieri della Stazione di Chiavenna hanno mantenuto sinora il più stretto riserbo considerata la gravità dell’atto doloso e nella speranza di acciuffare in tempi rapidi gli ignoti autori. Ad accorgersi per primo di questo scempio, che fortunatamente ha registrato danni contenuti, il sacerdote della parrocchia di San Martino don Enea Svanella che, dopo il rogo appiccato alla nona stazione della Via Crucis, segnalato da un passante, ha controllato la chiesa, trovandosi di fronte il triste scenario.

Da un’apertura presente sulla parete laterale di sinistra i malviventi hanno introdotto quattro bottiglie incendiarie, riempite con del cherosene, realizzando così degli ordigni rudimentale, in grado di esplodere e incendiare la chiesa. Il crimine messo in atto ai danni dell’antichissima chiesa (metà XIV secolo), posizionata sull’omonimo colle di Santa Caterina, al culmine del percorso della Via Crucis in un luogo lontano dal centro abitato, ha provocato la combustione di un tavolino in legno e alcuni banchi, annerendo i pavimenti e le pareti.

Sul luogo è intervenuto anche il Nucleo investigativo scientifico che ha provveduto agli accertamenti del caso e non sono state rinvenute tracce di scritte o simboli di rivendicazione. «Auspico che siano trovati al più presto i responsabili di questo vile gesto che offende la nostra comunità», ha affermato il parroco di Gordona, ancora visibilmente scosso per l’accaduto. E’ facile pensare che i due atti incendiari alla cappella e alla chiesa siano stati eseguiti nella stessa notte, tra lunedì e martedì, proprio all’inizio della Settimana Santa di Pasqua, approfittando della presenza di un cantiere, promosso dal Comune, per la realizzazione di un parapetto all’inizio della Via Crucis.

Solo pochi anni fa la chiesa di Santa Caterina aveva conosciuto il furto di una statua della Madonna e dell’antica campana, entrambe poi ritrovate in luoghi diversi della Valchiavenna. Nella giornata di ieri – venerdì Santo – alcuni volontari hanno effettuato una prima pulitura della Cappella incendiata e hanno provveduto a riparare la finestra e sistemare della segatura sulla pavimentazione della chiesa per facilitare una sua migliore pulizia. Nonostante il pomeriggio nuvoloso in molti hanno percorso la Via Crucis, condannando unanimemente gli episodi, per i quali si chiede ora di individuare e punire i colpevoli.

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PROSPETTIVE CRITICHE DI STIRNER E L’UNICO E LA SUA PROPRIETÀ- STIRNER E GLI ANARCHICI

Nota introduttiva: Non siamo anarchici, manco siamo anarchici individualisti, non siamo Stirneriani, ma abbiamo approfondito, e approfondiamo, quello che è stato per molti la summa dell’anarchia più estrema. “L’Unico e la sua Proprietà”, ha distrutto molti dei miti e delle idee fisse su quella che è-era-sarà, la società, ed è ancora un libro attuale. Più che un libro (qualcuno l’ha letto anche dall’ultima alla prima pagina), è sperimentazione egoista, attraverso vari strumenti, come l’azione, la parola, lo scritto, il combattimento di strada, o anche il cosiddetto “dibattito amorale”. In questa Era robotizzata, non più ideologica o idealistica, l’Unico- per Noi, può essere usato come compendio Terroristico, come applicazione della sperimentazione verso la distruzione dell’umanità, è anche se non ha formule esplosive al suo interno, ha una sperimentazione attiva e distruttiva, che può essere annessa e applicata al Terrorismo Anti-politico, alla Misantropia Estremistica e Attiva.

Siamo convinti che “L’Unico”, non sia anarchico, se per anarchico si intende, quella serie di valori etici che sono idee fisse, fantasmi, prediche, dato che Stirner- pensiamo, riderebbe di questa dicitura datagli:“individualista anarchico”. D’altra parte, proprio perché Unico, questo tomo fondamentale nella distruzione delle leggi e i valori della società, è stato preso, utilizzato, scarnificato e dibattuto, da tanti e tutti, come gli anarchici, i comunisti, i fascisti, e altre branchie idealiste/ideologiche. In se non ci interessa se qualche anarchico individualista- come esempio- dice che Stirner è anarchico, o il suo pensiero è anarchico. Anche se poi leggiamo di come c’è chi critica in maniera distinta l’accostamento di Stirner e L’Unico con l’anarchismo individualista.* È naturalmente e come sempre, a differenza Nostra, gli anarchici affermano che un fascista non potrebbe mai dire di essere Stirneriano o usare Stirner, o portare apporti al proprio pensiero citando L’Unico. Perché? Stirner disse per caso di essere anarchico? Quello che ci distacca e separa dagli anarchici, è che essi pontificano e valorizzano, molte volte, eticamente, l’Unico. Noi, prendiamo, e approfondiamo, ci appropriamo, esclusivamente delle parti del suo pensiero che ci interessano. A parte quegli anarchici individualisti -o egoisti- che non hanno a che fare con la realtà di internet ( o che la rifiutano in toto, o parzialmente), leggiamo di come c’è parecchia confusione sulla rete, è che anche svariati anarchici di più progetti, a volte prendono dei “granchi”, su Stirner. Questo sotto, è un piccolo testo, su l’ampio e complesso, argomento dell’Egoismo Stirneriano, ma saremo curiosi di leggere cosa dicono questi anarchici individualisti in rete; Siete ad uso al dibattito amorale tra di voi? Perché questi individualisti, alcuni di questi, in luoghi e idiomi diversi, a volte “prendono enormi granchi” ** sull’Egoismo Stirneriano ?

Ex Editori della Rivista Misantropica Attiva Estrema KH-A-OSS

*https://abissonichilista.altervista.org/max-stirner-e-gli-anarchici-individualisti/

 ** Letteralmente: Commettere un errore grossolano, sbagliarsi, ingannarsi.

____

Gran parte della discussione analitica su Stirner appare nell’analisi sulla storia del pensiero anarchico e dei movimenti sociali. A partire dall’interessante discussione e tipologia di Paul Eltzbacher, “I grandi anarchici: idee e insegnamenti di sette grandi pensatori”, originariamente apparso nel 1894, diversi studiosi e intellettuali tentarono di soffermarsi sul dibattito, sulle idee di Stirner sotto elenco dell’anarchismo.

Particolarmente, queste analisi hanno trattato Stirner come se fosse semplicemente l’esempio più estremo dell’anarchismo individualista e, quindi, facente parte di una tradizione intellettuale che è meglio definita dal desiderio comune di eliminare lo stato come istituzione sociale.

Queste analisi sul pensiero anarchico collegano Stirner con pensatori così diversi come William Godwin, Pierre-Joseph Proudhon, Mikhail Bakunin, Peter Kropotkin Benjamin Tucker, ma hanno anche difficoltà a ridurre Stirner a un compatriota degli anarchici collettivisti. La riduzione di Stirner a un anarchico di solito avviene attraverso la noncuranza dello studio della critica dell’alienazione di Stirner attraverso il concetto di “proprietà” e l’analisi delle strutture sociali e politiche nei macro aspetti della modernità.

In questo caso, viene discusso se il pensiero di Stirner sia in sintonia con la tradizione anarchica. In queste indagini sul pensiero anarchico, Stirner viene invitato alla festa, ma non è un ospite gradito.

Il libro di Eltzbacher è stato pubblicato per la prima volta in inglese da Benjamin Tucker, tradotto dal tedesco da Stephen T. Byington, le stesse persone che hanno tradotto “L’Unico e la sua Proprietà”, il primo disponibile in inglese.

Eltzbacher era un giurista tedesco che, in parte a causa del suo studio sull’anarchismo, divenne professore di diritto commerciale alla Handelshochschule di Berlino nel 1906.

Alla fine fu eletto al Reichstag e divenne un sostenitore del bolscevismo dopo la prima guerra mondiale. Nei grandi anarchici, Eltzbacher cercò la conoscenza “scientifica” dell’anarchismo attraverso una revisione delle idee di Godwin, Stirner, Proudhon, Bakunin, Kropotkin, Tolstoj, e Tucker. Per ciascuno di questi teorici, Eltzbacher esamina (a) l’argomento fondamentale per l’anarchismo, (b) la concezione del diritto nella società, (c) la natura e il ruolo dello stato, (d) la legittimità della distribuzione della proprietà, e (e) come apparirà e sarà la nuova società apolide e in che modo.

Eltzbacher mira alla costruzione di un’elaborata tassonomia del pensiero anarchico intesa a dimostrare punti di accordo e disaccordo.

Per Eltzbacher, Stirner è l’individualista supremo il cui interesse personale o “auto-benessere” deve essere perseguito indipendentemente dalle specifiche del tempo o dello spazio. Le istituzioni che inibiscono il perseguimento da parte dell’egoista della sua convenienza, come la legge e lo stato, non hanno alcuna legittimità. In realtà, la legge e lo stato esistono in virtù di credenze generalizzate che sono sacre, e non perché gli individui riconoscano di essere favorevoli all ‘”auto-benessere”.

Nelle parole di Eltzbacher, Stirner è un anarchico perché il suo egoismo porta all’idea che “il benessere di ogni uomo richiede che una vita sociale umana, esclusivamente sulla base dei suoi ricevimenti, abbia luogo nello Stato.”

A suo merito, Eltzbacher riconosce che Stirner cerca alcune cose sulla ricostruzione della vita sociale attraverso la nozione dell”unione degli egoisti” e che gran parte del pensiero di Stirner è fondato sull’idea di “proprietà” o sull’individuo che possiede la sua vita. Eltzbacher distorce Stirner cercando di adattarlo a una categoria, equiparando la critica egoista alla proprietà con il sequestro socialista della proprietà privata da un movimento organizzato favorevole alle classi del governo.

Eltzbacher non discute o sviluppa la critica di Stirner all’alienazione e alla reificazione. Il problema fondamentale con la discussione di Eltzbacher è che il presunto anarchismo di Stirner diventa il concetto principale o la lente attraverso cui viene interpretata l’interezza del suo pensiero.

Una volta che Stirner viene definito prima di tutto come anarchico, gli altri elementi del suo pensiero, come l’enfasi sulla proprietà, sono relegati a ruoli di supporto.

Il classico studio dell’anarchismo di George Woodcock rivela un problema simile.
Woodcock era canadese di nascita, ma ha vissuto gran parte della sua vita in Gran Bretagna. Divenne un anarchico sinistrorso all’inizio dell’età adulta.

Era un pacifista per convinzione e un obiettore di coscienza in atto durante la prima guerra mondiale. Dopo la guerra, tornò in Canada e insegnò all’Università della British Columbia fino agli anni ’70. Fu uno scrittore prolifico e pubblicò studi di grande considerazione su Proudhon, Godwin, Kropotkin, Oscar Wilde e George Orwell, oltre all’Anarchismo: “Una storia di idee e movimenti libertari”, che apparve nel 1962. Woodcock dedica un breve capitolo di undici pagine a Stirner nel suo libro, che è notevole nella profondità sulla analisi degli anarchici comunisti, ed è breve e superficiale nella dibattito sugli anarchici individualisti.

Oltre allo scarso trattamento che dà a Stirner, Woodcock dispensa l’intera tradizione dell’anarchismo individualista in America, in due pagine che sfidano completamente le idee di Tucker e Lysander Spooner. Il libro di Woodcock considera l’anarchismo comunista come il corso principale; le varianti individualiste sono meno interessanti e molto meno importanti.

Stirner non è molto più bravo di Tucker o Spooner per Woodcock. La maggior parte del capitolo dedicato a Stirner nell’anarchismo di Woodcock non discute le sue idee, ma si concentra sui fatti noti della vita di Stirner, facendo uscire nomi e relativi aneddoti su Stirner e i giovani hegeliani a Berlino.

Di fatto, il libro, non spende più di cinque pagine a discutere del contenuto di “L’Ego e la sua Proprietà”, molte delle quali sono espressa caratterizzazione di Woodcock, piuttosto che un’esposizione delle idee di Stirner. Woodcock non discute la relazione di Stirner con Hegel. Non menziona la dialettica né l’approfondimento di Stirner della modernità. Crede erroneamente a Marx, per aver pubblicato il saggio di Stirner “Il falso principio della nostra educazione”, e sembra certo che Nietzsche fosse uno dei discepoli di Stirner.

Per merito di Woodcock, riconosce che la “proprietà” è la categoria centrale dell’egoismo dialettico di Stirner, ma trova ripugnante il fatto che Stirner attribuisca più importanza alla proprietà che alla libertà. Riconosce che l’egoista di Stirner e gli anarchici condividono lo stato come un nemico comune, ma gli anarchici, ovviamente, hanno obiettivi più nobili e una logica valida.

Dice che il trattato di Stirner è “appassionatamente anti-intellettuale”, “elogia il crimine e l’omicidio” e anticipa “i criminali spericolati la cui presenza hanno oscurato il movimento anarchico” durante gli anni 1880 e 1890.

Forse il più grande affronto di Stirner verso l’istituzione anarchica, è che ha prodotto “un saggio brillante” avvolto dal “tedio” e dalla “terribile verbosità”, che è presumibilmente assente dai tomi anarchici scritti da Godwin e Proudhon. Woodcock non si degna di esaminare gli scritti di Stirner come un corpo di idee.

“L’Unico e la sua Proprietà”, è semplicemente Stirner “che grida nel selvaggio”, infierendo contro la sua sfortunata, avversa, inconsistente vita isolata, come insegnante che passava gran parte del tempo a eludere numerosi creditori e prendersi cura di una madre disturbata.

Woodcock è simpatetico con l’anarchismo, ma non con l’individualismo, il tipo assertivo proposto da Stirner e dalla sua progenie. Woodcock non sa davvero cosa fare con Stirner. Non si concentra sulle idee di Stirner perché differiscono in modo così marcato dal pantheon dei sinistrorsi anti-stato, che considera i rappresentanti reali o legittimi del pensiero e della pratica anarchica.

Stirner non è un buon compagno dei suoi simili più civilizzati come Godwin, Kropotkin e Proudhon, anti statisti che non contestano il ruolo subordinato dell’individuo alla collettività. L’antipatia di Woodcock per Stirner e la sua mancata discussione dell’egoismo di Stirner nel contesto degli approdi dialettici è emblematico della totalità delle critiche collettiviste o comuniste di Stirner.

John Clark sull’Egoismo di Max Stirner dipinge un simile ritratto, da un punto di vista anarchico comunista, o come lo definisce un “anarchismo sociale” che non è simpatico all’individualismo a causa della sua “inadeguatezza”.

Lo studio di Clark è stato pubblicato nel 1976 dalla Freedom Press di Londra, un’organizzazione anarchica comunista che è stata anche responsabile della pubblicazione del giornale anarchico di lungo corso chiamato “Libertà”.

Il libro di Clark, sebbene miri a un trattamento equo e ragionato delle idee di Stirner, intende tuttavia esaminare le “dimensioni metafisiche ed etiche del pensiero di Stirner”, concetti che Stirner ha avuto grande cura di confutare in “L’Unico e la sua Proprietà”. L’interesse di Clark è nel trattare con l ‘”egoismo metafisico ed etico” di Stirner. Il problema immediato è che Clark crea un’analisi di Stirner usando categorie che sono rifiutate in “L’Unico e la sua Proprietà”.

Nonostante i problemi inerenti al suo proposito, Clark inizia il libro in modo promettente affermando che l’influenza di Hegel sul pensiero di Stirner è inevitabile e “è modellata dall’inizio alla fine dal suo rapporto di opposizione al sistema hegeliano”. Eppure, l’unica cosa che Clark dice della relazione Hegel-Stirner è che Stirner si oppose alla nozione hegeliana di Spirito come un “assorbimento dell’individuo nella totalità” e propone invece un “totale riassorbimento dell’Assoluto (o Spirito in qualsiasi forma) nel ego individuale, il suo creatore originale. “

Nonostante la svolta positiva nella frase di sopra, offre poca sostanza sulla relazione Hegel-Stirner. Non dice nulla sulla dialettica o sulla natura della critica che Hegel e Stirner hanno entrambi adoperato. È evidente, che nella discussione, Clark è interessato soprattutto a sostenere l’anarchismo sociale come l’ideologia politica più appropriata per affrontare i problemi della fine del ventesimo secolo.

Egli afferma:

L’anarchismo è l’unica grande teoria politica che ha tentato di sintetizzare i valori della libertà negativa e positiva in una visione unica e più completa della libertà umana. Nella sua enfasi sulla comunità e l’uguaglianza, riconosce l’importanza dell’auto-realizzazione attraverso la partecipazione e la capacità di tutti di condividere i benefici del lavoro nella società.

Stirner in modo appropriato ridicolizza le reificazioni collettiviste come “il lavoro della società” e la confusione di concetti collettivisti come la “comunità” e “l’uguaglianza” con l”autorealizzazione”. Per Clark, il problema più grande nello studio dell’egoismo di Stirner è se Stirner può essere chiamato legittimamente anarchico.

Clark non può conciliare la questione perché sa che Stirner è allo stesso tempo un nemico dello stato e dell’utopia collettivista che “gli anarchici sociali” vogliono imporre agli individui e alla società. Stirner critica la modernità.

Clark pensa che il grosso problema sia il conflitto tra capitalismo liberale e comunismo. Più significativamente, forse, Clark si rifiuta di impegnarsi in un dibattito, sulla nozione di proprietà di Stirner. Clark capisce che Stirner distingue la libertà e la proprietà, ma non sviluppa la nozione di proprietà. Senza spiegazione, sostiene che:

Stirner non è chiaro riguardo al rapporto tra libertà e proprietà.

Discute a lungo sulla distinzione tra libertà positiva e negativa di Isaiah Berlin, ma non discute su come il concetto di identità di Stirner si rapporta o si distingua da entrambi i tipi di libertà. Clark tenta di delineare ciò che per Stirner potrebbe significare la “libertà”. Ma, che cosa è la proprietà negli scritti di Stirner? Perché Stirner è interessato a questo? Perché è più importante nel lavoro di Stirner rispetto alla libertà negativa o positiva? Come mai la base della critica di Stirner è alla modernità, allo stato e al capitalismo? .

Il dibatito di Clark su Stirner soffre (a) dell’imposizione di un’agenda politica intollerante all’individualismo e (b) un fallimento nell’esaminare i concetti chiave nella filosofia di Stirner. Clark mette in piedi e attacca un uomo di paglia, uno pseudo-Stirner.

Il problema di fondo che appare nel ritratto anarchico comunista, è che Stirner sia un anarchico. La conclusione consistente è che Stirner, il nemico dello stato, non è un anarchico in buona fede perché non condivide l’entusiasmo collettivista per la comunità e l’uguaglianza. Gli anarchici orientati a sinistra semplicemente non riescono a riconciliare la nozione di proprietà di Stirner e l’appropriazione della vita dell’individuo con il loro ideale di una società senza stato, in cui la proprietà è posseduta in comune, e la folla impone l’agenda morale.

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