ABISSI IRRILEVANTI

ABISSI

 

 

 

 

 

 

 

Lucidità significa avere sempre presenti queste profondità vuote, aver conosciuto sulla propria pelle l’inanità universale e non poter più vivere come tutti gli altri, come tutti coloro che non sono stati iniziati a questa Eleusi dei cuori disingannati. Il lucido è colui che ha scoperto che dietro la tenda di Pitagora non c’è niente, che quel sollevamento dei veli poteva portare solo ad abissi irrilevanti, che il vero Mistero è l’accettazione del nulla sotto quei veli.

 

Cioran, l’iniziato per eccellenza, comprende che per gli antichi tutto era rito e brivido, mentre per noi moderni tutto è procedura e burocrazia: versione sacra e profana di un medesimo occultamento, che nasconde il vuoto essenziale, il vuoto del mondo e del soggetto. Iniziato, come si sosteneva pocosopra, non volontario, ma coatto.

 

Per concludere il nostro discorso potremmo dire che Valéry è colui che aspira alla nulla cosciente, colui che alza volontariamente il sipario del mondo, colui che si inizia ai misteri per liberarsi di sé, per porsi accanto a sé e alle cose, per trovare l’invariante, l’essenza. Valéry è colui che mette in atto una sorta di epoché fenomenologica ante litteram (ante Husserl), cioè prima che Husserl piegasse questa pratica alle esigenze della fenomenologia: si tratta infatti di un atto volontario di sospensione del contingente per approdare a una sorta di apoditticità, per usare ancora la terminologia fenomenologica.

 

In Cioran, invece, il Mistero si rivela: indesiderato, almeno all’inizio, il nulla invade il soggetto innalzandolo, al contempo, al suo reale destino metafisico. Cioran è all’altezza del suo destino. Non capita a tutti. Egli stesso affronta questo problema, connesso ai diversi gradi della lucidità, in un altro Esercizio di ammirazione. Gli dedicheremo parte della nostra attenzione:

 

 

“In alcuni la lucidità è un dato primordiale, un privilegio, anzi una grazia. Non hanno nessun bisogno di acquisirla, di tendere ad essa: vi sono predestinati. Tutte le loro esperienze concorrono a renderli trasparenti a loro stessi. Colpiti da chiaroveggenza, non ne soffrono, a tal punto essa li definisce. Se vivono in una crisi perpetua, la accettano con naturalezza: essa è immanente alla loro esistenza. In altri, la lucidità è un risultato tardivo, il frutto di un accidente, di una frattura interiore sopraggiunta a un certo momento.

Fino ad allora, chiusi in una piacevole opacità, aderivano alle loro evidenze senza soppesarle né intuirne il vuoto. Eccoli disingannati e impegnati loro malgrado nella via della conoscenza; eccoli inciampare fra verità irrespirabili, alle quali niente li aveva preparati. Perciò sentono la loro nuova non come un favore, ma come un «colpo»”.

 

 

Questo è l’incipit di Fitzgerald. L’esperienza pascaliana di un romanziere americano, testo che ci permette di trattare una nuova via d’accesso alla lucidità: una via più quotidiana, accessibile a tutti – l’esperienza del fallimento. Ci sembra però doveroso e utile spiegare il retroscena del nostro interesse per la raccolta di saggi e ritratti a cui ci siamo frequentemente riferiti: si sarà notato come già precedentemente e certo arbitrariamente, abbiamo ritorto alcune affermazioni cioraniane rivolgendole a egli stesso, adducendo a motivazione una certa aria di famiglia del nostro pensatore con quelli ammirati.

 

Ora vorremmo spingerci oltre e affermare che negli Esercizi Cioran ammira e si libera – attraverso altre figure di intellettuali, pensatori, scrittori – di parti dise stesso, di alcune delle molte figure che egli è stato o che egli avrebbe magari voluto essere. Come mille frammenti di uno specchio che riflettono la stessa immagine, ma da angolature e con dimensioni differenti, Cioran gioca con se stesso, con le sue ammirazioni e i suoi disgusti, con le sue aspirazioni e le sue ossessioni, scegliendo persone che sono in qualche maniera personificazioni di ciò.

 

Ma proprio perché a tale gioco è commisto il desiderio di liberarsi di tali stati, gli esercizi sono un misto di ammirazione e distanza, sono spesso una lunga schermaglia con l’autore in questione: autore, lo ribadiamo, che è, a nostro avviso, in parte simulacro dell’esperienza con la quale Cioran vuole fare i conti. Beninteso, Cioran non uccide l’uomo che ammira per sacrificarlo all’esperienza che incarna: l’irriducibilità dell’individuo ammirato viene sempre mantenuta e conservata. Infatti, ogni volta che tentiamo di ritorcere verso (o contro) Cioran le sue stesse affermazioni siamo sempre costretti a uno slittamento terminologico, a una correzione del tiro, per eliminare tale distanza, altrimenti la nostra freccia non colpirebbe il bersaglio. Tornando allo specifico, possiamo ora dire che ciò che la figura di Fitzgerald interpreta e declina è il fallimento. È quindi con il fallimento che Cioran vuol fare i conti.

 

 

“Il fallimento è un parossismo della lucidità; il mondo diventato trasparente all’occhio implacabile di chi, chiaroveggente e sterile, non aderisce più a niente. Anche se incolto, il fallito sa tutto, vede attraverso le cose, smaschera e annulla l’intera creazione. Il fallito è un La Rochefoucauld senza il genio”.

 

Il giovane Cioran (come si evince dalla nota l’aforisma è tratto da Lacrime e santi) reputa la portata conoscitiva del fallimento talmente alta da paragonarla a quella di uno di coloro che egli annovera tra i più fini conoscitori dell’uomo, cioè a quella di La Rochefoucauld. Torneremo nel capitolo seguente sulle connessioni che Cioran rivendica con la tradizione dei moralisti francesi (in cui La Rochefoucauld può essere inserito): l’accenno qui è più che sufficiente per sottolineare la stima che Cioran nutre per i falliti. “Il fallimento è la versione moderna del nulla: per tutta la vita ho subito la sua attrattiva” sostiene Cioran in un altro luogo. E aggiunge: “Il deserto interiore non è sempre destinato alla sterilità.

 

La lucidità, grazie al vuoto che lascia intravedere, si trasforma in conoscenza: essa, allora, è mistica senza assoluto. La lucidità estrema è il grado ultimo della coscienza; ti dà la sensazione di avere esaurito l’universo, di essergli sopravvissuto. Chi non ha provato questa tappa ignora una varietà insigne della delusione, quindi della conoscenza. Gli entusiasti cominciano a diventare interessanti quando si confrontano con il fallimento, e quando la disillusione li rende umani. Colui a cui tutto riesce è necessariamente superficiale […]Un minimo di squilibrio è di dovere. All’essere perfettamente sano, psichicamente e fisicamente, manca un sapere essenziale. Una salute perfetta è a-spirituale”.

 

Affermazioni queste che, oltre a confermare le ipotesi da noi formulate nei paragrafi precedenti, ci permettono di comprendere la portata metafisica dell’esperienza del fallimento: esperienza con cui, ora, si impone davvero una resa dei conti. Per tutta la vita, ci dice Cioran, ho subito l’attrattiva del fallimento, questa versione moderna del nulla: noi potremmo dire questa versione borghese del nulla. Nell’epoca del successo il fallimento è ciò che esclude, prima di tutto da se stessi, dalle proprie aspirazioni: è una sorta di esilio in se stessi. Ritorniamo a Fitzgerald:

 

“In ciò che hanno di specificamente americano, le rivelazioni di The Crack-up concernono solo la storia letteraria, la storia pura e semplice. Tuttavia, in quanto esperienze intime, partecipano di un’essenza, di un’intensità che trascende le contingenze e i continenti.”.

 

Ma allora, forse, ciò a cui Cioran si interessa negli Esercizi sono proprio tali esperienze talmente intime da partecipare di un’essenza e di un’intensità tali da trascendere i dati accidentali e particolari – tali da diventare universali. Sono tali esperienze, che toccano il fondo dell’uomo, a essere ciò che unisce gli uomini in ciò che hanno di più profondo, a permettere loro l’unico vero contatto possibile.

 

Non è un caso che queste siano esattamente le parole che Cioran sceglie per designare il lirismo, l’unica possibilità concessa all’uomo di reale comunicazione con gli altri uomini. Ce ne occuperemo diffusamente nei capitoli successivi: ci si accontenti qui di questo rapido accenno. E questa precisazione cioraniana ci permette anche un raffinamento terminologico (che è al contempo ciò che mancava, che si avvertiva mancare) della nostra precedente ipotesi: ciò con cui Cioran lotta e si confronta sono le esperienze intime, essenziali, universali.

 

E dato che le deficienze del linguaggio e dell’immaginazione si arrendono all’assoluto, eglisceglie di mostrarle in atto, di ritrovarle incarnate in individui che, in qualche maniera, assurgono ad esemplari, senza però che questi siano trattati con il compiacimento vivisezionante dell’entomologo. Seppur condotti con una nettezza impressionante, i ritratti infatti non sono mai freddi, mai oggettivi, nel senso più anatomopatologico del termine, ma in essi traspare familiarità, quasi discrezione nel prendere distanza e soprattutto quel miracoloso senso di amicizia (forse stellare) che Cioran sempre conferisce, anche in testi dal contenuto più urticante. Gli individui restano in questi ritratti sempre inafferrabili, solamente intuibili – come tutte le cose vive. Torniamo ora al fallimento:

 

“Quella crisi non doveva condurlo [Fitzgerald] né alla mistica né a una disperazione finale o al suicidio, ma alla disillusione. […] È abbastanza esteta da addolcire la sua misantropia con l’ironia e da introdurre una nota di eleganza nell’economia dei suoi disastri. Il suo stile disinvolto ci lascia intravvedere quello che si potrebbe definire il fascino della vita spezzata. Aggiungerei perfino che si è «moderni» nella misura in cui si è sensibili a quel fascino. Reazione da disillusi, probabilmente, da individui i quali, incapaci di ricorrere a un retroterra metafisico o a una forma trascendente di salvezza, si aggrappano ai loro mali con compiacimento, come a fallimenti accettati. Il disinganno è l’equilibrio del  vinto”.

 

 

Disillusione, disinganno: Cioran introduce questi termini per designare una sorta di livello del fallimento, o meglio di ciò che si può diventare in seguito ad un’esperienza capitale quale il fallimento. Per Cioran “il disilluso, questo angosciato in tono minore, che può raggiungere lo scettico se sa innalzare le sue delusioni e le sue inquietudini fino al piano della conoscenza [il malessere, infatti, costituisce la prima tappa della riflessione filosofica]” è caratterizzato da quella “ponderatezza che definisce [anche] lo scettico” e che, invece, è estranea al cinico.

 

Ponderatezza, quindi equilibrio; Cioran dice la stessa cosa nella citazione su Fitzgerald: il disinganno è l’equilibrio delvinto. Di colui che essendo incapace di riferirsi a un retroterra metafisico o a una forma di salvezza che trascenda il problema, si compiace quasi dei suoi mali, si sente al sicuro all’ombra del proprio fallimento. Cioran sottolinea poi come il disilluso sia un angosciato (o un ansioso, la differenza nella traduzione non è poi così irrilevante) di second’ordine.

Questa subordinazione del disilluso allo scettico è data dal fatto che il disilluso si ferma alla percezione della condanna della rivelazione, della lucidità, non traendo le conclusioni conoscitive che tale esperienza (nel caso di Fitzgerald, ricordiamolo, l’insonnia, quindi l’esperienza della notte) porta inevitabilmente con sé: essa è, al contempo, condanna e privilegio, anzi liberazione. L’incapacità di innalzare le proprie disillusioni (o delusioni, anche qui lo scarto tra i termini è notevole) al rango di conoscenze caratterizza la differenza tra disilluso e scettico, tra chi “nella «vera notte dell’anima» si dibatte da vittima piuttosto che da eroe” e chi, invece, rappresenta per Cioran quasi il prototipo dell’eroe, colui che combatte e muore senza scopo.

 

 

 “Capita la stessa cosa a tutti coloro che vivono il loro dramma unicamente in termini di psicologia: essendo inadatti a percepire un assoluto esteriore contro il quale combattere o al quale piegarsi, ricadono eternamente in se stessi per vegetare, in fin dei conti, al di sotto delle verità che hanno intravisto. Ancora una volta, sono dei disillusi: giacché la disillusione – ripiegamento dopo un disastro – è tipica dell’individuo che non può distruggersi per una disgrazia e neppure resisterle fino alla fine per trionfare su di essa. La disillusione è il «semitragico» ipostatizzato. E poiché Fitzgerald non ha potuto mantenersi all’altezza del suo dramma, non potremmo annoverarlo fra gli ansiosi di qualità. L’interesse che presenta per noi consiste proprio in quella sproporzione fra l’insufficienza dei suoi mezzi e la misura dell’inquietudine che ha vissuto.

 

Un Kierkegaard, un Dostoevskij, un Nietzsche sovrastano le proprie esperienze come le proprie vertigini, perché essi valgono di più di ciò che «accade» loro. In loro il destino precede la vita. La stessa cosa non avviene in Fitzgerald; la sua esistenza è inferiore a ciò che essa scopre.

Egli vede nel momento culminante della sua vita solo un disastro di cui non si consola, malgrado le rivelazioni che ne trae. […] Con questo non vogliamo assolutamente minimizzare la portata di una testimonianza in se stessa sconvolgente. Un romanziere che vuol essere solo romanziere subisce una crisi che, per un certo tempo, lo proietta al di fuori delle menzogne della letteratura. Si risveglia ad alcune verità che scuotono le sue evidenze, il riposo del suo spirito. […] Noi deploriamo […] che non […] abbia votato abbastanza fedeltà [al suo fallimento], che non l’abbia approfondito e sfruttato a sufficienza. È tipico di uno spirito di secondo rango non poter scegliere fra la letteratura e la «vera notte dell’anima»”.

 

Se ci siamo concessi, ancora una volta, di ascoltare molte parole cioraniane è perché le consideriamo ricche di spunti da cercare di sfruttare. Innanzitutto troviamo un chiarimento ulteriore della nozione di disilluso: il disilluso è colui che non è adatto a percepire un assoluto esterno a se stesso contro il quale combattere (e questo è il caso, ad esempio, del negatore, del nichilista o dello scettico) o al quale piegarsi (in termini minimi, del credente; in termini superiori, del santo o del mistico).

Un vinto che si pasce della propria sconfitta, che trova in essa ponderatezza ed equilibrio, senza trarne alcuna conseguenza e che è incapace di vivere quella sconfitta se non nei termini della psicologia. L’esistenza del disilluso si colloca al di sotto delle verità che ha potuto scorgere, perché essa non è preceduta dal destino; egli non è in grado di corrispondere in maniera adeguata a una disgrazia: non è in grado di cadere sotto i colpi che essa gli infligge o di resisterle, fino a trionfarne. La disillusione è il “semitragico ipostatizzato”. Il fallimento richiede dedizione, fedeltà, volontà di spingerlo fino all’estremo limite, di trarne tutte le conseguenze con un’avidità distruttrice e quasi voluttuosa. Esso richiede, come il vuoto del resto, di percorrerlo sino in fondo, di sfruttarlo.

“Trovare che tutto è privo di fondamento e non farla finita, non è un’incoerenza: spinta all’estremo la percezione del vuoto coincide con la percezione del tutto, con l’ingresso al tutto. Si comincia finalmente a vedere, non si va più a tentoni, si è più sicuri, più forti. Se c’è una possibilità di salvezza fuori dalla fede, si deve cercarla nella facoltà di arricchirsi a contatto con l’irrealtà. Anche se fosse un inganno, l’esperienza del vuoto meriterebbe di essere fatta. Ciò che essa propone, ciò che tenta, è di ridurre a niente la morte e la vita, al solo scopo di rendercele tollerabili. Se qualche volta vi riesce, che possiamo desiderare d’altro? Senza di essa, nessun rimedio all’infermità di essere, nessuna speranza di poter reintegrare, non fosse che in alcuni rapidi istanti, la dolcezza di prima della nascita, la luce della pura anteriorità”.

 

 

Ecco la conclusione a cui approda Cioran, l’uomo désabusé par excellence: l’unica possibilità di salvezza al di fuori della fede risiede in questa possibilità di arricchirsi a contatto con l’irrealtà, con il vuoto che dispensa la pienezza. Avendo conosciuto tutte le declinazioni della delusione e dell’esperienza del nulla, egli parla con competenza: è talmente tanto competente da comprendere che, in materia di nulla, nulla può essere insegnato. L’esperienza del nulla, della percezione dell’irrealtà non è un’esperienza di gruppo, non può essere oggetto di scambio intellettuale. Necessita di essere sentita, sperimentata, di essere lacerati da essa, di soffrire per essa. E una volta sperimentata di farne i conti ogni giorno, ogni minuto della propria esistenza: “Chi ha fatto un’esperienza analoga a quella dell’Ecclesiaste se ne ricorderà per sempre; le verità che vi avrà attinto sono irrefutabili quanto impraticabili,: banalità, evidenze distruttrici dell’equilibrio, luoghi comuni che rendono pazzi”, scrive ancora Cioran. Ma questi “luoghi comuni che rendono pazzi” sono i nostri luoghi comuni, il dramma di Cioran è il dramma del moderno.

Egli lo ha incarnato, ne ha sofferto e ha compreso: non si può vivere nella lucidità assoluta (“Per quanto disincantati siamo, ci è impossibile vivere senza alcuna speranza. Ne serbiamo sempre una, a nostra insaputa, e quella speranza inconscia compensa tutte le altre, esplicite, che abbiamo respinto o esaurito409”.), ma al contempo dobbiamo resistere strenuamente alle vecchie e nuove superstizioni, dobbiamo vivere a pieno la nostra condizioni di esiliati metafisici, di bloccati nel tempo; dobbiamo essere all’altezza dell’Incurabile che abbiamo visto – dell’Incurabile e dell’Esilio che sono il nostro destino…

 

“In fondo non c’è più niente che abbia un qualche significato per me, vivo senza futuro. Il futuro mi è precluso sotto ogni aspetto; quanto al passato è davvero un altro mondo. Non vivo fuori dal tempo, ma come uno bloccato, non in senso storico, ma in senso metafisico. Per me non ci sono vie d’uscita perché non ha senso che ve ne siano. Quindi vivo in una sorta di eterno presente senza scopo, e questo non mi addolora.

Gli uomini devono abituarsi a vivere senza scopo, il che non è tanto semplice quanto si crede. In ogni caso è un risultato. Credo che i miei pensieri si riducano a questo: vivere senza scopo. Perciò scrivo pochissimo, lavoro poco, sono sempre vissuto ai margini della società, sono apolide e mi sta bene così. Non ho più bisogno di patria, non voglio appartenere a niente”.

 

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