AMARE IL PROPRIO DESTINO

Stemma della necessità!

Dell’essere costellazione suprema

– che nessun desiderio raggiunge,

che nessuno contamina,

eterno sì dell’essere,

eternamente io sono il tuo sì:

poiché io ti amo, o eternità!

La religione ha uno stretto rapporto con l’umanità nella misura in cui l’uomo si è sempre definito in relazione a Dio, come qualcosa a metà strada tra la divinità e la bestia, come colui che è stato creato a immagine e somiglianza. Con la morte di Dio viene meno anche questa concezione che dava all’esistenza umana un significato, che si trova ora in quella posizione intermedia tra la distruzione e la ricostruzione:

L’uomo è un cavo teso tra la bestia e il superuomo, – un cavo al di sopra di un abisso. Un passaggio periglioso, un periglioso essere in cammino, un periglioso guardarsi indietro e un periglioso rabbrividire e fermarsi. La grandezza dell’uomo è di essere un ponte e non uno scopo: nell’uomo si può amare che egli sia una transizione e un tramonto.

Quella che Nietzsche profila è una oltreumanità che sia capace di avere un atteggiamento affermativo, in grado di affrontare lo sgretolamento di ogni significato e scopo avvenuto col nichilismo: solo se l’uomo va incontro alla sua transizione può nascere l’oltreuomo. Chi fa parte di questa oltreumanità è colui che riesce a superare la morte di Dio senza ricadere in alcun bisogno metafisico e che riesce a vivere la vita terrena senza la sicurezza di una compensazione nell’aldilà. Non si tratta di un potenziamento o perfezionamento dell’uomo, ma di una meta che egli deve raggiungere. L’opposto di ciò è il cosiddetto ultimo uomo, la cui incertezza sfocia nel risentimento; egli è l’estremo di quella crisi dei valori che caratterizza il nichilismo. Vediamo comparire questa figura nel prologo di Così parlò Zarathustra:

Guai! Si avvicinano i tempi dell’uomo più spregevole, quegli che non sa disprezzare se stesso. Ecco! Io vi mostro l’ultimo uomo. […] «noi abbiamo inventato la felicità» – dicono gli ultimi uomini e strizzano l’occhio.

L’ultimo uomo è colui che ha appreso la caduta dei valori, ma non è ancora in grado di superare se stesso; è colui che strizzando l’occhio si intende col resto della folla, col gregge, simbolo dell’uniformità che nega la differenza. Tutto è uguale e piccino, non in senso spaziale ma nel senso di meschino, mediocre, debole, non vi è più grandezza.

Quello che l’uomo deve superare andando oltre se stesso è il suo legame con i valori metafisici, ovvero quello sdoppiamento platonico del mondo. Questi valori nascono da una alterazione dell’esistenza e pesano sull’uomo, che pur essendo immerso nella dimensione metafisica è ancora istinto e corpo. Trasvalutare i valori significa realizzare il «senso della terra»: i valori che provenivano da Dio devono essere trasvalutati in valori provenienti dalla terra, che parla il linguaggio del corpo, degli istinti vitali. L’oltreuomo non è quindi un uomo perfetto, ma un uomo che va oltre la sua forma metafisica e riesce ad attuare la trasvalutazione dei valori, che riesce a creare senza doversi appoggiare a valori ultraterreni.

Michel Onfray nel libro Nietzsche e la costruzione del superuomo (2014) spiega la figura dell’oltreuomo affermando che egli è colui che applica «il quadruplice rimedio nietzscheano» :

1) Afferma che dio non esiste, rifiuta ogni «idea di dietromondo», vive «in un mondo in cui a dettar legge è la vita, al di là del bene e del male; conosce dunque la natura tragica del mondo e la verità di questa forza inestinguibile e consustanziale al reale».

2) Non teme la morte e rifiuta l’esistenza di un’anima immortale, afferma l’eterno ritorno dell’uguale. «Si tratta quindi di divenire ciò che si è assistendo con voluttà al dispiegamento di sé come già è avvenuto e come avverrà ancora».

3) Sa che la sofferenza è sopportabile oltre che inevitabile e afferma la vita, «In altre parole la necessità dell’Amor Fati in virtù del quale occorre andare oltre l’affermazione che la sofferenza è sopportabile per dire più profondamente che essa è desiderabile, amabile, in quanto svolge un ruolo selettivo nella produzione della forza, della vitalità. Amare il proprio destino, significa appropriarsene e crearsi libertà»

4) Sa che la felicità è possibile «e che la si trova nell’esacerbazione della vita, nella gioia di sperimentare il puro piacere di esistere, nel consenso alle forze che ci agitano, nel godimento dell’amor fati». Ama quindi la terra, l’aldiquà, il reale.

L’oltreuomo è collegato alla nozione di amor fati, che significa amare il proprio destino, nel senso di desiderarlo, volerlo, con i piaceri ma anche con le sofferenze che esso porta. Per crearsi la propria libertà bisogna superare la necessità accettandola, poiché non possiamo eliminarla ed è inutile essere recalcitranti. Dire sì alla vita è dire sì a tutto ciò che comporta, anche le sofferenze, che in sé non sono né buone né cattive, ma dal modo in cui si affrontano possiamo scegliere di trarne godimento.

Che cos’è buono? – Tutto ciò che eleva il senso della potenza, la volontà di potenza, la potenza stessa nell’uomo.

Che cos’è cattivo? – Tutto ciò che ha origine dalla debolezza.

Che cos’è felicità? – Sentire che la potenza sta crescendo, che una resistenza viene superata.

La vita in quanto istinto, volontà di potenza, espansione, è una vita in cui la felicità è possibile; l’opposto di quella concezione della vita delineata da Schopenhauer e dai suoi discepoli, dove sembra non esserci via d’uscita dal continuo soffrire.

Per quanto riguarda la morale, abbiamo già accennato nel capitolo precedente al carattere di immoralità della creazione di nuovi valori; ciò che Nietzsche non accetta è il carattere assoluto e universale con cui si impone la morale tradizionale. La grande capacità dell’oltreuomo è infatti quella di autodeterminarsi, che si sostituisce al processo di elaborazione di norme fondate su un principio comune che domina sugli individui. «È proprio in quest’ottica che bisogna inquadrare il superuomo zarathustriano, capace di creare nuovi ideali e di porre nuove mete […] Quest’uomo del futuro, auspicato da Nietzsche, è un individuo che si libera dalle pastoie della vecchia morale e agisce autonomamente». La libertà dell’oltreuomo è una libertà positiva come quella dell’individuo sovrano della Genealogia della morale, «l’individuo eguale soltanto a se stesso, nuovamente riscattato dalla eticità dei costumi, autonomo, sovramorale», che è in grado con responsabilità di porre dei valori e gerarchizzarli, operare quindi la trasvalutazione. Ciò non avviene però nei termini di una libertà indiscriminata dove l’individuo è assolto da ogni colpa e responsabilità permettendosi di agire come vuole anche essendo di danno agli altri; piuttosto quello a cui porta la mancanza di ogni riferimento è il fatto che l’uomo deve essere direttamente responsabile della direzione che imprime alla propria vita, mettendo alla prova le proprie forze, la propria volontà. È questa la grande responsabilità di cui si fa carico l’oltreumanità per compiere il superamento di se stessa. «La libertà non comporta quindi solamente indipendenza e individualità, ma anche responsabilità. Si è liberi, infatti, solo quando si può dire di essere stati abbastanza forti da intraprendere un’azione senza scaricarne la responsabilità su una qualche norma imposta dalla morale del gregge, o comunque senza appoggiarsi a ciò che il gregge pretende che sia fatto»; quella di Nietzsche è una libertà intesa in termini di volontà di potenza e di relazioni di potenza, quindi anti-metafisica per eccellenza, sovra-morale.

L’uomo che si rifugia nella fede in qualcosa di superiore, che nega la volontà della vita terrena ed eleva la propria anima emancipandola dalla corporeità deve diventare «un ghigno o una dolorosa vergogna , come la scimmia per l’uomo. L’oltreuomo di Nietzsche è una meta a cui tendere, è il superamento del nichilismo passivo e decadente. Egli affronta la morte del Dio creatore divenendo egli stesso il creatore di valori; l’orizzonte svuotato, senza una finalità predeterminata, non lo spaventa, anzi è per lui uno stimolo. Riesce a superare l’horror vacui del nichilismo senza il bisogno di valori trascendenti, non sente l’esigenza di cercare una ragione nell’aldilà, è lo spirito libero in grado di distruggere per poi creare.

Quali uomini si riveleranno allora i più forti? I più moderati, quelli che non hanno bisogno di princìpi di fede estremi, quelli che non solo ammettono, ma anche amano una buona parte di caso, di assurdità, quelli che sanno pensare, riguardo all’uomo, con una notevole riduzione del suo valore, senza diventare perciò piccoli e deboli: i più ricchi di salute, quelli che sono all’altezza della maggior parte delle disgrazie e che quindi non hanno tanta paura delle disgrazie, gli uomini che sono sicuri della loro potenza e che rappresentano con consapevole orgoglio la forza raggiunta dall’uomo.

E con la frase che segue al passo citato Nietzsche introduce il suo pensiero più estremo:

Come penserebbe un tale uomo dell’eterno ritorno?

image_pdfScaricare PDFimage_printStampare testo
(Visited 500 times, 1 visits today)