JÄH

La prima cosa che si distingue dall’immagine del salto è la sua opposizione all’immagine del ponte. Il centro della differenza tra le due immagini è che la possibilità del libero transito è difesa con il ponte, in cui gli elementi dell’una e dell’altra pensano che siano sfocati mentre uno passa da un terreno all’altro. Questo transito è possibile grazie a punti di incontro in cui entrambi i tipi di pensiero parlano la stessa lingua. Nel filo conduttore tra le lezioni I e II del semestre invernale Heidegger sostiene:

A differenza del costante progresso, nel quale passiamo inavvertitamente da una cosa all’altra e tutto rimane all’incirca com’era, dove il salto ci porta improvvisamente in quel luogo in cui tutto è diverso, così che ci sentiamo estranei (Heidegger, 2008 , p. 75).

La transizione graduale, in cui sono collegati i due luoghi, non è possibile. Il passaggio da un lato all’altro porta necessariamente una sensazione di estraneità; un riconoscimento che non sei più in un luogo noto, e ancora di più, che non puoi nemmeno prevedere dove stavi andando, dal momento che non hai potuto vedere nulla dall’altra parte che hai raggiunto ora. In effetti, in PI Heidegger (1990) non ci parla di due aree separate da un abisso, ma sostiene che il salto può essere rappresentato come diretto verso l’abisso, nella misura in cui chiunque  sia completamente immerso nel terreno metafisico non ha altro modo di rappresentare cosa e come è l’altro terreno. Vale la pena notare che chiunque abbia fatto il salto può riconoscere di averlo fatto proprio a causa di quel sentimento di estraneità poiché “nell’inevitabile abitudine dell’entità, l’essere [Seyn] è la circostanza più insolita; e questo allontanamento dall’essere [Seyn] non è un modo del suo aspetto ma se stesso ”(Heidegger, 2003a, p. 191). Il salto ci conduce sul terreno dell’essere, degli elementi essenziali della scienza e dell’uomo stesso. E poiché il passo è improvviso, è ovvio che chiunque lo percorrerà. avrà bisogno di tempo per potersi spostare su un terreno a cui non è abituato. Questa esigenza e quella sensazione che sorgono dall’essere di fronte al mistero, dall’essere in appartenenza all’essere (Heidegger, 1990, pp. 77 e 79), sono conseguenze dirette di un balzo improvviso e sono caratteristiche distintive del (nuovo) pensiero.

In effetti, di fronte alla transizione graduale del ponte, il salto è un passo improvviso, aspro, brusco. In PI, Heidegger evidenzia anche quella caratteristica del salto: “Il salto è la porta che apre bruscamente l’ingresso al dominio in cui l’uomo e l’essere si sono sempre trovati nella loro essenza” (1990, p. 79). La parola tedesca in entrambi i testi (QSP e PI) è Jäh, che viene principalmente utilizzato per indicare qualcosa di improvviso, cioè qualcosa che si verifica senza essere previsto. Solo perché è improvviso non significa che sia inaspettato, tanto meno casuale; Significa, non solo che si tratta di una transizione senza mediazione, ma anche che non vi è alcuna preparazione completa per esso, che non abbiamo il pieno controllo su quando si verifica e, chiaramente, che non lascia spazio a una precedente familiarizzazione con il campo raggiunto.

A causa dell’improvviso passo e della stranezza che comporta, Heidegger (2008), già dall’inizio delle lezioni del semestre invernale – come visto nella prima citazione della sezione precedente -, ci avverte che il salto porta di conseguenza, un apprendimento inevitabile per muoversi nel nuovo terreno, un apprendimento che inizia sopportando (aushalten) la stranezza di questo nuovo pensiero. Dunque, si tratta di sostenere e non “accettare” o “condizionare”, perché il cambiamento è cosi’ forte che, da un lato, le vecchie abitudini (vecchio pensiero) arrivano a terrorizzare coloro che hanno saltato e messo ostacoli per muoversi nel nuovo terreno, e dall’altro, perché la novità di questo nuovo terreno ha un impatto improvviso. Forse ora, il modo in cui questa immagine è presentata in PI è più utile, poiché il balzo non consiste nel superare la differenza tra l’uno e l’altro pensiero, non salta sopra un abisso come se fossimo liberi da esso; piuttosto, con il salto entriamo nella differenza abissale che esiste tra entrambi i campi (Heidegger, 1990).

Questa differenza era a malapena rappresentata nelle immediate vicinanze del salto, ma una volta data, è apprezzata in tutta la sua qualità. Ora, l’improvvisazione del salto garantisce un passaggio autentico da un terreno all’altro. Se si salta, se lo si fa davvero, non c’è modo di perdersi per la strada (perdersi nella transizione). In effetti, in tutte le citazioni sul salto presenti in questo documento, Heidegger presume che una volta che sia stato attraversato, non si possa tornare indietro, che la sua esecuzione implica la realizzazione di un terreno inesplorato. In Contributi alla filosofia (di seguito: AF), Heidegger afferma:

Il salto, il più audace nel procedere del pensiero iniziale, lascia e getta tutto ciò che è corrente dietro di sé e non si aspetta nulla immediatamente dall’entità, ma balza davanti a tutto, all’appartenenza dell’essere [Seyn] nella sua piena essenza come evento ”(Heidegger, 2003a, p. 189).

Il fatto che il salto implichi una rinuncia, un inizio e un getto di tutto ciò che è proprio del terreno dell’entità, non significa che con questa immagine, Heidegger si ritragga dall’errore presentato in DEV. Lasciare tutto alle spalle è sospendere il pensiero metafisico (seguendo ciò che Francis Seeburger sostiene nel suo articolo “Heidegger e la riduzione fenomenologica” (1975). Per coloro che balzano: non si può tornare indietro, perché si sono già mossi all’interno dello strano terreno appartenente all’essere, in questo, per quello che gli è stato aperto, non può trascurare ciò che è stato coperto.

Se il salto è l’unico modo per passare da un campo di pensiero a un altro, se le sue caratteristiche evidenziano la differenza abissale che esiste tra entrambi i campi e se la sua esecuzione comporta un forte rifiuto del pensiero metafisico, in particolare il pensiero scientifico della nostra epoca, insieme all’apprendimento che può iniziare solo in quel nuovo luogo che è stato raggiunto: come possiamo comprendere, dunque, la possibilità che mentre siamo immersi nella metafisica, apprendiamo la possibilità per l’attuazione di tutto questo?

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