ILLOCUTORIAMENTE

ILLOCUTORI

 

 

 

 

 

 

È, infatti, solo coinvolgendo la concretezza della comunicazione, nella sua struttura locutorio-illocutorio, che la contraddizione performativa può emergere. Come si diceva, al livello proposizionale, una tale contraddizione non è rilevabile; solo nella dimensione della asserzione essa si fa valere: essa, infatti, non dipende solo dalle parole che vengono enunciate o scritte, ma dipende anche da chi le enuncia o scrive e dal senso in cui l’autore del messaggio si riferisce a se stesso.

Sono numerosi gli esempi – uno l’abbiamo già fornito – di proposizioni semanticamente o sintatticamente consistenti, che però, considerate nella dimensione assertiva, violano lo statuto di performabilità.

 

 

Il carattere performativo che certe contraddizioni vengono a coinvolgere, consisterebbe, allora, in «una condizione illocutoria implicata dalla asserzione di qualunque proposizione, e non dalla proposizione per sé presa».

 

E, ancora, rilevare una contraddizione performativa significa essersi posti in una considerazione concreta della comunicazione: una considerazione che non si ferma alla mera proposizione, ma che la considera nel suo contesto pragmatico, rispetto a cui la proposizione risulta essere un’astrazione.

 

Inoltre, se non sempre la performatività di un enunciato è esplicita, e senon sempre la dimensione illocutoria è chiara, rilevare una contraddizione performativa richiede un’operazione di proiezione, ovvero una formalizzazione degli altri enunciati che un dato enunciato implica e presuppone13. Proiettare l’illocutorio sul piano locutorio significa mettere in atto quel sistema formale per cui, dato un enunciato, se ne esplicita il senso secondo cui viene detto, indicando specificamente tutte le condizioni di tale enunciato e facendo emerge così l’eventuale inconsistenza tra la dimensione del detto e la dimensione dell’illocutoriamente inteso.

 

Il primo teorico di una tale figura è il filosofo finlandese Hintikka, il quale, non senza trascurare alcune distinzioni e scelte lessicali di cui cercheremo di dare conto in seguito, si confronta con il cogito cartesiano. Hintikka analizza il noto paradosso cartesiano secondo un duplice modulo: da un punto di vista analitico, il cogitare e l’esse sembrano legati da una implicazione analitica (entailment), che si verifica nel caso dell’individuo consapevole di pensare e perciò autorizzato a concluderne il proprio esistere; secondo un più interessante punto di vista pragmatico, invece, la movenza del cogito consisterebbe nell’evidenza (insight – si ricorderà l’apeliano Einsicht) dell’impossibilità per l’io di dichiarare l’inesistenza del proprio pensiero.

 

 

Un’evidenza che deriva da una negazione di negazione, ovvero dal succedersi sperimentale di una certezza autoverificantesi (self-verifying) a un discorso che si è palesato autodistruttivo (self-defeating), e quindi assurdo e inconsistente. Ciò che è qui da sottolineare è la rilevanza di un tale modulo di interpretazione, che pone attenzione più al piano pragmatico che al piano analitico. Se infatti il cogito cartesiano fosse leggibile come una deduzione analitica, e così solamente, non ci sarebbe modo di legittimare il privilegio concesso dal filosofo francese delle Meditazioni all’atto del pensare, piuttosto che all’atto del camminare.

 

Solo passando al modulo che abbiamo chiamato “pragmatico” è giustificato il privilegio concesso al cogito piuttosto che all’ambulo, in quanto solo ilpensare (espresso nell’“asserire”) può caricarsi di quel ruolo performativo di cui le altre azioni e dimensioni umane non potevano caricarsi.

 

Ritorna, allora, quella distinzione tra due dimensioni dello stesso atto concreto dell’asserire: solo l’asserire le prevede entrambe e legittima il sussistere di una contraddizione performativa qualora il piano locutorio andasse a contraddire il piano pragmatico dell’illocutorio; ciò che non accade rimanendo al di qua dell’apofantico e, in particolare, se ci accontentassimo di una deduzione analitica dal cogito al sum16. Hintikka sfrutta l’esempio cartesiano – da lui esplicitato con la formula «p; e a esiste» – per analizzare quei casi, nella fattispecie inconsistenti esistenzialmente, in cui ciò che viene asserito locutoriamente, implica (entails) la negazione dell’esistenza di una qualche condizione dell’asserzione stessa, ovvero della possibilità che tale proposizione venga performata.

 

È chiaro, ancora una volta, come la contraddizione che abbiamo di fronte assuma la propria potenza da un piano non meramente proposizionale, ma, appunto, pragmatico, scattando specificamente tra l’asserto e ciò che l’asserzione presuppone (nel caso di Hintikka, il cogito).

 

E – condizione necessaria perché la contraddizione performativa sussista – ciò che l’asserzione presuppone deve trovare una proiezione possibile sul piano locutorio e proposizionale. Insomma, come già prima si accennava, la proiezione porta al livello del detto ciò che non viene detto, in modo da poter dimostrare sul solo piano proposizionale ciò che, in effetti, si trova su due piani diversi ma non separabili. Si tratta, insomma, di una proiezione vera e propria, che, come in una visuale dall’alto, affianca punti che si trovano su due facce di uno stesso solido.

 

 

Ciò di cui Hintikka pare non interessarsi è la distinzione, determinante qui per noi, tra una contraddizione performativa e una riduzione elenctica. Sarà, questa, una delle precisazioni di struttura di cui qui ci incarichiamo, da cui seguirà una seconda precisazione lessicale riguardante la scelta dell’espressione generica self-defeating.

 

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