LOCUTORIO ILLOCUZIONE

LOCUTORIO-ILLOCUZIONE

 

 

 

 

 

 

Come forse sarà diventato chiaro, una tematizzazione della contraddizione performativa non può prescindere dal lascito del secondo Wittgenstein. Se, infatti, lo statuto della contraddizione performativa si eleva rispetto al semplice piano della semantica – piano tipico delle logiche basate su corrispondenza di senso e significato –, diviene certamente indispensabile una considerazione del linguaggio nel suo concreto, ovvero nella comunicazione che, con i termini del filosofo austriaco, è fatta di giochi linguistici.

 

In una siffatta prospettiva, allora, la contraddizione viene a delinearsi come la violazione di quel gioco linguistico basato sulla richiesta del comunicante di essere creduto; una richiesta che non può essere avanzata se mancano le condizioni che la rendono possibile. Una richiesta, poi, che naturalmente non può essere avanzata se –come nell’esempio della contraddizione proposta da Cartesio e analizzata da Hintikka e da Apel – chi parla non esiste.

 

Solo con questo noto e già citato mutamento di paradigma, con questo passaggio dal linguaggio come rappresentazione al linguaggio come azione, si coglie quell’aspetto che immerge il linguaggio nel concreto della comunicazione, dal quale solo si può iniziare a estrarre il lato illocutorio e performativo dell’atto linguistico. Si può, dunque, ipotizzare che, sebbene i due studi si siano sviluppati in contesti paralleli e indipendenti, il tentativo portato avanti da Wittgenstein nella sua produzione più tarda rappresenti una sorta di prodromo per una riflessione più consapevole sulla nozione di “uso”: nell’uso in un determinato contesto sta il significato della parola e lo studio del linguaggio non potrà accontentarsi di una semplice corrispondenza rigida tra parole e referenti.

 

 

Non vogliamo certo cadere in una facile retorica fatta di battute ormai trite, come quella per cui la parola è fatta dal suo uso; nella retorica cadremmo se non giustificassimo a dovere una simile espressione, certo non irrilevante per la considerazione della contraddizione performativa.

Basterà, comunque, sottolineare come da una concezione denotativa del linguaggio, riconosciuta ormai insufficiente, si passi con il secondo Wittgenstein a una prospettiva pragmatica che, almeno nel suo incipit, confidava di poter percorrere una via che portasse a una considerazione del linguaggio tutta interna a esso, senza la necessità di un riferimento extralinguistico.

 

Ciò che, però, più ci interessa è che la nuova prospettiva poneva in evidenza non tanto e non solo il valore semantico o sintattico che dà significato e coerenza alle proposizioni, ma anche il loro essere asserite all’interno di contesti sostenuti da abitudini e mossi da aspettative. Con una battuta, non era più sostenibile che la situazione originaria fosse il rapporto raffigurativo tra una parola e un oggetto: emergeva che l’originario è l’uso stesso di quella parola.

 

Il rischio da cui mettevamo in guardia, quello di cadere in una facile retorica, deve essere stato lo stesso che Austin temeva di correre allorché annotava perentoriamente a lato di un manoscritto che «significato e uso» sono «ambedue inutili», ambedue troppo vaghi e imprecisi. La soluzione profilata dall’oxoniense è rappresentata da un’analisi rigorosa dei diversi livelli del linguaggio. È in una simile analisi che emergono concetti come quello di “locutorio”, di “illocutorio” e di “perlocutorio”, che stanno alla base della teoria degli atti linguistici.

 

 

Ciò che più ci pare di dover trattenere di un lavoro altrimenti già troppo noto per poter essere qui analizzato a fondo, è la connotazione forte che Austin attribuisce al linguaggio: “dire” è anche “fare”. Questo, non solo in quelle proposizioni introdotte da verbi o formule performative, ma in ogni espressione del linguaggio umano. Cosicché ogni enunciazione, ogni utterance, può essere considerata secondo i suoi tre aspetti: locutorio, ovvero quello prettamente proposizionale e contenutistico dell’enunciazione; il livello illocutorio, che è quello relativo al senso secondo cui viene detto ciò che è detto; il livello perlocutorio, cioè quello degli effetti che ci si aspetta vengano generati da ciò che si dice.

 

È il livello illocutorio (in-locuzione, “nella locuzione”) quello che più degli altri si avvicina agli intenti dei giochi linguistici wittgensteiniani.

 

Austin è ancor più radicale di Wittgenstein, non accontentandosi di notare una connessione tra il dire e il fare, e considerando il linguaggio come una vera e propria azione. Questo è particolarmente evidente, come si accennava sopra, negli enunciati consistenti in una qualche performance; ma è esplicitabile, in realtà, in tutte le nostre asserzioni, anche da quelle constative che, all’apparenza, non eseguono nulla.

 

E, se tutte le asserzioni “fanno” qualcosa, tale potenza è dovuta alla loro componente illocutoria.

 

Sarà Searle a sistematizzare la partizione della dimensione comunicativa su tre livelli, proposta da Austin: il filosofo americano, infatti, si accorge dell’ambiguità ancora insita nel pensiero di Austin, negli scritti del quale pareva fosse possibile un enunciato puramente locutorio, un enunciato puramente illocutorio e un enunciato puramenteperlocutorio. La sistematizzazione searleana consiste, allora, nell’indicazione di due dimensioni in ogni asserzione: quella proposizionale e prettamente semantica, e quella illocutoria, che riguarda l’atto che accompagna ciò che viene detto, e che costituisce quindi la dimensione più propriamente performativa.

 

 

Un rapporto, quello inter-dimensionale tra locuzione e illocuzione, che non sempre è pacifico. Sarà riflettendo sulla struttura locuzione-illocuzione che Hintikka metterà in evidenza la possibilità di incongruenze, interne alla stessa enunciazione, tra ciò che viene detto locutoriamente e ciò che viene sottinteso in senso illocutorio.

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

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