ALETHEIA

ALETHEIA

 

 

 

 

 

La questione della verità è per Heidegger un questione essenziale; qui il termine essenziale va inteso, riprendendo il linguaggio heideggeriano, in senso verbale, ossia come ciò che nomina l’essere stesso.

La possibilità di sovrapporre la questione della verità a quella dell’essere si evince chiaramente dal fatto che la comprensione di ciò che si intende per verità è conseguente alla comprensione di ciò che si intende per essere. A tal proposito Heidegger mostra, praticamente in tutti i suoi scritti, come il pensiero occidentale nell’arco di tutta la sua storia abbia progressivamente obliato quella che lui chiama la “differenza ontologica”.

 

Per differenza ontologica si deve intendere la differenza che passa tra l’ente in quanto tale e l’essere dell’ente; per cui ” è ontica ogni considerazione, teorica o pratica, dell’ente che si ferma ai caratteri dell’ente come tale, senza mettere in questione il suo essere; ontologica è invece ogni considerazione dell’ente che mira all’essere dell’ente.” [IH, pag. La conseguenza di questo oblio è che la metafisica nominando l’essere pensa solo l’ente nella sua totalità, cioè pensa l’essere semplicemente come il carattere comune di tutti gli enti, quindi come un concetto generalissimo e astrattissimo, in sostanza vuoto. Sulla base di queste premesse la metafisica, e sulla sua scia il senso comune, non può che risolvere il problema della verità nel senso della verità dell’ente. “La metafisica è la storia di questa verità”. [PCM, pag. 258] Pertanto in essa è possibile pensare la verità solo nella forma derivata della conformità della conoscenza all’ente.

 

“E’ nella conoscenza che si decide del vero e del non vero. E a seconda di come viene definita l’essenza della conoscenza, si determina il concetto essenziale della verità. Conoscere è sempre, in quanto conoscere qualcosa, una adeguazione alla cosa da conoscere, è un commisurarsi con…” [N, pag. 154]

 

Pensando l’essere semplicemente come ente, il pensiero occidentale non può in alcun modo giungere all’essenza della verità; tale questione infatti “scaturisce dalla questione della verità dell’essenza” [DEV, pag. 155], ossia dell’essere.

 

” […] la metafisica non porta l’essere stesso al linguaggio, perché non pensa l’essere nella sua verità e la verità non come svelatezza, e la svelatezza non nella sua essenza. Nella metafisica, l’essenza della verità compare sempre e solo nella forma già derivata della verità della conoscenza e della asserzione. Eppure la svelatezza potrebbe essere qualcosa di più iniziale della verità nel senso della veritas. Aletheia potrebbe essere la parola che dà un’indicazione non ancora esperita sull’essenza impensata dell’esse. E se le cose stanno così, allora è chiaro che il pensiero della metafisica, che procede per rappresentazioni, non potrà mai raggiungere questa essenza della verità,[…]; si tratta di porre attenzione all’avvento dell’essenza ancora non detta della svelatezza in cui l’essere si è annunciato. Nel frattempo, alla metafisica, durante tutta la sua storia da Anassimandro a Nietzsche, resta nascosta la verità dell’essere. Perché la metafisica non ci pensa?” [ICM, pag. 321]

 

Per dare una risposta a questo interrogativo tracciamo ora una breve storia della metafisica, in cui si e dato un certo significato al termine verità, e in seguito chiariremo il senso della verità, intesa in maniera non metafisica, come Aletheia.

 

Per una corretta cognizione di questa storia appare necessario tener presente che Heidegger intende la storia della metafisica come la stessa storia dell’essere e quindi come la nostra storia. Nostra non nel senso che è frutto di nostre decisioni, ma nel senso che è il nostro stato, ciò che ci costituisce per quello che noi siamo. [Su questo punto cfr. in particolare La metafisica come storia dell’essere, saggio del 1941, pubblicato in N, pp. 863-910.]

 

 

 

La verità nella tradizione metafisica – Tracciare la storia della metafisica assumendo come punto di riferimento il concetto di verità non è semplicemente una ipotesi di lavoro, ma è l’ipotesi di lavoro di cui lo stesso Heidegger si serve, più o meno esplicitamente, lungo tutto l’arco della sua speculazione filosofica.

 

Fare la storia della verità non significa solo indicare i diversi significati che nel corso della storia tale concetto ha assunto, ma significa ripensare la stessa storia dell’essere, e quindi dell’uomo, che in quanto esser-ci , è già da sempre in un determinato rapporto storico con l’essere degli enti. Infatti il termine verità viene considerato da Heidegger un termine “fondamentale”, insieme ad altri come: essere, conoscenza, bellezza. La stessa esistenza umana “è espressamente rimandata ai riferimenti nominati in tali parole fondamentali, ed è legata a tale riferimento” [N, pag. 147].

 

La parola verità allora, in quanto fondamentale, è storica; ciò non significa semplicemente che essa assume significati diversi da epoca a epoca, ma soprattutto che essa è fondatrice di storia a seconda dell’interpretazione che nelle varie epoche diviene dominante.

 

Fatto questo necessario chiarimento vediamo ora come questo concetto ( e abbiamo capito che non si tratta di un “semplice” concetto) si sia evoluto nella tradizione metafisica.

 

Nel mondo greco la parola Aletheia, che traduciamo con il termine verità, vuol dire non-ascosità; di qui la verità come svelamento (Unverborgenheit); ciò implica che all’origine del pensiero greco emergeva ancora una intrinseca connessione tra ascosità e non-ascosità o, in altri termini, tra verità e una non-verità più originaria. Per i Greci, dunque, la verità è il manifestarsi dell’essere che si sottrae al nascondimento, e che quindi si fa presente. “Verità significa inizialmente ciò che è strappato ad un velatezza” [DPV, pag. 178]. Però già da subito lo stesso pensiero greco perde di vista la stretta connessione tra questi due concetti.

 

In Platone, infatti, il vero è identificato nell’idea, cioè nell’ente in quanto percepibile all’intelletto (la stessa etimologia del termine idea indica chiaramente il suo rapporto con il percepire, il vedere: la radice del termine idea è id-, che è la stessa del verbo orào che significa, appunto, vedere). E’ chiaro allora che ciò che conta qui nella verità è ormai l’apparire; l’ascosità da cui esso viene è dimenticata. Questo capovolgimento dell’essenza della verità sarà decisivo per la storia dell’Occidente, che in questo senso può essere significativamente definito: terra dell’occaso. Se il vero consiste nell’idea, la verità consisterà nel vedere correttamente, nella orthòtes.

 

“Tutto dipende dalla orthòtes, dalla correttezza dello sguardo. In virtù di questa correttezza, il vedere e il conoscere diventano retti, cosicché alla fine si rivolgono direttamente all’idea suprema e si fissano in questa” direzione”. Così dirigendosi l’apprensione si conforma a ciò che deve essere veduto. Questa è l’ “e-videnza” dell’ente. Per effetto di questo adeguarsi dell’apprensione in quanto idein all’idea, si costituisce una omoiosis, una concordanza del conoscere con la cosa stessa. In questo modo dal primato dell’idea e dell’idein sull’aletheia nasce un mutamento dell’essenza della verità.” [DEV, pag. 185]

 

Lo sviluppo del pensiero in questo senso trova conferma nella Metafisica di Aristotele, dove egli concepisce l’essere in due sensi: come eidos, cioè come essenza, e come ousìa, cioè come esistenza effettiva. Quest’ultima viene da lui definita anche come energheia e cioè essere in atto; ed è proprio ad essa che Aristotele riconduce in senso primario l’essere e non all’eidos. Per questo motivo la concezione aristotelica dell’essere altro non è se non un ulteriore passo verso la sempre più completa identificazione dell’essere con la semplice-presenza.

 

Da qui ha inizio quella che Heidegger definisce “onto-teo-logia”, cioè la dottrina dell’essere che concepisce come suo tratto essenziale la presenza effettiva. Questa dottrina trova la sua massima espressione nella filosofia medievale, in particolare nella Scolastica, la quale identifica l’essere in un ente supremo – Dio – che oltre al carattere della presenza effettiva, ha anche i caratteri della causalità e della fondazione.

 

Le concezioni dell’essere come idea e come energheia raggiungono il loro completo sviluppo con Cartesio. Infatti se è vero, e quindi indubitabile, solo quel che ci si presenta come idea chiara e distinta allora l’essere vero acquista come suo carattere fondamentale quello della certezza.

 

“[…] tutte le volte che nei giudizi che si devono portare io trattengo la volontà in modo che essa si estenda soltanto a quelle cose che le sono esibite chiaramente e distintamente dall’intelletto non può affatto accadere che io erri, perché ogni percezione chiara e distinta è senza dubbio qualcosa, e di conseguenza non può provenire dal nulla, ma ha necessariamente Dio per autore, quel Dio, dico, sommamente perfetto, cui ripugna di essere fallace; e quindi è senza dubbio vera. […] la perseguirò certamente [la verità], se baderò con sufficiente attenzione soltanto a tutte quelle cose che intendo perfettamente, e le distinguerò da tutte le altre, che apprendo con maggiore confusione e con maggiore oscurità.” [MM]

 

Con Cartesio, precursore della scienza moderna, l’uomo si afferma come soggetto. La verità diventa sinonimo di certezza, e l’essere assume la forma di oggetto, di ciò che sta di fronte. Dal primato della soggettività deriva la concezione della realtà come mera oggettività o, come la chiamerà Heidegger nell’Oltrepassamento della metafisica, mera “oggettità” (Gegenstand).

 

L’oggetto (gegenstand) nel senso di ob-ietto si dà solo quando l’uomo diventa soggetto, quando il soggetto diventa io e l’io diventa ego cogito, solo quando questo cogitare viene concepito nella sua essenza come “unità originariamente sintetica dell’appercezione trascendentale”, solo quando il punto supremo della “logica” è raggiunto (nella verità come certezza dell’ “io penso”). Solo qui si svela l’essenza dell’oggetto nella sua oggettità. Solo qui diventa in seguito possibile e inevitabile concepire l’oggettità stessa come il “nuovo oggetto vero” e di pensarlo fino all’incondizionatezza. [OM, pag 55]

 

Tutto ciò significa ridurre la realtà al soggetto. Infatti ciò che in questa prospettiva costituisce la realtà della cosa, il suo essere, è la certezza di essa di fronte al soggetto. Di particolare importanza è la storia di questo termine, secondo il filosofo estremamente significativa. Il termine soggetto traduce il latino subjectum; questo traduce a sua volta il greco ypokeimenon, che significa fondamento, ciò che regge i caratteri accidentali dell’ente. A partire da Cartesio soggetto non significa però semplicemente sostanza riferibile ad un ente qualunque, ma sta ad indicare esclusivamente l’io dell’uomo: l’io diviene il fondamento della realtà. Questa è una presa di possesso: si riconduce l’essere come semplice-presenza all’io, e dunque alla volontà del soggetto.

 

La riduzione dell’essere e della sua verità alla volontà dell’io è espressa chiaramente nell’Idealismo tedesco, caratterizzato da quella che Nietzsche chiama “volontà di sistema”. In effetti il sistema altro non è se non una riduzione del reale ad un unico principio; cosa concepibile solo in un epoca animata dalla volontà dell’io a ridurre il reale a se stesso.

 

L’originaria connessione tra verità e non-verità, velatezza e dis-velatezza, ascosità e non-ascosità, è ormai completamente dimenticata, obliata.

 

In estrema sintesi è questa la storia che sta alla base della concezione nietzschiana dell’essere come volontà di potenza o, per usare l’espressione di Heidegger: volontà di volontà, secondo lui più opportuna per esprimere la totale infondatezza di tale volontà.

 

Nietzsche viene considerato da Heidegger come il pensatore in cui si attua il compimento della metafisica. Nietzsche, infatti, eliminando la distinzione platonico-metafisica tra “mondo vero” e “mondo apparente”, priva la verità dell’essere di qualunque fondamento, ponendola, in sostanza, solo su stessa. Ora, l’essere pensato come volontà di potenza, o volontà di volontà, rappresenta la radicalizzazione del soggettivismo, che come abbiamo visto, è la caratteristica essenziale del pensiero metafisico. Con la dottrina della volontà di potenza non vi è più spazio per la verità dell’essere; qui l’unico criterio della verità è l’esattezza, la quale fa riferimento solo al volere della volontà di volontà.

 

“L’esattezza della volontà di volontà è l’incondizionata e completa assicurazione di se stessa. Ciò che è conforme al suo volere è esatto e in ordine, poiché la volontà di volontà rimane essa stessa l’unico ordine. In questa sicurezza di sé della volontà di volontà l’essenza principale della verità è perduta. L’esattezza della volontà di volontà è il non vero puro e semplice. […] L’esattezza comanda sul vero e mette da parte la verità.” [OM, pag. 57]

 

La verità dell’essere nel suo significato originario di svelatezza, di non-ascosità, è completamente rimossa. Con Nietzsche siamo di fronte all’oblio dell’essere che viene portato a compimento. Questo oblio fa sì che dell’essere non ne sia più nulla; ma ciò è l’essenza del nichilismo, di cui Nietzsche stesso si fa primo vero interprete e profeta.

 

Dunque è con Nietzsche che la metafisica si compie, e non può non essere altrimenti. Infatti, fino a che la metafisica ricerca l’essere dell’ente la dimenticanza della differenza ontologica viene mascherata da quella ricerca; con Nietzsche però (e più esplicitamente ancora con l’organizzazione tecnica del mondo) si ha la completa riduzione dell’essere alla volontà del soggetto, diretta esclusivamente alla organizzazione e alla trasformazione degli enti. In questo modo viene alla luce l’oblio dell’essere, e perciò stesso si è in una posizione che, sia pure da un punto di vista embrionale, in tale oblio non è più.

 

” L’adombramento dell’essere ad opera dell’ente, proviene dall’essere stesso nel senso del rifiutarsi della verità dell’essere. Eppure scorgendo questa ombra come ombra, noi stiamo già in un’altra luce, senza trovare il fuoco da cui emana il suo rilucere.” [N, pag. 539]

 

 

 

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