AL DI LÀ DELLA CAUSA E DELL’EFFETTO

UROBURO CIRCLE

 

 

 

 

 

 

La domanda fondamentale, senza fare il verso ad Heidegger, che vale la pena formulare è: perché Nietzsche impegna tante energie nella disintegrazione del concetto di causalità? Il Crepuscolo degli idoli, ovvero, tiene a precisare Nietzsche nel sottotitolo: come si filosofa col martello.

Cominciamo dal titolo, perché questo titolo dice molto più di quanto dovrebbe. Se fosse stato un filosofo alla vecchia maniera, un pensatore sistematico come ci avevano abituato i suoi antenati, allora diremmo che il titolo è la tesi che il libro dovrebbe argomentare e dimostrare, ma Nietzsche non è uno di loro e per questo banalmente diciamo che cominciamo dal titolo se non altro perché è la prima riga che si legge in un libro.

 

Perchè crepuscolo? Non è più pomeriggio ma non è ancora notte. E sappiamo dal pazzo nella piazza del mercato, che la luce della rivoluzione è quella chiara e calda del giorno, anzi di mezzogiorno. Il crepuscolo è quel pre in cui comincia l’agonia, è quel far della sera che sfuma i contorni. In cui lo scultore può confondersi con la statua, scivolando in quell’ombra che uniforma e diluisce ogni perimetro. E allora il martello, quello maneggiato da Nietzsche ha poco in comune con il rozzo attrezzo impiegato da falegnami e carpentieri, somiglia piuttosto ad uno di quei minuti arnesi stretti fra le dita di maestri di miniature.

 

Perchè il suo martellare ha in realtà il ritmo di un picchiettio costante che intacca, scalfisce, erode fino a sbriciolare quegli idoli sui quali si abbarbicano le umane certezze. Adesso è il loro crepuscolo, avverte Nietzsche, anticamera di quello che l’umanità crede essere il buio, perché senza idoli il genere umano non sa vivere. Ma al tramonto seguirà l’alba, un’altra alba, con un’altra luce magari, eppure la notte, anche se dovesse essere la più lunga, passerà portandosi via quel vecchio concetto di causa sul quale si è costruita la scienza e sul quale si incardina il vivere umano. Il concetto di causa, proprio così quello che fa stare al sicuro tanto l’uomo quanto la sua scienza. La nostra convinzione è che l’intellegibilità razionale della realtà abbia una validità assoluta e che il fattore limitante non sia intrinseco alla natura ma estrinseco, ovvero relativo alla nostra capacità di interpretare la realtà in termini esclusivamente razionali.

 

A questa convinzione si deve, probabilmente la presunta superiorità delle Naturwissenschaften (scienze della natura) rispetto alle Geistwissenschaften (scienze dello spirito). Il metodo di indagine sperimentale della natura, quello normalmente adottato da Galilei in poi, conduce ad un’interpretazione deterministica della realtà: nella misura in cui possiamo conoscere lo stato di un sistema possiamo predire, sulla base del principio di causalità, quale sarà l’evoluzione temporale di quel sistema.

 

Ma fino a che punto regge l’interpretazione causale della realtà?

“Non c’è errore più pericoloso dello scambiare l’effetto con la causa: io lo chiamo il caratteristico pervertimento della ragione. Ciò nonostante questo errore appartiene alle più antiche e alle più moderne consuetudini dell’umanità: fra noi è perfino sacralizzato porta il nome di ‘religione’, ‘morale’. Ogni principio, che la religione e la morale formulano, lo racchiude; il sacerdote e il legislatore della morale sono gli autori di questo pervertimento della ragione”.

 

Primo intoppo nel quale inciampa la razionalità umana ed ecco cosa accade: “Il lettore dei giornali dice: questo partito va in rovina per un tale errore. La mia superiore politica dice: un partito che commette tali errori, è finito”. Si tratta di andare oltre i limiti della cultura teoretica, incapace di scrutare e cogliere l’autenticità degli eventi sulla base di una causalità, tra l’altro invertita.

Ma Nietzsche sta filosofando col martello, o meglio con un piccolo scalpello che raggiunge e si insinua in ogni minima venatura aperta: “Errore di una falsa causalità. Si è creduto in ogni tempo di sapere che cosa è una causa: ma dove prendevamo noi il nostro sapere? O più esattamente la nostra credenza di sapere a questo proposito? Dalla sfera delle famose ‘realtà interiori’“. E, ad avviso di Nietzsche, sussiste un terzo elemento che ha portato il concetto di causa nel terreno degli idoli: l’aver immaginato cause che in realtà non esistono: “errore delle cause immaginarie”

 

Il martello ha lavorato con il passo di un utensile facile da impugnare e gestire, eppure ha prodotto gli effetti devastanti che procura un martello: la relazione causa-effetto è onnipresente, in quanto entro il torrente della vita universale, le cose nascendo, incrociandosi, crescendo, morendo attestano le infinite forme della causalità, la sua negazione, non solo scientifica ma soprattutto ontologica, rinserra l’uomo nel nichilismo. Negare la causalità produce come effetto il totale smarrimento dell’uomo. Ma questo epilogo non è sostenibile perché per la sua dimostrazione si applica proprio quella causalità che invece è stata negata. E se allora procedessimo in maniera autenticamente nietzscheana?

 

Sì, se insomma tentassimo di camminare in mezzo a quei frantumi di idoli insignificanti che giacciono a terra in ordine sparso sentendoci anche noi, interpreti privilegiati, parte di quegli idoli?

Se accogliessimo di muoverci in questa prospettiva realizzeremo quel punto di vista nuovo che assume chi riesce a filosofare col martello: “credevamo d’essere noi stessi la causalità, nell’atto del nostro volere; pensavamo se non altro di cogliere così la causalità sul fatto […] l’uomo ha proiettato fuori di sé le sue

tre ‘realtà interiori’, ciò in cui egli più saldamente credeva, la volontà, lo spirito, l’io – ha cavato per la prima cosa dal concetto dell’io il concetto di essere, ha dato l’essere alle ‘cose’ secondo la sua immagine, secondo il suo concetto dell’io come causa. C’è forse da stupirsi se in seguito ha continuato a ritrovare nelle cose soltanto quel che ci aveva messo?”.

Nietzsche esorta l’io a tornare al proprio posto, come se ci trovassimo di fronte ad un soggetto geneticamente modificato che deve riappropriarsi di quel d.n.a. originario. Il concetto ‘causalità’ contribuisce a distogliere l’uomo da questo percorso di riappropriazione di sé, non come coscienza, subconscio e inconscio ma in quanto uomo.

 

In questo senso il deserto creato dalla distruzione degli idoli in realtà è un nuovo terreno fertile sul quale l’uomo può tornare a seminare se stesso, nessun rischio nichilistico, perché il nichilismo nietzscheano altro non è che la dimensione voluta e creata dall’uomo che cammina lungo quella fune che va dalla bestia al superuomo. Come dire che lo über-Mensch deve essere in grado di produrre uno über-Götzen, primo passo lungo quel viale che conduce alla rottura delle tavole dei valori per giungere al di là del bene e del male.

Perché l’avere confusa la causa con l’effetto, aver prodotto una falsa causalità ed aver lavorato di fantasia creando cause che non esistono ha portato l’uomo a credere in un sistema assiologico fittizio e non solo l’ambito valoriale rischia il collasso ma lo stesso assetto epistemologico si regge su fondamenti che non garantiscono quella stabilità di cui la scienza si “picca”.

Non a caso Nietzsche, rivolgendosi agli uomini della conoscenza, dice: “costruite la vostra città sul Vesuvio”, a differenza di Cartesio che intendeva costruire la scienza sulla roccia. L’immagine di Nietzsche è molto più icastica ma lo è per forza perché sfilando la causalità, la scienza non può che rendersi consapevole di quella “franabilità” che la contraddistingue. Lo scardinamento della fisica fa da eco allo scardinamento ontologico, difficile da accettare per quell’istinto di causalità7 di cui l’uomo è dotato: “vogliamo avere una ragione del sentirci in questo o in quel modo […] Indubbiamente la credenza che le rappresentazioni, i concomitanti processi di coscienza siano stati le cause, viene anch’essa portata alla superficie dal ricordo. Nasce così un’abitudine a una certa interpretazione causale, la quale in verità ostacola una investigazione della causa e persino la esclude”.

 

Il principio di causalità in questa accezione assume quasi le caratteristiche riconosciute da Kant alla metafisica: un’esigenza della ragione senza alcuna pretesa di realtà o di verità. L’uomo non riesce a privarsene, condannandosi al cappio della finzione. “Corollario: una determinata specie di ordinamento causale acquista sempre maggior preponderanza, si concentra nel sistema e campeggia infine in posizione dominante, vale a dire semplicemente escludendo altre cause e spiegazioni. Il banchiere pensa subito all’“affare”, il cristiano al ‘peccato’, la fanciulla al suo ‘amore’“.

 

Il rapporto causa-effetto così come lo intendiamo abitualmente è una sorta di riflesso condizionato ma non un rapporto stretto e cogente come lo si intuisce pensando alla causa agente, è soltanto un’abitudine al pensiero di qualcosa, di un effetto che di fatto non ha quella causa. “L’intero ambito della morale e della religione rientra in questo concetto delle cause immaginarie. Spiegazione dei comuni sentimenti spiacevoli. Essi sono determinati da esseri che ci sono ostili (cattivi spiriti: caso più famoso – aver preso per streghe le donne isteriche)”10. In un altre occasione Nietzsche ribadisce che “l’intera nozione di causalità intellettuale è

falsa”.

 

Tanto che Sull’utilità e il danno della storia per la vita , opera di gioventù, Nietzsche si prodiga nel raccontare una storia che, in quanto Geschichte e non semplicemente Historie, non può dar conto di ciò che lo storico, lo storicista, vorrebbe. La storia, prima fra le Geisteswissenschaften, non è altro che il teatro in cui l’accadere si attua senza rispondere a nessuna causalità ma a quello spirito dionisiaco che vibra in ogni angolo della vita degli uomini. La presunta causalità della storia porta ad esaminarla come fosse una pietra, qualcosa di inanimato che non muta e che non si muove, mentre la ricchezza della storia tracima qualsiasi argine.

 

Scommessa e promessa di chi la storia la studia è predire quanto accadrà. Ma se non vi è alcuna causalità, se la realtà è piuttosto quel pagano dispiegarsi di eventi in mezzo ai quali annaspa l’uomo, allora che orizzonte si apre? La prospettiva nietzscheana non è poi così distante da quella elaborata da Heisenberg, nel 1929 con la scoperta e l’enunciazione del principio di indeterminazione. Scienza ed esistenza sono due facce di una stessa medaglia, una sorta di Giano bifronte che attesta l’assoluta inferiorità dell’uomo rispetto alla presunzione di porsi come interprete esterno a quanto accade.

 

L’uomo non è colui che decifra il “fenomeno”, perché egli stesso è fenomeno. Insomma se cade il concetto di causalità cosa resta? La storia, l’uomo, la vita. Soffocati e stritolati dalle spire di una razionalità pronta a cedere alla menzogna pur di far tornare conti fittizi, pur di allontanare qualche paura. “Ricondurre qualche cosa di ignoto a qualche cosa di conosciuto alleggerisce, acquieta, appaga, infonde inoltre un senso di potenza. Con l’ignoto è dato il pericolo, l’inquietudine, la preoccupazione – l’istinto mira a sopprimere questi penosi stati d’animo. Primo principio: una spiegazione qualsiasi è meglio di nessuna spiegazione.

 

La paura è quel sentimento che divora chi non ha il coraggio di sdoganarsi dagli idoli che altri hanno plasmato. Ma la paura è anche una passione naturale, uno dei tanti fattori che contribuiscono a comporre il variegato e polimorfo animo umano. Perché fuggire la natura, perché non viverla come la gioia, o come la tristezza, come ogni altra sfumatura del nostro percepire? La paura fa parte di noi, di quell’universo di strumenti di cui l’uomo è

dotato per camminare nel mondo. E spesso chi ha voluto prevaricare, chi ha osato più e prima, proprio facendo leva sulla paura ha centrato i suoi obiettivi. Attenzione, dunque, ai provocatori di paure: inutile prenderne apparentemente le distanza per poi soggiacere nei fatti.

 

E così Nietzsche si chiede: “A che cosa può ridursi la nostra tesi? Al fatto che nessuno dà all’uomo – né Dio, né la società, né i suoi genitori e antenati, né lui stesso – le sue proprie caratteristiche.

[…] Nessuno è responsabile della sua esistenza, del suo essere costituito in questo o in quel modo, di trovarsi in quella situazione e in quell’ambiente. La fatalità della sua natura non può essere districata dalla fatalità di tutto ciò che fu e che sarà”.

 

L’amor fati resta allora una delle alternative possibili in un orizzonte che non ne esclude nessuna a priori. Passare da una logica di causa-effetto ad una di fatalità, casualità, significa rompere l’impostazione dualistica soggetto-oggetto che ha dominato tanto l’ontologia quanto la scienza. Eppure uscire da questo doppio binario, che proprio in virtù della dualità, non consente all’uomo di accogliere entrambe le prospettive perché costretto a scegliere se aderire al soggetto o all’oggetto, equivale a rinascere in un panorama inedito, seppur presente da sempre.

 

Imparare ad individuare gli errori, metabolizzarli per non ripeterli, per escogitare nuove rotte da solcare è questo il compito dell’uomo che si fa super-uomo, distruttore e creatore di quegli strumenti che lo fanno comunicare con ciò che lo avvolge. Oltre la causalità c’è il caos, con il suo susseguirsi di forme fluide, con il suo insinuarsi tra le pieghe dell’unica la realtà quella in cui uomo e mondo si fondono, come la causa con l’effetto. E allora Dio, causa prima, motore immobile, ingenerato ed imperituro che fine fa? “Il concetto di Dio è stato fino ad oggi la più grande obiezione contro l’esistenza… Noi neghiamo Dio, neghiamo in Dio, la responsabilità: soltanto in questo modo noi redimiamo il mondo”.

 

Dio smarrisce quella connotazione stratificata nei secoli per riacquistare quella somiglianza all’uomo fatto a sua immagine. E l’uomo, in un rapporto di corrispondenza biunivoca, si scopre demiurgo, “creatore”, perché in grado di trasformare il concetto di causalità non secondo causa effetto, ma facendo della causalità un atto di volontà, volontà creatrice scevra in questo caso della sostanza cristiana ma densa del “potere” tutto umano individuato da Nietzsche. In questo senso l’uomo “crea” se stesso e il proprio orizzonte, in una dimensione di coappartenenza con ciò che lo accompagna nelle sue avventure, perchè “fuori del tutto non c’è nulla”.

 

 

 

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