L’INCODIFICABILE DOPPIA AFFERMAZIONE DEL DIVENIRE

Se il discorso di Deleuze si fermasse qui, avremmo una semplice sostituzione: la
volontà di potenza al posto dell’essere. Per affermare il divenire e l’essere
del divenire occorre una doppia affermazione, che può attuarsi solamente attraverso la dottrina dell’eterno ritorno. Nell’importante quadro dello Zarathustra, III, intitolato «La visione e l’enigma» (Nietzsche, 2010, pp. 183-184), Nietzsche risponde al problema dell’attimo [ Augenblick ] con la teoria dell’eterno ritorno. Deleuze sostiene che lo sforzo di Nietzsche-Zarathustra è quello di interpretare l’essere del divenire come un ritornare non del medesimo, ma del differente.

Ritornare è l’essere di ciò che diviene. […] L’attimo non potrebbe mai passare se non fosse nel contempo passato e presente, presente e futuro. […] affinché l’attimo passi […] è necessario che esso contempli al proprio interno il presente, il passato e il futuro, ossia che il presente coesista con se stesso in quanto passato e in quanto futuro (Deleuze, 2002, p. 72)

In Logica del senso, Deleuze ascrive tale concezione del tempo agli stoici; essi concepivano un diverso percorso temporale rispetto alla linea retta di Kronos , in cui il presente è il centro in funzione del quale passato e futuro vengono interpretati. La temporalità stoica è quella dell’Aiôn, in cui un presente virtuale è costantemente percorso dalla simultanea coesistenza di passato e futuro (Deleuze, 2011, pp. 60-62). In Nietzsche e la filosofia, tale concezione è funzionale all’affermazione dell’eterno ritorno come risposta al passare. Non si tratta dunque di un movimento ciclico di ritorno del medesimo, o dell’Uno, in chiave ancora una volta meccanicistica e finalistica; piuttosto, è nel ritornare del differente che si concretizza l’eterno ritorno inteso come affermazione dell’essere del divenire.

Interpretare l’espressione «eterno ritorno» come ritorno del medesimo è un errore, perché il ritornare non appartiene all’essere, ma al contrario lo costituisce in quanto affermazione del divenire e di ciò che passa, così come non appartiene all’uno ma lo costituisce in quanto affermazione del diverso e del molteplice. In altre parole, nell’eterno ritorno l’identità non indica la natura di ciò che ritorna, ma, al contrario, il ritornare del differente; perciò l’eterno ritorno dev’essere pensato come sintesi: sintesi del tempo e delle sue dimensioni, sintesi del diverso e della sua riproduzione, sintesi del divenire e dell’essere che si afferma dal divenire, sintesi della doppia affermazione (Deleuze, 2002, p. 74).

La dottrina dell’eterno ritorno come doppia affermazione dell’essere del di-
venire, unita alla concezione della volontà di potenza come affermazione delle forze attive che trionfano su quelle reattive attraverso la distruzione attiva, conduce all’interpretazione dell’eterno ritorno come selezione:

La negazione e la distruzione attive sono condizioni degli spiriti forti che di-
struggono ciò che in loro vi è di reattivo attraverso la prova dell’eterno ritorno cui si sottopongono anche a rischio di volere il proprio declino […]. Questa è l’unica maniera in cui le forze reattive diventano attive . Anzi, la negazione che nega le forze reattive non solo diventa attiva, ma si trasmuta in affermazione ed espressione del divenire-attivo come potenza di affermare. […] Basta mettere la volontà di potenza in rapporto con l’eterno ritorno per accorgersi che le forze reattive non ritorneranno, come non ritornerà l’uomo piccolo, meschino, reattivo. Con e attraverso l’eterno ritorno la negazione in quanto qualità del la volontà di potenza, si trasmuta in affermazione, diventa affermazione della negazione stessa, diventa potenza di affermare, potenza affermativa (Deleuze, 2002, p. 105)

Il ritorno è l’essere del divenire – è la suprema potenza di affermazione in
quanto doppia affermazione del divenire e dell’essere del divenire. Tale concezione rappresenta la massima potenza del carattere positivo della volontà di potenza, in cui il rapporto contraddittorio e la negazione non trovano più spazio. In questi passaggi emerge più che mai l’idea deleuziana. Tutta l’analisi dell’opera nietzschiana si rivela in fondo un espediente per affermare la sua contro-ontologia della differenza:

Se consideriamo affermazione e negazione come qualità della volontà di potenza, possiamo vedere che tra loro non c’è rapporto univoco. La negazione si oppone all’affermazione, mentre quest’ultima differisce dalla negazione. […] La differenza è l’essenza dell’affermativo in quanto tale; […]la negazione è dolore e lavoro della propria opposizione. Ma qual è il gioco della differenza dell’affermazione? Dapprima l’affermazione è posta come molteplicità – differenza dell’uno dall’altro – come divenire – differenza da sé – e come caso – differenza “in tutto”, differenza distributiva. Successivamente l’affermazione si duplica e la differenza si riflette nell’affermazione dell’affermazione: è il momento della riflessione, in cui una seconda affermazione prende a proprio oggetto la prima; l’affermazione è ora raddoppiata: come oggetto della seconda affermazione essa è affermazione affermata, è differenza portata alla sua potenza più alta. Il divenire è l’essere, il molteplice è l’uno, il caso è la necessità (Deleuze, 2002, p. 282).

L’essere della differenza è dunque il dispositivo essenziale che si riflette nel momento più alto della doppia affermazione, ovvero nel trionfo della volontà di potenza nella sua qualità positiva. La differenza è ciò che permette l’emarginazione del negativo dal divenire. Volontà di potenza, Superuomo, eterno ritorno, sono concetti funzionali a far emergere il concetto deleuziano di differenza come dispositivo ermeneutico essenziale.

La volontà di potenza come elemento differenziale riproduce e sviluppa la differenza nell’affermazione, riflette la differenza nell’affermazione dell’affermazione, la fa ritornare nell’affermazione affermata. Lo sviluppo la riflessione, l’elevazione di Dioniso alla più alta potenza sono gli aspetti del volere dionisiaco che funge da principio dell’eterno ritorno (Deleuze, 2002, pp. 282-283)

Così, la dottrina dell’eterno ritorno come selezione – per cui ritornano solo le forze attive, mentre quelle reattive vengono distrutte dalla stessa qualità della volontà di potenza che le ha fatte trionfare – è concepibile solo se si tiene conto che «la differenza è affermazione pura e che il ritornare è l’essere della differenza che esclude tutto il negativo» (Deleuze, 2002, p. 283). Deleuze non critica dunque la dialettica hegeliana in quanto si muove in termini di sviluppo e formazione, ma poiché si tratta di uno sviluppo della contraddizione – ovvero, del prodotto della trasfigurazione reattiva della differenza. Viceversa, nel passo osservato, si parla della volontà di potenza che riproduce e sviluppa la differenza. La filosofia nietzsche-deleuziana proclama un divenire capace di servirsi della volontà del nulla come arma per una distruzione attiva del negativo, frutto di una trasmutazione attiva delle forze reattive che non nega se non le potenze del nichilismo e afferma l’affermazione
del divenire nell’essere. Ciò può avvenire solo a patto che la differenza venga considerata come il dispositivo attivo per eccellenza, in quanto conduce l’affermazione alla sua più alta potenza.

Dietro l’apparenza di un’analisi della filosofia nietzschiana, si rivela dunque un tentativo di superamento della dialettica (del negativo) di Hegel attraverso la filosofia (affermativa) di Nietzsche. Fra i due autori, afferma il filosofo francese, «non c’è compromesso possibile» (Deleuze, 2002, p. 289). La radice della loro incomunicabilità risiede nel concetto che maggiormente preme sottolineare a Deleuze e che egli ritiene di ereditare da Nietzsche stesso: la differenza. La dialettica, trovando il suo elemento speculativo «nell’opposizione e nella contraddizione […] riflette una falsa immagine della differenza, un’immagine rovesciata» (Deleuze, 2002, p. 290) dalla prospettiva reattiva; Nietzsche invece la eleva alla sua espressione più consona attraverso la dottrina dell’eterno ritorno ed il contro-principio della volontà di potenza.

Nietzsche instaura un rapporto diretto con l’esterno immediato – ovvero, non
mediato dall’interiorità – che, per ciò stesso, non si presta alla codificazione,
all’individuazione. Deleuze esprime tale postazione, anti-interiorizzante ed anti-individuante, con il pensiero nomade: un divenire molteplice che non si declina mai in unità, organizzazione, codificazione. È il nomadismo la «mo-bile macchina da guerra» rivoluzionaria che permette di «viaggiare sul posto» in modo «impercettibile, inatteso, sotterraneo» (Deleuze, 2002, p. 322) e realizzare un tipo di rivoluzione che affermi il divenire-molteplice eternamente ritornante del differente contro ogni organo burocratico e ogni codificazione meccanizzante ed identitaria.

Non si tratta di porre in contrapposizione un’ unità nomadica ad un’ unità dispotica
– così saremmo ancora nel gioco del despota, ovvero nell’opposizione di due unità in un’ottica codificatrice. Piuttosto, occorre sviluppare l’idea di un flusso di molteplici intensità, che sfugge all’interiorizzazione ed alla codificazione, come fenomeno complesso che si differenzia in sé nel perpetuo eterno ritorno del differente.

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