ALTERITÀ ALTER EGO

SOLIP

 

 

 

 

 

Al di là, comunque, di tali considerazioni, l’analisi di Levinas segna un passaggio cruciale per la problematica del rapporto tra io e altro: un passaggio che costringe a rivedere (e infatti così è stato) le convinzioni più radicate relativamente a tale questione. A rimettere in discussione le analisi, pure così apparentemente note, degli autori di riferimento (a partire da Husserl e Heidegger, come si è visto).

 

E magari a trovare nuove vie di comprensione e di formulazione delle questioni lì sollevate. Come nota Derrida [1997a p. 115] Levinas ritrova a suo modo la quinta Meditazione cartesiana di Husserl e l’inattingibilità dell’alterità dell’alter ego (che è sempre “appresentato” e mai presentato direttamente). E ritrova quell’interruzione del sé che è uno dei significati fondamentali della riduzione fenomenologica.

 

Un pensiero dell’apertura all’altro, e della sua accoglienza e ospitalità (come quello che sia Levinas che Derrida sviluppano) non può limitarsi alla critica della tentazione totalizzante sempre presente in ogni filosofia dell’io. Deve anche farsi carico della apertura dell’io stesso e della sua dislocazione rispetto a se stesso Qui è Derrida a insistere in particolare sulla questione della necessità di aprire lo sguardo fenomenologico (tendendolo verso il suo limite) alla descrizione di ciò che non è descrivibile, in direzione di una fenomenologia dell’impossibile.

 

In questo quadro, Derrida recupera il pensiero dell’altro elaborato da Levinas, seguendo perciò quest’ultimo anche nel rovesciamento della fenomenologia in una “etica” che sia essenzialmente una apertura all’evento dell’alterità, senza con ciò aderire a nessun tipo di discorso “edificante” sulla “moralità” o sul “primato” del prossimo.

Semmai il pensiero dell’accoglienza dell’evento dell’altro, dell’altro come evento, e dell’evento come radicale alterità, impone una ancora maggiore vigilanza teorica, che mostri quanto ne va, in tali problemi, dello stesso statuto dell’io, in quanto esposto alla propria stessa esposizione, alla propria costitutiva “auto-eterogeneità”.

Come Husserl aveva già a suo modo detto (in un testo purtroppo rimasto a lungo inedito), l’alter ego non lascia indifferente l’ego. La sua presenza è un’assenza, ma un’assenza che pone l’ego in una condizione di irrequietezza insuperabile e piena di sviluppi.

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

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