IL BANDITO E L’HOMO LUPUS

Il bando definisce una posizione di limite e al contempo una condizione di indistinzione fra l’esterno e l’interno. Bandito, infatti, non è colui che non appartiene, è estraneo o straniero alla comunità, all’insieme che risponde alla definizione di “noi”, ma chi ne è espulso, esiliato, messo ai margini. Il bandito può essere concepito e nominato soltanto a partire dalla definizione identitaria, come colui che ne eccede. In quest’ottica Agamben rileva l’ambiguità irriducibile di un’esclusione inclusiva o altrimenti di un’inclusione che avviene sempre e solo come eccezione e sospensione di una definizione positiva.

“Fonti germaniche e anglosassoni sottolineano questa condizione liminale del bandito definendolo uomo-lupo (wargus, werwolf, lat. Garulphus, da cui il francese loup garou, lupo mannaro: così la legge salica e la legge ripuaria usano la formula wargus sit, hoc est expulsus in un senso che ricorda il sacer esto che sanciva l’uccidibilità dell’uomo sacro e le leggi di Edoardo il Confessore (1130-35) definiscono il bandito wulfesheud (letteralmente: testa di lupo) e lo assimilano a un lupo mannaro (lupinum enim gerit caput a dieutlagationis suae, quod ab anglis wulfesheud vocatur)” .

La figura del lupo mannaro diviene quindi un elemento importante della riflessione sociale: questa figura non vive relegata lontano dalla comunità, ma vive in mezzo ad essa venendone espulsa solo quando manifesta tale latente natura. Il lupo, sia l’animale e sia l’essere mitologizzato, è presente in modo preponderante nell’inconscio personale e collettivo degli individui: essendo un essere ibrido che divide la sua natura tra la ferinità e l’umanità, dimora senza problemi nei luoghi liminali, contende tanto lo spazio culturale della città quanto lo spazio naturale della foresta.

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