IL PROSPETTIVISMO RADICALE E LA NEGAZIONE DETERMINATA

Ogni prospettiva ha come tale un valore relativo. La relatività del suo valore implica al tempo stesso una relativa positività e una relativa negatività. Ciò significa che ogni prospettiva nella sua relatività contiene il rimando ad una totalità, della quale è parte e dalla quale al tempo stesso è in parte esclusa. In questo rimando consiste la negazione determinata, che è inclusa in ogni positività determinata ovvero in ogni realtà finita. Alla totalità, infatti, rimanda ogni prospettiva, dal momento che essa nella sue determinatezza non è questa totalità, quindi determinatamente la nega. Pertanto la totalità di per sé non viene esclusa dall’assunzione di una prospettiva o della teoria che fa delle prospettive l’unica possibilità di conoscenza e di esistenza. L’idea di totalità, insomma, dovrebbe essere implicita al prospettivismo. La radicalizzazione di Nietzsche mira proprio ad eliminare questa implicazione. Egli esclude il rimando della prospettiva alla totalità, al fine di portare alle estreme conseguenze la sua critica al concetto di sostanza e di verità. In questa critica, infatti, egli rigetta il principio di unità insieme con quello di identità, sui quali, appunto, si fondano i suddetti concetti. Ma, tolto di mezzo il principio di unità, non si dà più nemmeno il concetto di totalità, poiché la totalità implica sempre l’idea dell’unità.

Così, se Nietzsche vuole coerentemente escludere dal suo prospettivismo il rimando alla totalità, deve eliminare anche la negatività ovvero la negazione determinata implicita nelle diverse prospettive. Questo passo viene già intuito in
Umano, troppo umano , là dove l’autore scrive: «L’antitesi è la porta stretta per la
quale l’errore si insinua più volentieri per giungere alla verità» (§ 187).

Con “antitesi” Nietzsche intende senz’altro la negazione come è stata sviluppata nel pensiero idealistico, cioè la negazione che segue alla posizione della tesi, ovvero la negazione determinata. In modo lapidario Nietzsche presenta l’idea che questa negazione sia la pietra angolare della logica ovvero della logica universale propria della metafisica occidentale. Per ricondurre, quindi, il concetto di verità all’individuo e alla realtà temporale dell’individuo, bisogna secondo Nietzsche togliere questa pietra angolare. Nella Prefazione ad Aurora si trova un commento al principio di Hegel che «la contraddizione muove il mondo, tutte le cose sono in contraddizione con se stesse». Esso suona così: «noi siamo appunto, perfino nel cuore della logica, pessimisti». In opposizione a questo intrinseco pessimismo della logica occidentale Nietzsche vuole vedere delle diverse prospettive solo la parte positiva. Se ogni visione prospettica della realtà è una maschera, egli non vuole smascherare l’inganno, togliere la maschera, ma piuttosto creare la «buona coscienza della maschera». Egli vuole giustificare la finitezza dell’esserci senza ricorrere alla dialettica con l’infinito. Qual è il risultato di questo “esperimento”? Abbiamo già visto che il pensiero dell’eterno ritorno, che da esso consegue, costituisce un paradosso, che noi abbiamo tentato di esprimere con le formule “infinita finitezza” o “puro essente”. Per quanto riguarda il concetto di verità è da notare che il tentativo di pensare il prospettivismo senza la negazione determinata sfocia nell’assimilazione del concetto di verità e della logica al piano del gioco.

Solo se la logica si trasforma in gioco, la verità prospettica può essere pensata con buona coscienza senza la negazione determinata. In tal modo si giunge ad una visione estetica della verità. Accanto a questa interpretazione estetica del concetto di verità si trova, però, nel prospettivismo radicale di Nietzsche, anche quella tragica, che sottolinea l’impossibilità per l’uomo di sostenere il paradosso. Sorge, infatti, il dubbio che tale verità, che si è frantumata nel gioco degli specchi, sia sopportabile per l’esistenza: «Fino a che punto la verità sopporta di essere incorporata?». Gli uomini “buoni”, cioè coloro che vivono ancora sotto la logica della morale e della metafisica, non sono affatto capaci di sostenere tale verità.

Certo, questi uomini devono essere “superati”, affinché tale concetto di verità trovi il proprio posto nella vita umana. Ma quando avverrà questo superamento non è dato dirlo. Esso è, come già detto, “l’abisso più stretto”, quello che può essere superato solo con una decisione, la quale, però, e qui sta il problema, non rientra nelle capacità umane, perché è decisione infinita che riguarda il “destino dell’essere”. Essa è la decisione capace di far nascere il superuomo. In conclusione, sia come gioco che come tragico paradosso, la concezione di verità di Nietzsche mostra l’impossibilità dello sviluppo di una vita umana. Benché il filosofo sottolinei con forza l’origine del concetto di verità dal bisogno pratico di conservazione e potenziamento della vita, la verità da lui proposta contraddice a questo bisogno. Infatti, se la verità è intesa nell’accezione del gioco, essa nega la possibilità di potenziamento, poiché il giocare è atto perfetto in sé che non può avere alcun miglioramento o peggioramento; se è considerata in modo tragico, perde la funzione di conservazione, poiché tragico è appunto ciò che rende impossibile l’esistenza. La concezione di verità nietzschiana ovvero il suo prospettivismo radicale, pertanto, non aiutano la vita, ma rappresentano piuttosto la dannazione dell’esistenza umana, che può vivere solo del confronto con i propri limiti e con la negazione.

image_pdfScaricare PDFimage_printStampare testo
(Visited 307 times, 1 visits today)