UNA PARTE DEL MONDO NON MI PUÒ ESSERE PIÙ VICINA DI UN’ALTRA

Sulla base delle precedenti riflessioni, si potrebbe concludere che non è per accidente che in TLP 6.421b Wittgenstein scrive che l’etica, come già la logica (cfr. 6.13b) è trascendentale, e non meramente trascendente come pure aveva scritto in NB30.7.16 . Tuttavia, il problema per questa tesi è che manca nel TLP quell’impalcatura teorica che siamo venuti descrivendo finora e che sola nella nostra interpretazione permette all’etica di essere una condizione del mondo. Il soggetto metafisico del TLP,infatti, per quello che possiamo ricavare di esso dalla sua descrizione in 5.632 sgg. e6.43a, è un soggetto cui i fatti del mondo sono dati e che al di fuori di tale mondo può esercitare una volontà etica; ma nulla si dice sul fatto che ad esso quei fatti possono essere dati perché egli può esercitare una tale volontà. Il punto è che nel TLP viene quel passaggio che solo sembra legittimare l’idea dei NB che si può pensare ciò che si può volere, ossia la distinzione tra volontà e desiderio sulla base del fatto che la prima è in relazione interna con sensazioni cinestetiche . Nel TLP, infatti,desiderio e volontà collassano l’uno sull’altro nell’essere il mondo (o meglio, un determinato stock di eventi fisici) da essi indipendente, come il testo di 6.374chiaramente mostra: “anche se tutto ciò che desideriamo avvenisse, tuttavia … non v’è, tra volontà e mondo, una connessione logica …” (corsivo mio).

Si pone dunque il problema del perché Wittgenstein nel TLP torni indietro rispetto ad un risultato concettuale di tutto rispetto, la distinzione volontà-desiderio appunto, per arrivare a sostenere la tesi della totale indipendenza del mondo dalla volontà, sulla base di una visione “kantiana” del problema ma senza una solida argomentazione al riguardo . A giudicare inoltre dall’evidenza posteriore, sembra chiaro che il Wittgenstein maturo considerò la tesi che gli abbiamo attribuito nei NB come la sua tesi giovanile in materia, visto che è ad essa che continuamente si rivolge per separarne il “buon” nucleo concettuale dalle conseguenze solipstiche e mentalistiche che essa comporta ; e tratta l’assimilazione tra volere e desiderare come un classico esempio di arbitrio notazionale filosofico.

La ragione di quest’arretramento, peraltro, è chiaramente spiegata dallo stesso Wittgenstein già nei NB: se la mia volontà penetra il mondo, non si vede come evitare la conclusione che una parte del mondo è a me più vicina di un’altra, e ciò, scrive Wittgenstein, è “intollerabile” (4.11.16). Dev’essere impossibile, egli continua, che la volontà non fronteggi il mondo come il suo equivalente (ib.) . A prima vista, potrebbe sembrare che con quest’ultima rilevazione Wittgenstein abbia in mente la cosa seguente: le sensazioni visuali, p.es., non sembrano assoggettabili alla volontà come quelle cinestetiche. In NB 29.7.16, Wittgenstein si domanda “É un’attività vedere?” la cui risposta implicita è che solo se fosse (anche) un’attività il vedere sarebbe assoggettato alla volontà. Ma a questo interrogativo, in 4.11.16 Wittgenstein sembra fornire una risposta positiva: si può voler provare una sensazione muscolare, così, come si può voler vedere qualcosa (p.es., le sensazioni visuali corrispondenti a quelle cinestetiche relative al movimento di un arto):

Disegnando il quadrato[X]nello specchio si nota che è possibile far ciò solo se si prescinde completamente dall’immagine visuale e ci si vale solo della sensazione muscolare. Dunque qui si tratta indubbiamente di due volizioni affatto diverse. L’una si riferisce alla parte visuale del mondo, l’altra alla parte della sensazione muscolare.

Il problema che qui si pone Wittgenstein, piuttosto, sembra essere un altro; io posso provare sensazioni cinestetiche nel mio corpo; posso però provarle, p.es., dentro una poltrona? come dice Wittgenstein, posso arrivare a credere che una poltrona”obbedisca direttamente alla mia volontà”? Il punto sembra essere che, “in un senso ordinario, certe cose le faccio e altre no”, vale a dire che, anche se posso riformulare adeguatamente l’azione dell’alzare il mio braccio come il provare una certa sensazione cinestetica, nulla del genere sembra potersi dare per ad es. il movimento della poltrona. Non posso sentire la poltrona muoversi. Se vogliamo, peraltro, che la volontà fronteggi il mondo come il suo equivalente, questa mia differente relazione con differenti parti del mondo (il mio braccio; la poltrona) deve essere impossibile.

Ma perché dobbiamo respingere il pensiero che la volontà non fronteggi il mondo come il suo equivalente? Esattamente per le stesse ragioni per cui la tesi che io come soggetto metafisico sia più vicino al (certe parti almeno del) mio corpo (ovvero,alle mie rappresentazioni interne) piuttosto che al resto del mondo (alle mie rappresentazioni esterne) deve essere intollerabile, ossia per ragioni etiche . Se la mia volontà penetra il mondo da qualche parte e non da altre, io posso al tempo stesso contaminarmi col mondo ed essere impotente nei suoi confronti, col mio corpo in una posizione per me di accesso privilegiato rispetto alle altre cose del mondo. Se invece non fosse tout court concettualmente possibile che una tale contaminazione si desse,sarebbe meglio sul piano etico, perché io potrei così davvero essere impermeabile agli eventi, col mio corpo come una cosa tra le tante.

Come è stato notato, nel rendere il mondo integralmente indipendente dalla volontà Wittgenstein consuma anche il suo distacco teorico da Schopenhauer . É noto che, se Wittgenstein desumeva da Schopenhauer l’impianto kantiano della sua filosofia, mostrava però scarso interesse verso la parte metafisica di tale dottrina,quella secondo cui l’essenza del mondo è volontà . Qui vorrei però limitarmi a sottolineare che se dalle osservazioni di NB 4.11.16 si può evincere una critica a Schopenhauer, questa riguarda non la parte ontologica, quanto quanto quella epistemica della dottrina schopenhaueriana dell’oggettivazione della volontà. Alla prossimità a me o al mio volere di determinate parti del mondo, relative al mio corpo,da Wittgenstein là giudicata come intollerabile, Schopenhauer aderiva infatti sotto il profilo epistemico, ma non sotto il profilo ontologico. Schopenhauer sosteneva che io ho una conoscenza immediata del mio corpo come oggetto diretto della volontà che non ho di altre cose ; ma egli non sosteneva certo né che il mio corpo fosse a me ontologicamente più vicino di altri oggetti, né tanto meno che lo fosse alla volontà. Certo, nella misura in cui Schopenhauer usava questa tesi epistemica come evidenza, via un ragionamento per analogia, a favore della tesi metafisica che la natura di ogni oggetto è volontà, possiamo ritenere che la critica di Wittgenstein mostrasse come fosse erroneo un tale argomento a favore di una tesi siffatta; ma nulla di più. L’altra osservazione di Wittgenstein, che sia impossibile che la volontà penetri il mondo in parte, Schopenhauer l’avrebbe certamente sottoscritta, per la buona ragione che egli riteneva che la volontà penetra il mondo integralmente , nella misura in cui tutti gli oggetti sono in realtà manifestazioni della volontà.

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