LA CRITICA DEGLI “ASSOLUTISMI”

Se Nietzsche rivolge una critica particolarmente dura alla metafisica, alla morale, alla religione ed alla scienza, il motivo è da ricercarsi nel fatto che, dal suo punto di vista, tutte promuovono l’illusione che l’interpretazione del mondo da esse sostenuta valga come unico senso. Si tratta di un vero e proprio “assolutismo” che nell’ottica nietzschiana è reo di istituire paradigmi interpretativi del reale tali non solo da misconoscere la complessità e la molteplicità della realtà stessa, ma altresì, come vedremo, da deprimere le migliori potenzialità dell’uomo. Procediamo con ordine. La critica che Nietzsche rivolge alle suddette “costruzioni di potere” è funzionale anzitutto a stabilire che cosa il suo pensiero, nella fattispecie la sua idea di prospettivismo, non è. Anzitutto “prospettivismo” non è da intendersi come un altro nome per l’ apparenza fenomenica . In proposito Nietzsche polemizza contro la distinzione kantiana tra un mondo dei fenomeni accessibile all’uomo ed un mondo vero dell’essenza, un “in sé” delle cose, la cui conoscenza ci è più o meno preclusa. In un frammento del 1885 scrive:

Attualmente i fisici concordano con tutti i metafisici sul fatto che noi viviamo in un mondo di illusione […]. Il carattere prospettivistico del mondo giunge fin dove arriva oggi la nostra ‘comprensione’ del mondo; e io oserei vederli anche là dove sembra che l’uomo possa in genere prescindere dal comprendere – voglio dire là dove i metafisici ‘pongono’ il regno dell’apparentemente certo di se stesso, comprensibile a se stesso, cioè nel pensiero. […] Ma, posto che noi non siamo tanto stolti da stimare la verità, in questo caso l’incognita, più dell’illusione, posto che siamo decisi a vivere, allora non saremo scontenti di questo carattere illusorio delle cose e solo baderemo bene che nessuno interrompa l’esposizione di questa prospettività di fronte a un secondo fine, il che in realtà è avvenuto finora a quasi tutti i filosofi, perché essi avevano tutti secondi fini e amavano le loro ‘verità’. – Certo, noi dobbiamo qui sollevare il problema della veracità: posto che viviamo grazie all’errore, che cosa può essere allora la ‘volontà di verità’? non dev’essere per forza una ‘volontà di morte’?

Sulla scorta del brano citato possiamo affermare che il prospettivismo non è per Nietzsche nemmeno un altro modo per dire la verità. Nell’ottica nietzschiana, infatti, questa non è che un’illusione promossa al fine di stabilizzare le condizioni di esistenza dell’umanità. Solo in quanto necessaria alla sopravvivenza umana la verità è stata stimata a tal punto da assicurarsi un primato assoluto a tutti i livelli (logico, ontologico, gnoseologico, assiologico): che essa valga più del suo contrario – l’errore, l’apparenza – non è che un pregiudizio, che lungi dall’esprimere uno stato di necessità è perfino incapace di fornire i criteri della propria giustificazione. In un aforisma tratto da Al di là del bene e del male leggiamo:

Da qualunque punto di vista della filosofia ci si voglia porre anche oggi: da qualunque luogo si guardi, l’erroneità del mondo, in cui crediamo di vivere, è l’aspetto più sicuro e più saldo di cui possono ancora impadronirsi i nostri occhi […]. [Io stesso] ho imparato da un pezzo a pensarla diversamente sugli inganni creati o subiti, a valutarli diversamente, e tengo pronte almeno un paio di bòtte nelle costole, per il cieco furore con cui i filosofi ricalcitrano il fatto di venir ingannati. Perché no? che la verità abbia maggior valore dell’apparenza, non è nulla più che un pregiudizio morale; è perfino l’ammissione peggio dimostrata che ci sia al mondo.

Peggio dimostrata ma meglio creduta. Su che cosa si fonda il primato della verità se non sono i fatti stessi, l’ordine – morale e divino – delle cose a garantirlo? In un appunto della primavera 1884, Nietzsche sottolinea come l’istituzione della verità serva a scongiurare il timore dell’insensatezza di tutto l’accadere. È dunque nella posizione di senso, o meglio nella posizione di un unico senso esclusivo e vincolante, che trova fondamento il potere non solo della verità, ma anche delle visioni del mondo che ritengono di possederla: la metafisica, la morale, la religione, la scienza. Pur con differenti modalità e strumenti, tutte perseguono infatti l’obiettivo di rendere la realtà sensata per l’uomo. Ecco perché Nietzsche può denunciarne l’inconsapevole prospettivismo, tale per cui ad esempio, nonostante la sedicente verità, tutti i valori morali non sono che espressione di singolari prospettive di mantenimento e, nonostante la millantata oggettività, le conoscenze scientifiche non sono che semplificazioni quantitative del reale atte ad adattarlo alle nostre facoltà intellettive.

Pur ribadendo la natura prospettica di qualsivoglia visione del mondo, a partire dalla decostruzione delle più potenti tra esse, il prospettivismo nietzschiano non è nemmeno una forma di soggettivismo. Nietzsche muove infatti da una critica radicale alla coscienza ed al soggetto così come buona parte della tradizione filosofica ed il senso comune li hanno intesi. Per ciò che concerne la coscienza , le osservazioni critiche nietzschiane non si limitano ad inscriversi nell’alveo di una più generale polemica contro la sopravvalutazione della razionalità, ma offrono anche riflessioni acute sul problema specifico, insistendo in particolar modo sull’esistenza di un complesso di forze extra-coscienziali finanche più potenti della coscienza stessa. Per ciò che riguarda il soggetto, Nietzsche conduce da un lato una critica volta a mostrare come l’indicazione di un soggetto agente non sia che frutto di un’interpretazione semplificante e falsante, dall’altro lato un’analisi di ciò che si chiama soggetto, atta a
disvelarne la natura plurima, molteplice, complessa. Un’analisi che Nietzsche estende ad ogni ambito della realtà o, se vogliamo, una critica che Nietzsche muove ad ogni principium individuationis ed il cui esito,vale a dire la riaffermazione della molteplicità del reale, sostanzia la proposta filosofica nietzschiana.

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