IL DEMONE-PËTR STEPANOVIČ VERCHOVENSKIJ

Pëtr Stepanovič Verchovenskij è la pubblica figura demoniaca e il principale agitatore dell’attività rivoluzionaria politica in “I demoni”. In questo personaggio Dostoevskij concentra tutto il suo odio verso la nuova generazione di radicali nichilisti. Modellato sulla figura di Sergei Nechaev, Pëtr Verchovenskij è spesso etichettato come uno “sporco pidocchio umano”, un “rettile”, una “canaglia”. Tuttavia, c’è un’altra etichetta che deve essere applicata a esso, che definisce accuratamente il ruolo che interpreta nei Demoni- quello di terrorista.

Verchovenskij è il capo di una organizzazione clandestina (chiamata nel romanzo “la cinquina”) che, ha come obiettivo principale, la distruzione o almeno la rottura di una parte dello Stato attraverso l’uso della violenza sistematica. Come principale terrorista di questo gruppo, Verchovenskij si dedica completamente alla causa rivoluzionaria, andando spesso oltre gli ideali di qualsiasi altro affiliato. Di conseguenza, viene spesso guardato dai suoi compagni rivoluzionari e cospiratori politici con sgomento e sospetto. Verchovenskij interpreta il ruolo del principale terrorista rivoluzionario in “I Demoni”, un ruolo che lo vede superare l’Uomo del sottosuolo e Raskolnikov nel uso distruttivo dell’ideologia. Il suo ragionamento va oltre il desiderio di soddisfare gli ideali radicali, poiché non si sviluppa mai in un dibattito autocosciente sul fatto che uccidere per questo sia moralmente giusto o sbagliato. Pëtr Verchovenskij manipola, avanza e alla fine uccide a piacimento. È un uomo totalmente infatuato dal concetto di distruzione universale e non permette a nulla e nessuno di ostacolare la causa rivoluzionaria. Di conseguenza, si trova nella letteratura di Dostoevskij come simbolo dell’individuo completamente radicalizzato divenuto il vero terrorista.

Indispensabile per Pëtr Verchovenskij è la capacità di mantenere relazioni umane per l’inganno e la menzogna. In tutto il romanzo, detiene una posizione di potere tra i seguaci, sostenendo di essere il rappresentante di un’organizzazione rivoluzionaria mondiale situata in Europa. Rafforza la sua posizione presentandosi alle riunioni della propria società segreta accompagnato dal compagno di viaggio e idolo, il misterioso Nikolaj Stavrogin, presunto membro fondatore di questa organizzazione straniera. Niente di tutto ciò è vero, non esiste un comitato centrale straniero e l’affermazione che ci sono centinaia di gruppi attivi come il suo in tutta la Russia è dubbia. Le bugie di Verchovenskij sono il tentativo di Dostoevskij di replicare ad alcune delle ingannevoli tattiche rivoluzionarie utilizzate da Nechaev per acquisire autorità sugli altri; sebbene usato solo come modello per la creazione di Verchovenskij, molti dei tratti della personalità di Nechaev vengono designati su questo personaggio. Nechaev dichiarò infatti di essere il rappresentante ―No. 2771 della sezione russa dell’Alleanza rivoluzionaria mondiale: queste credenziali erano state firmate dal mentore e complice Michael Bakunin, timbrato con il sigillo del Comitato centrale dell’Alleanza rivoluzionaria Europea. Il comitato non è mai esistito ed è stato semplicemente usato da Nechaev per aumentare la propria importanza e la propria autorità. Verchovenskij afferma di essere l’organizzatore di società segrete in tutta la Russia, diffonde proclami, semina sedizione e sta preparando una rivolta contro il governo attraverso la quale “abbatterà tutto con un crollo: lo Stato e le norme morali”. Per riuscirci, tuttavia, ha bisogno dell’aiuto, della fiducia e dell’impegno leale dei seguaci; qualcosa che otterrà con la forza se necessario.

Irving Howe approfondisce il dibattito sul ruolo di impostore di Verchovenskij in “I demoni”, nel saggio critico “Dostoevskij: The Politics of Salvation”, ( “Dostoevskij: La politica della salvazione” N.d.T.) mostrando come questo personaggio finge di parlare in nome del socialismo al fine di mascherare l’impegno per la distruzione e il caos. Howe tocca un punto importante che fa luce su un’altra accusa diretta da Dostoevskij alla nuova generazione nichilista: la loro tendenza a usare l’idealismo come uno stendardo dietro il quale erano nascoste le vere intenzioni politiche. Verchovenskij è ben consapevole che è essenziale mascherare i suoi ideali apocalittici e terroristici con una sorta di scopo progressista, accettabile per la causa. Lo fa attraverso l’ideologia socialista di Shigalyov, il teorico della organizzazione terroristica segreta. In una scena che rivela una personalità ingannevole, Verchovenskij inizialmente esalta Shigalyov per i suoi ideali, ma quasi immediatamente dopo lo schernisce rispetto alla soluzione di dividere l’umanità in due parti disuguali, un decimo della quale godrà della completa libertà di personalità e dei diritti sui restanti nove decimi, che saranno trasformati attraverso la coercizione in una mandria obbediente. ―”Non vogliamo l’ordine Shigalyov, perché è qualcosa di troppo buono. Questo è un ideale.” “Ciò potrà avvenire solo in futuro.” Shigalyov è un esteta o un pazzo. Verchovenskij coinvolge Stavrogin in una conversazione accesa che presto osserveremo più da vicino. Verchovenskij rifiuta di riconoscere i piani rivoluzionari di altri, come quelli concepiti dagli Shigalyov negli anni 1860 e 1870, poiché guardano al futuro nella speranza che un giorno si possa stabilire una società funzionante in cui gli individui possano avere uguali diritti. Le sue idee, tuttavia, vietano qualsiasi tipo di pianificazione futura. In quello che sembra essere un approccio contraddittorio e irrazionale, la risposta di Verchovenskij ai problemi socio-politici della Russia risiede nella completa distruzione della società. Per questo motivo, anche se tenta di presentarsi come socialista, Verchovenskij considera sospettosamente l’ideologia socialista come un ostacolo che contrasta il proprio principio di distruzione totale. In questo, si riconosce la creazione di Verchovenskij da parte di Dostoevskij, come di un individuo in cui il radicalismo raggiunge l’apice. In esso tutti gli ideali rielaborati e rimodellati dell’intellighenzia radicale russa, da Herzen a Bakunin, a intellettuali come Chernyshevsky e Pisarev, culminano nel desiderio indomabile della distruzione totale da cui sembra essere accecato.

Al fine di ottenere una corretta comprensione del dibattito di Dostoevskij sul terrorismo e la violenza politica in “I Demoni”, è essenziale osservare i pensieri rivoluzionari di personaggi come Shigalyov in modo più dettagliato. Come sottolinea Leatherbarrow, Shigalyov non è un malfattore ossessionato dalla distruzione, né è lo sciocco che la sua visione paradossale dell’uguaglianza può fargli credere di essere. Shigalyov rappresenta il tipico sognatore, un “Fourier” come lo identifica Verchovenskij, che ha capito che la teoria socialista alla fine è imperfetta. Lo scopre osservando ciò che la maggior parte dei sognatori sociali di quel tempo spesso trascurava: la natura egoistica incontrollabile dell’uomo. È nel sottotitolo Da Virginsky nella seconda parte del romanzo, che Shigalyov esprime la sua teoria rivoluzionaria. In questa sezione, Dostoevskij consente al lettore di accedere all’incontro clandestino tenuto da Verchovenskij con la propria società segreta, composta dai cinque scelti: Liputin, Virginsky, Lyamshin, Shigalyov e Tolkachenko. Sono presenti anche altri individui con aspirazioni radicali, come tre insegnanti, uno studente, un maggiore dell’esercito, uno allievo e due personaggi centrali del romanzo: Alexei Kirilov e l’omonimo dello studente assassinato Ivanov, Ivan Shatov. A partecipare all’incontro con Verchovenskij, c’è Stavrogin, ufficialmente non un membro della società segreta, ma comunque simbolo di autorità. I presenti si sono riuniti per discutere una soluzione all’inaccettabile situazione socio-politica della Russia. Ognuno ha portato i propri ideali su come la società dovrebbe cambiare; non tutti però hanno la possibilità di parlare. Shigalyov si distingue chiaramente nella discussione con la propria teoria. La visione di un paradiso terrestre ottenuta attraverso la separazione dell’umanità in uomini liberi e seguaci obbedienti ricorda gli ideali presentati nel libro “Delitto e castigo” di Raskolnikov e nell’ideale di Chernyshevsky del Palazzo di cristallo. In effetti può essere visto come una continuazione di quegli ideali. In entrambi, l’uomo può raggiungere la felicità solo attraverso la restrizione della libertà e, come chiaramente sottolineato nel “l’Uomo del sottosuolo”, alla fine ne verrà privato. Shigalyov immagina una società fondata su principi rivoluzionari di libertà, uguaglianza e fraternità. Tuttavia, ammette anche che: “Temo di essere piuttosto confuso nei miei elementi e la conclusione è in diretta contraddizione con l’idea originale da cui sono partito. Partendo dalla libertà illimitata, sono arrivato al dispotismo illimitato”. Sembra che Shigalyov abbia scavato abbastanza in profondità nella natura dell’uomo per capire che l’eguaglianza e la libertà sono impossibili sotto il dominio del dispotismo, perché l’egoismo innato dell’uomo alla fine cercherà un modo per liberarsi dalla sua presa. Si rende conto che il paradiso terrestre alla fine diventerà un luogo in cui l’uomo diventerà schiavo. Qui traspare l’interrogativo di Dostoevskij sui principi del pensiero dell’Europa occidentale in affermazioni contraddittorie. Le paure per il tipo di impatto che il socialismo avrebbe avuto in Russia si riflettono chiaramente nel riconoscimento da parte di Shigalyov di un grave problema all’interno della propria teoria.

Tuttavia, Shigalyov rimane uno dei membri della società segreta di Pëtr Verchovenskij. Questo può sollevare domande sul tipo di ruolo che interpreta in “I Demoni”: Shigalyov è un teorico sociale? È un terrorista rivoluzionario? Un nichilista? La stessa domanda può essere posta sugli altri personaggi principali del romanzo, un fatto che fa luce sulla natura enigmatica di questo libro. Dostoevskij è stato spesso criticato per aver frainteso il movimento radicale russo nel suo insieme e per aver usato la figura di Nechaev per rappresentare le intenzioni dei rivoluzionari della fine del XIX secolo. Ernest Simmons identifica l’errore di Dostoevskij in “I Demoni” come radicato nella mescolanza indiscriminata di nichilisti e terroristi rivoluzionari.

Questo punto di vista, tuttavia, non è del tutto esatto. Mentre è vero che Dostoevskij usò la vicenda di Nechaev come pietra angolare su cui sarebbero stati costruiti “I demoni”, non ridusse pero, il crescente movimento rivoluzionario in Russia, a un atto di violenza commesso da un rivoluzionario. Ciò che Simmons sembra aver trascurato, e ciò che Dostoevskij voleva rivelare nel romanzo: è che la creazione di una filosofia del nichilismo all’interno del movimento rivoluzionario russo aveva il potere esplosivo di indirizzare coloro che ne erano influenzati in diverse direzioni, compresa quella del terrorismo rivoluzionario. Notiamo che Verchovenskij, sebbene capo della propria società segreta, è spesso osteggiato e diffidato dagli altri membri. Nessuno alla seconda riunione della “cinquina”, in cui si discute della necessità di uccidere il sospetto traditore Shatov, è davvero d’accordo con Verchovenskij, e quando Shatov viene assassinato, Shigalyov rifiuta anzitempo di prendere parte all’assassinio. Inoltre, l’immagine finale che abbiamo di Verchovenskij alla fine di “I demoni”, è quella di un individuo solitario che lascia una scena disseminata dei cadaveri dei seguaci. Cominciamo a vedere come, anziché categorizzare il movimento rivoluzionario sotto un’unica etichetta, Dostoevskij abbia di fatto intenzionalmente dotato i personaggi di “I demoni” con personalità diverse e spesso contrastanti con soluzioni politiche per i problemi della Russia. Il messaggio ai lettori riguardava l’inevitabile fine autodistruttivo che i cospiratori radicali avrebbero incontrato nel uso della violenza politica come soluzione per lo stato russo arretrato e autocratico.

L’incontro da Virginsky nella parte II di “I demoni” non si conclude con la dichiarazione di Shigalyov della teoria socialista. La disputa tra i presenti continua mentre la discussione è guidata da Pëtr Verchovenskij lontano dalla teoria e verso l’urgente necessità di un’azione rivoluzionaria:

Lascia che ti chieda quale preferisci: il modo lento che consiste nella composizione di romanzi sociali e la secca pianificazione priva di fantasia dei destini dell’umanità tra mille anni, mentre il dispotismo inghiotte i bocconcini di carne arrosto che volerebbero in bocca a se stessi, ma che non riesci a raccogliere o sei a favore di una soluzione rapida, qualunque essa sia, che finalmente scioglierà le tue mani e che darà all’umanità ampio spazio per ordinare i suoi affari sociali in modo pratico e non sulla carta? Gridano: cento milioni di teste; beh, questa potrebbe essere solo una metafora, ma perché averne paura se con il lento dispotismo dei sogni ad occhi aperti di carta tra un centinaio di anni divorerà non cento ma cinquecento milioni di teste?

La grande capacità di Verchovenskij di manipolare gli altri intorno a esso e influenzare l’opinione pubblica verso i propri obiettivi, si manifesta ora. Dostoevskij inizia a rivelare le reali intenzioni di Verchovenskij in queste pagine come quelle di un uomo che sembra aver trovato un modo per aggirare l’età del socialismo e che non sembra disturbato dall’idea di uccidere un milione di persone se questo garantirà lo sviluppo socio-politico del suo paese. Ciò che manca fino a questo punto, tuttavia, è una teoria ragionevole che sostituirà quella di Shigalyov. Le opinioni di Verchovenskij sono supportate da un altro membro, Lyamshin, che in risposta alla teoria di Shigalyov esprime la sua opinione: “da parte mia, invece di metterli in paradiso, prenderei questi nove decimi di umanità, e non sapendo che farne, li farei saltare in aria, lasciando solo un piccolo numero di persone istruite che vivrebbero felici”. Il suggerimento barbaro di Lyamshin propone una soluzione più rapida ed efficace al problema. La sua affermazione intensifica la discussione e introduce il lettore alla capacità distruttiva dei concetti e degli ideali sollevati all’interno del gruppo rivoluzionario di Verchovenskij. Non passerà molto tempo, tuttavia, prima che lo stesso Verchovenskij esprima il proprio piano, un piano che ha tenuto a lungo segreto agli altri membri. Di natura così diabolica, lo schema è rivelato solo a un altro personaggio, Stavrogin, perché come vedremo ora, è grazie a esso che le idee apocalittiche di Verchovenskij verranno messe in moto.

Dopo l’incontro da Virginsky, Pëtr Verchovenskij si precipita a incontrare il compagno Stavrogin in privato. Stavrogin non sa che è stato identificato da Verchovenskij come la pietra su cui verrà realizzato il suo piano: alla scoperta di questo, rimane stupefatto quanto il lettore nel capitolo di “I demoni”, intitolato “Ivan il Principe ereditario.” In questo capitolo lo vediamo passare da capo autonomo di un’organizzazione segreta a un cospiratore di distruzione oltrepassato da uno stato di frenesia selvaggia. Verchovenskij tiene un discorso a Stavrogin sul obiettivo di espandere la rete della cinquina in tutta la Russia.

La dichiarazione è la seguente: “creeremo disordini politici … non credete che creeremo disordini politici? Creeremo un tale sconvolgimento che le basi dello Stato saranno distrutte ». Verchovenskij sottolinea la necessità di ” qualcosa di più immediato, qualcosa di più elettrizzante ” che si verifichi se il sistema socio-politico russo deve cambiare. Tuttavia, lo fa in un modo particolare, paradossalmente tornando a una dichiarazione d’amore per un concetto che cerca di includere nel piano di distruzione universale: la bellezza. Il tentativo iniziale di Verchovenskij di persuadere Stavrogin ad unirsi a esso nella diffusione dello sconvolgimento politico diventa un’esaltazione della magnificenza del suo amico. Il cronista di “I demoni” racconta la scena:

Stavrogin sei magnifico! Gridò Verchovenskij quasi in estasi. ― Sai che sei magnifico? La cosa bella di te è che a volte non lo sai … Adoro la bellezza. Sono un nichilista, ma amo la bellezza. I nichilisti non amano la bellezza? L’unica cosa che non amano sono gli idoli, ma io adoro un idolo. Sei il mio idolo! … Ho particolarmente bisogno di qualcuno come te. Non conosco nessuno tranne te. Sei il mio capo, sei il mio sole e io sono il tuo verme.

Verchovenskij dà al concetto di bellezza un’interpretazione diversa da quella sostenuta dalla cultura tradizionale di uomini come suo padre, Stepan Trofimovič Verchovenskij, il simbolo del liberalismo romantico nel romanzo. Ciò che Verchovenskij vede in Stavrogin è il concetto di magnificenza ridefinito dai nichilisti. È la magnificenza della distruzione, della rivolta, la bellezza che, come scrisse Dostoevskij in una delle sue lettere: ― i Comunardi videro tra le fiamme inghiottire Parigi durante gli ultimi giorni della Comune. È essenzialmente una bellezza vista in una rivoluzione, una rivoluzione apocalittica che Verchovenskij desidera innescare e spera che venga condotta dal suo idolo Stavrogin.

Come indica Murry, la bellezza che Verchovenskij vede in Stavrogin è una “bellezza assoluta” che non è di questo mondo. Quindi vede l’amico come il capo rivoluzionario perfetto che la gente rispetterà e seguirà a causa delle caratteristiche “simili a Dio” che possiede. Secondo il concetto ridefinito di bellezza tenuto dai nichilisti, Dostoevskij, attraverso Verchovenskij, inverte le immagini di autentica bellezza religiosa nel romanzo da quella di Dio, la sua creazione e suo figlio Gesù Cristo, il Messia, a quello di Stavrogin, cioè quella del demone. Del perché la magnificenza di Stavrogin sia etichettata dalla critica come demoniaca verrà presto discussa. Ciò che ha bisogno di una risposta urgente in questo momento è la domanda: cosa spinge Pëtr Verchovenskij? Cosa lo ha portato a sposare l’impegno per la violenza politica con l’immagine della magnificenza che vede in Stavrogin? Mentre il discorso che glorifica Stavrogin ritorna a una dichiarazione di terrore, i veri motivi di Verchovenskij sono:

Ti rendi conto che siamo già molto potenti? Il nostro partito è composto non solo da coloro che uccidono e bruciano, che sparano o feriscono i loro superiori. Queste persone sono a modo nostro. Senza disciplina nulla ha alcun significato per me. Vedi, sono un ladro e non un socialista, ah ah ah! Ascolta, li ho riassunti tutti: l’insegnante che ride con i bambini verso il loro Dio, mentre la culla è già nostra. L’avvocato che difende un assassino istruito sostenendo che, essendo mentalmente più sviluppato delle sue vittime, non ha potuto fare a meno di assassinare per soldi; è già uno di noi. Degli studenti che uccidono un contadino per il brivido; sono già i nostri. Un pubblico ministero, che trema in tribunale perché non è sufficientemente progressista, è nostro, nostro … Il dio russo ha già capitolato alla vodka economica.

Come notato da Gomperts, le parole di Verchovenskij evocano molti dei punti sollevati nella propaganda Nechaev-Bakunin alla fine del 1860, in particolare nel manoscritto “Il catechismo del rivoluzionario”, che afferma che la rivoluzione richiede una completa rottura con tutte le leggi, i codici e ingiunzioni morali del mondo civile. Fedele al ruolo di istigatore e manipolatore, Verchovenskij parla in conformità con il Catechismo e afferma che i mali della società devono essere amplificati, i disordini devono essere seminati e deve essere diffusa la sensazione che l’ordine esistente sia sull’orlo del collasso. Tutto ciò, ovviamente, deve essere realizzato con l’obiettivo di reclutare il maggior numero possibile di persone, compresi i contadini, per lottare per la causa rivoluzionaria. All’interno del movimento rivoluzionario russo, l’idea di incoraggiare lo spirito rivoluzionario delle masse contro l’autocrazia era un concetto molto bakunista. Verchovenskij fa riferimento due volte a un Dio impotente che ha perso ogni significato in Russia. Convinto che Dio è morto, si prepara sia per il reclutamento di massa dei rivoluzionari sia per la rivelazione di un nuovo dio, Stavrogin, che intende usare come capo della rivoluzione. In questo Dostoevskij crea un legame tra i concetti di nichilismo e ateismo, una combinazione di principi che credeva corrompesse la minoranza rivoluzionaria della Russia.

Pëtr Verchovenskij continua con il proclama di terrore, ormai quasi in una frenesia di esaltazione, e mentre unisce il piano di distruzione universale con una speranza messianica, lo sguardo su Stavrogin si trasforma da quello di ammiratore a quello di un adoratore:

Ora, una o due generazioni di vizio sono assolutamente essenziali. Mostruoso, disgustoso vizio che trasforma l’uomo in un disgraziato, codardo, crudele ed egoista – questo è quello che vogliamo. E per di più, un po ‘di “sangue fresco” … Proclameremo la distruzione – perché? perché? – beh, perché l’idea è così affascinante! Ma – dobbiamo fare un piccolo esercizio. Avremo alcuni incendi – diffonderemo alcune leggende. Ogni piccolo gruppo crudele sarà utile … Ci sarà da fare come il mondo non ha mai visto; la Russia sarà avvolta dalla nebbia, la terra piangerà per i suoi vecchi dei. E sarà allora che lasceremo perdere – chi?

―Chi?

―Ivan il principe ereditario.

―Chi?

―Ivan il principe ereditario. Te! Te!

Stavrogin ci pensò un momento..

― «Un pretendente?» Chiese all’improvviso, fissando il pazzo con stupore. Oh, allora è il tuo piano?

― Diremo che si sta nascondendo ” disse Verchovenskij con cautela, in una specie di sussurro benevolo, come se fosse davvero ubriaco.

―Sai cosa significa l’espressione “nascondersi”? Ma apparirà. Apparirà.

Attraverso un miscuglio di distruzione, mito popolare russo e speranza messianica, Verchovenskij mira a portare a compimento il suo fantastico piano terroristico. Anche se può sembrare chiaro da questa fase (Stavrogin stesso lo sottolinea ripetutamente) che Verchovenskij è oltrepassato dalla follia, è essenziale notare l’elemento redentore nascosto in questo amalgama di idee oscure. In una tecnica di collegamento tra finzione e realtà spesso usata in “I demoni”, Dostoevskij mescola ancora una volta finzioni della sua immaginazione con i fatti; questa volta però aggiunge un elemento leggendario che risale alla tradizione contadina. Dietro le violente rivolte contadine del diciassettesimo e diciottesimo secolo (come quelle guidate dal capo cosacco Pugachev), c’era l’idea di uno zar in clandestinità che un giorno potrà liberare il mondo dall’ingiustizia. Il rovesciamento dello zar regnante fu giustificato dalla convinzione che fosse un falso pretendente al trono. Pugachev dichiarò infatti di essere lo zar Pietro III, che era stato ucciso in un complotto politico. In modo simile a questo mito contadino, Pëtr Verchovenskij intende collocare Stavrogin al centro del suo piano, identificandolo come il leggendario Principe Ivan che emergerà dalla nebbia in cui verrà avvolta la Russia. Stavrogin, per Pëtr Verchovenskij, incarna le speranze della Russia, attraverso di esso la Russia sarà redenta ed è in un immagine celeste, che le nuove generazioni cercheranno una guida. Verchovenskij è convinto che questa speranza messianica diventerà realtà solo una volta che la Russia subirà una morte materiale e spirituale. Per questo motivo ha preso un fermo impegno per il caos e la distruzione; anche per questo, egli cerca, attraverso eventi che si svolgono alla fine del romanzo, di legare i seguaci nel sangue e nella colpa, garantendosi la lealtà, verso i propri piani rivoluzionari.

La crescita di Pëtr Verchovenskij, un individuo che sacrifica l’uomo di oggi a un valore falso e illusorio: la promessa della giustizia assoluta nel futuro. Di fronte a questa osservazione ricordiamo l’affermazione di Verchovenskij: “Sono un ladro, e non un socialista, ah ah!”. E l’uso della teoria di Shigalyov per mascherare i suoi obiettivi distruttivi. Verchovenskij è in qualche modo emerso dalle crepe della teoria socialista di Shigalyov per creare un ideale che va oltre la deprivazione della libertà e della giustizia umana e verso un ideale più grande e demoniaco: il completo annientamento del mondo. Con ciò, come essenza della promessa di futura giustizia assoluta, Verchovenskij si rivela il vero terrorista nichilista in “I demoni”.

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