APPROPRIAZIONE STIRNERIANA DEL PARADOSSO

CORPUS-S

 

 

 

 

 

 

Stirner stesso è consapevole della difficoltà che una simile affermazione può suscitare e risponde:

“La singolarità di quest’affermazione scompare, se si considera che le parole «è possibile che, ecc.» non hanno quasi mai altro significato che questo: «Io posso pensare che, ecc.». Per esempio: «È possibile che tutti gli uomini vivano in modo razionale» significa «Io posso pensare che tutti gli uomini, ecc.».

 

Siccome il mio pensiero non può far sì (e quindi di fatto non fa sì) che tutti gli uomini vivano in modo razionale, ma deve lasciare che siano gli uomini stessi a farlo, la razionalità universale è per me solo pensabile, è una possibilità di pensiero, ma come tale è, nei fatti, una realtà che viene chiamata possibilità perché si riferisce a ciò che io non posso fare (cioè rendere gli altri razionali).

 

Per quel che ti riguarda, tutti gli uomini potrebbero essere razionali, perché tu non hai niente in contrario, anzi, fin dove si può spingere il tuo pensiero, forse non vedi alcun ostacolo che vi si opponga e così anche nel tuo pensiero non c’è niente contro questa cosa: tu la puoi pensare. Ma siccome gli uomini non sono però tutti razionali, vuol dire che essi non possono nemmeno esserlo”.

 

Sembra quasi superfluo richiamare come sia questo il punto di massima confusione tra il contenuto dell’unico e la stessa caratterizzazione del proprietario, che proprio in tale movimento fanno uno nella loro perfezione reale e non soltanto pensata: si tratta infatti della coincidenza di un puro accadere della forza che realizza, come diceva bene Carlo Sini, “un atto vivente mondiale, di una mondialità momentanea, momentanea quanto l’atto”stesso.

 

Si tratta di un atto unico, ogni volta unico che è al contempo creatore e distruttore di un mondo, dell’evento del mondo che è proprio dell’unico – con cui l’unico è prospetticamente in relazione in quel momento – che però è finito perché si scontra, nell’atto stesso, con la possibilità della sua impossibilità, con la “non potenza della potenza”e, al contempo – nel medesimo gesto –si consuma con e nel nulla dell’unico, che, come abbiamo tematizzato in precedenza, è “l’effimero, mortale creatore di sé che se stesso consuma”.

 

Ma allora risulta chiaro che anche la costruzione del concetto di proprietà non possa che dirsi parodica in quanto, in luogo di un pieno di possesso, instaura, come cogente, il vuoto, il nulla della proprietà stessa; in altre parole, all’avere estrinseco del borghese non si sostituisce tanto nemmeno

l’essere proprietari, ma il fare del gioco del potere o meglio del “poter fare” in quanto Stirner podstula una condizione della proprietà che sommi in sé “il massimo di proprietà (tutto è nostro materiale utilizzabile) e [il] massimo di estraneità (siamo il materiale utilizzato da tutti)”1226. Solo in tal modo, cioè nel paradosso compiuto di tale appropriazione-espropriazione, si paleserà ulteriormente quando si dovrà affrontare la questione dell’utilizzabilità reciproca, Stirner può attingere alla portata reale del suo contromovimento rispetto alla tendenza spersonalizzante che informava la storia della proprietà nelle declinazioni del liberalismo e dispiegare tutta la personalità della propria Vermögen, del proprio patrimonio e, al contempo, della propria capacità di potenza.

 

Egli allora può ragionevolmente domandarsi:

 

“Ma è proprio vero, come pensano i comunisti, che il mio lavoro sia il mio unico patrimonio, la mia facoltà o quest’ultima non è costituita piuttosto da tutto ciò che io ho il potere o la facoltà di fare? E questo principio non è accettato dalla stessa società dei lavoratori, visto che essa mantiene in vita gli infermi, i bambini, gli anziani, insomma tutti coloro che non possono lavorare?

Essi, tuttavia, hanno pur sempre la facoltà di fare qualcosa, per esempio di conservarsi la propria vita anziché suicidarsi. Se essi hanno la facoltà di farvi desiderare la loro sopravvivenza, hanno un potere su di voi. A chi non esercitasse assolutamente alcun potere su di voi, non concedereste niente: lo lascereste deperire”.

 

Ma se questo esempio si limita, per dir così, al mantenimento in vita dei soggetti non produttivi, prestando quindi al fianco all’obiezione che non fornire loro sostentamento equivarrebbe ad ucciderli e quindi a compiere un delitto contro la vita, poche righe dopo Stirner rinforza la propria tesi con un’altra, più inoppugnabile, argomentazione che chiarifica ulteriormente il senso della sua concezione di proprietà:

“Che enorme patrimonio possiede un bambino nel suo sorriso, nei suoi giochi, nel suo pianto, insomma nel semplice fatto di esistere! Forse che tu sei in grado di opporti alle sue voglie, oppure gli porgi il seno, se madre, e gli dai, se padre, tanto dei tuoi averi quanto gli è necessario? Il bambino sa costringerci e perciò possiede ciò che voi chiamate vostro”.

 

E può pertanto coerentemente concludere:

 

“Ciò che tu hai la facoltà di fare: ecco il tuo patrimonio (Vermögen)! Se tu puoi procurar piacere a mille persone, ci saranno mille persone a onorarti per questo e, se fosse in tuo potere non procurarglielo più, essi sarebbero costretti a pagare per la tua opera. Se tu non sai conquistarti nessuno, morirai di fame”

 

La “facoltà di fare”, la capacità di potenza, si qualifica quindi come totalmente esterna sia alla logica concorrenziale borghese sia alla logica distributiva comunista; infatti il singolo elude sia quest’ultima in quanto “non aspetta […] di ricevere ciò che gli spetterebbe in base all’equa ripartizione stabilita dagli altri”, ma “egli si aspetta […] da se stesso il suo patrimonio, le sue facoltà e dice: ciò che io ho la facoltà di fare e di prendere, ecco il mio patrimonio, le mie facoltà” sia la prima in quanto rifiuta il denaro come mezzo di pagamento, dato che “è proprio il denaro quello che [spesso] manca” nel regime di concorrenza:

 

“Non si paga col denaro, che può venire a mancare, ma col proprio vero patrimonio, con le proprie facoltà, grazie alle quali soltanto noi siamo «facoltosi»; infatti la proprietà si estende fin dove arriva il braccio della nostra potenza”.

 

Con questa affermazione della personalità del proprio patrimonio, Stirner giunge quindi a svuotare di senso sia la logica del liberalismo politico che quella del liberalismo sociale, eludendone la spersonalizzazione e innalzandosi all’unica proprietà che gli pertiene come ineludibile, pur non possedendola:

 

“Il proprietario […] non possiede che la persona. […] Però la persona non è, a rigore, un possesso”.

 

Resta ora da affrontare l’ultimo passo della contromossa, quella diretta contro il liberalismo umanitario: la totale personalizzazione del proprio del pensiero, ossia dell’opinione.

 

 

 

 

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