AD HOMINEM

AD HOMINEM

 

 

 

 

 

 

 

 

Se si ricerca in un qualche vocabolario il lemma “fede”, ci si imbatterà certamente in qualche definizione riguardante contesti religiosi; e, in modo analogo, si può dire che l’uso che comunemente facciamo di questa parola coinvolge sempre una qualche pratica sacra.

Ma c’è un senso puramente gnoseologico di questo termine che è più ampio del senso religioso: un senso, quello gnoseologico, che sta al senso religioso, come il genere alla specie

La definizione che in molti luoghi dell’opera severiniana ritroviamo di “fede”
rimanda spesso a un suo confronto con il rapportarsi alla “vera verità”, rispetto a cui la fede sarebbe solo una credenza dimentica di essere tale.

Una prima indicazione, la possiamo trovare negli Studi di filosofia della prassi, in
cui leggiamo che con “fede” si intende

la certezza in un contenuto che non si costituisce come verità

specificando in seguito che, quello fideistico, è l’atteggiamento con cui
“normalmente” l’uomo si confronta con il mondo, con cui l’uomo comune fa conoscenza della realtà; il filosofo autentico, invece, è eccezionalmente mosso a un approccio veritativo.

La dicotomia tra fede e verità autentica, e la corrispondente dicotomia tra i due atteggiamenti umani da esse rispettivamente caratterizzati, è legittimata – scrive Severino – dal fatto che solo nell’atteggiamento del filosofo autentico la verità è davvero presente e innegabile; la certezza fideistica, invece, si accontenta di una mera persuasività e di una accentuata attinenza con interessi contingenti e mondani. E ciò che rende interessante l’indagine dell’approccio fideistico è che il suo contenuto, pur essendo affermato in modo debole e sempre confutabile, è creduto con una fermezza paragonabile in tutto a quella riservata al contenuto di verità.

Un “fedele”, in altri termini, tiene al contenuto della propria persuasione fideistica come fosse la verità, trascurando che tale contenuto è da lui accettato solo in forza di una ragione ultimamente emotiva.

[Del contenuto di fede] si è certi, ossia gli si attribuisce un valore di assoluta verità:
non già nel senso che gli si attribuiscono le concrete determinazioni della struttura
originaria della verità *…+, ma nel senso che si lascia valere per esso la
determinazione formale della verità: il non essere assolutamente messo inquestione, il non essere assolutamente sottoposto ad alcuna forma di negazione o
di problematizzazione.

E altrove:

La fede toglie al proprio contenuto ogni carattere di possibilità e di ipoteticità,
tratta il controvertibile come incontrovertibile, ossia è la certezza di ciò che alla
verità appare come incerto.

La differenza che intercorre tra il comportamento di fede e quello del filosofo
autentico, potremmo dire, è quello che intercorre tra un affidamento incondizionato a
un contenuto negabile ma mai messo in questione (fede) e il sostegno a un contenuto la cui innegabilità è al di sopra di ogni possibile problematizzazione (verità). In altri termini ancora, per Severino l’una è una cecità doxastica, l’altra è una inevitabilità elenctica.

Se, poi, il contenuto della fede non è sempre falso o contraddittorio,
l’atteggiamento fideistico è, in quanto tale, contraddittorio: esso, infatti, assume come verità ciò che non lo è. La fede, nella sua forma, anche se non necessariamente nel suo contenuto, è «una delle modalità fondamentali dell’essere in contraddizione».

In altre
parole, la contraddizione sta nel ritenere innegabile ciò che non si è nemmeno messo in questione; nel ritenere assolutamente resistente ciò la cui resistenza non si è mai
testata. Se il contenuto di fede non è necessariamente contraddittorio, lo è l’atteggiamento che lo assume in modo illegittimo come verità “che sta”, come verità epistemica.

Si comprende, allora, il primario interesse che questo concetto produce, nel
momento in cui ci si mette alla ricerca di strutture che pretendano di ergersi con forza
elenctica: se l’atteggiamento più comune con cui l’uomo si muove nel mondo è un atteggiamento contraddittorio, molte delle certezze (credute verità) cui l’uomo affida, un’incrollabile fiducia andranno ridiscusse. Quella di Severino, allora, è una critica che ha l’ambizione di funzionare come uno scossone che sconquassa le fondamenta.

L’ammonizione che rintracciamo in questi passi, infatti, consiste proprio in una messa in guardia rispetto alla carica interpretativa con cui la fede guarda al mondo8.
La più fondamentale di queste convinzioni fideistiche a dover cadere, secondo
Severino, è quella che lui chiama “isolamento della terra”. È la più fondamentale, perché a essa ne conseguono tante altre, di decisiva importanza9. L’isolamento della terra è precisamente la fede nel fatto che la terra è «il terreno sicuro», cioè è disponibile, separabile dallo sfondo, contingente e modificabile secondo volontà di potenza: l’errore sta proprio nel «riconoscere solamente una parte di ciò che appare», cioè nel decidere della realtà, e nel pensare di poter agire liberamente su e in essa.

È in tale isolamento della terra che, continua Severino, frammenti di ciò che
appare vengono interpretati come tracce dell’esistenza d’altri: tali tracce «appaiono anche nelle forme sensibili che, all’interno dell’isolamento della terra che accade nel cerchio originario, la volontà interpretate assume come il modo concreto e primario incui l’altro si presenta: come ‘corpo altrui’ e ‘volto altrui’, che è insieme modo di agire elinguaggio». In tali modalità compare finanche il mio corpo, come oggetto della volontà di potenza del mortale che si vuole dotato di un’anima e di un corpo.

Se tutto ciò è contenuto di fede, ovvero di un’accettazione incondizionata,
guardando più al fondo, si scopre che, a legittimare un simile contenuto doxastico c’è il nichilismo, che, in molti luoghi, Severino si è impegnato a dimostrare come insostenibile, e che pure è accettato – a suo avviso – dall’intera cultura occidentale. Non è certo questo il luogo per discutere la solidità di quelle argomentazioni; basterà qui citare come, una volta smascherato quel primo errore, ovvero il nichilismo che legittima l’isolamento della terra, dovrebbero, secondo il progetto severiniano, cadere anche le altre fedi.

Pertanto è impossibile l’esser corpo e l’esser anima o mente o io, nella misura in cuitali determinazioni sono legate alla fede che essi siano una siffatta potenza [che fa
divenire altro l’essente. Il divenir altro, il far divenire altro, la potenza del corpo e dell’anima sono un contenuto che appare all’interno della volontà che isola la terra dal destino della verità. *…Questa fede appare originariamente nel cerchio
originario dell’apparire, ed è anche la fede che l’esser mortale sia una molteplicità
di mortali.

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