L’AVVENTO NECESSARIO DEL NICHILISMO

Conosco la mia sorte. Un giorno sarà legato al mio nome il ricordo di qualcosa di enorme – una crisi, quale mai si era vista sulla terra, la più profonda collisione della coscienza, una decisione evocata contro tutto ciò che finora è stato creduto, preteso, consacrato. Io non sono un uomo, sono dinamite. […] Ma la mia verità è tremenda: perché fino a oggi si chiamava verità la menzogna.

Questo è ciò che Nietzsche afferma nel suo singolare scritto Ecce homo (1888), dove l’enigma della sua persona sembra intrecciarsi alla storia della crisi del pensiero occidentale. Le premesse di questa crisi storica e culturale sono quelle che abbiamo visto nel capitolo secondo: il riconoscimento del processo che porta l’uomo a creare delle verità per conservarsi, la svalutazione dei valori tradizionali che ha come evento cardine la morte di Dio e la critica alla morale. Con l’annuncio della morte di Dio, Nietzsche si riferisce al particolare modo di pensare dell’uomo europeo e a quella volontà del nulla insita nella sua fede; caratteristica fondamentale di ciò è il fatto che vi sia nell’uomo il bisogno di dare un senso alla sua esistenza e di cercarlo metafisicamente al di fuori della vita stessa, meccanismo che porta, con l’aiuto degli asceti, a ripudiare la vita terrena. Il nichilismo è direttamente collegato alla morte di Dio in quanto meccanismo di risposta al crollo di quell’interpretazione del mondo che vigeva come unica e assoluta, come Nietzsche scrive nel giugno del 1887 a Lenzer Heide:

Ma le posizioni estreme non vengono scalzate da posizioni moderate, bensì da altre, inverse, che siano a loro volta estreme. E così la credenza dell’assoluta immoralità della natura, della mancanza di senso e di scopo è l’affetto psicologicamente necessario, quando non si può più sostenere la fede in Dio e in un ordine essenzialmente morale. Il nichilismo appare ora non perché il dolore dell’esistenza sia maggiore di prima, ma perché si trova diffidenza a vedere un «senso›› nel male e nella stessa esistenza. Un’interpretazione è tramontata; ma poiché vigeva come l’interpretazione, sembra che l’esistenza non abbia più nessun senso, che tutto sia invano.

La mancanza di una base che interpreti l’esistenza in maniera totale, sotto tutti i suoi aspetti, porta alla conseguenza opposta: «nulla è vero, tutto è permesso». Dunque Nietzsche si fa testimone e profeta del crollo dei valori, di questo «grande spettacolo in cento atti, che viene riservato ai due prossimi secoli europei, il più tremendo, il più problematico e forse anche il più ricco di speranza tra tutti gli spettacoli». Quando ha avuto inizio tutto questo? Come abbiamo visto nel Crepuscolo degli idoli, l’introduzione stessa dei valori nel mondo coincide col nichilismo, che ha quindi inizio con il dualismo platonico tra mondo sensibile e mondo intelligibile, con il porre i valori eterni nel mondo ultraterreno (il mondo vero), a scapito di quello terreno (il mondo apparente, fenomenico), portando a quel disprezzo verso la vita di cui è simbolo il Dio cristiano. Inoltre proprio la caratteristica della morale tradizionale di ricercare la verità, intesa come qualcosa di più profondo del superficiale, si rivolge contro di essa. Sempre nel frammento di Lenzer Heide del 1887, scrive: «ma tra le forze promosse dalla morale c’era la veridicità: questa si rivolge infine contro la morale, ne mette a nudo la teleologia, la considerazione interessata». Nietzsche si assume il compito e la responsabilità di annunciare questo destino:

Ciò che racconto è la storia dei prossimi due secoli. Descrivo ciò che verrà, ciò che non potrà più venire diversamente: l’avvento del nichilismo. Questa storia può essere raccontata già oggi, poiché qui è all’opera la necessità stessa. Questo futuro parla già con cento segni, questo destino si annunzia dappertutto; tutte le orecchie sono già ritte per questa musica del futuro. Tutta la nostra cultura europea si muove da gran tempo con una tensione torturante che cresce di decennio in decennio, come se si avviasse verso una catastrofe: inquieta, violenta, precipitosa; come un fiume che vuole sfociare, che non si rammenta più, che ha paura di rammentare.

Allo stesso tempo è anche consapevole del carattere nichilistico della morte di Dio e del fatto che questo evento è «fin troppo grande, troppo distante, troppo alieno dalla capacità di comprensione dei più perché possa dirsi già arrivata anche soltanto notizia di esso», poiché su questa fede si fondava e si teneva in piedi «tutta la morale europea». Infatti il nichilismo europeo nasce propriamente con la morte di Dio, ma la fede cristiana era malata sin dalla nascita:

La fede è sempre tanto più ardentemente desiderata, tanto più urgentemente necessaria, laddove manca la volontà: la volontà infatti, come passione del comando, è il più decisivo segno di riconoscimento del dominio esercitato su se stessi e della forza. […] tutte e due le religioni mondiali, il buddhismo e il cristianesimo, potrebbero aver avuto la loro base d’origine, e a un tempo il segreto della loro repentina diffusione, in una mostruosa malattia della volontà. E in verità così è accaduto: entrambe queste religioni si imbatterono nell’esigenza di un «tu devi» innalzata all’assurdo da una malattia della volontà, e progredente fino alla disperazione; entrambe queste religioni furono maestre di fanatismo in epoche di snervamento della volontà e pertanto offrirono a innumerevoli uomini un appoggio, una nuova possibilità di volere, un godimento del volere. il fanatismo è difatti l’unica «robustezza del volere» alla quale possono essere portati anche i deboli e gli incerti […] Quando un uomo giunge alla convinzione fondamentale che a lui devono essere impartiti ordini, diventa «credente»; inversamente, si potrebbe pensare un piacere e un’energia dell’autodeterminazione, una libertà del volere, in cui uno spirito prende congedo da ogni fede, da ogni desiderio di certezza, adusato come è a sapersi tenere su corde leggere e su leggere possibilità, a danzare perfino sugli abissi. Un tale spirito sarebbe lo spirito libero par excellence.

La libertà di volere può comunque rimanere in una situazione intermedia, quella tra la fede nella scienza del positivismo e il pessimismo della debolezza. La logica interna del nichilismo è individuabile nella lotta tra volontà del nulla e volontà di vita, dove si ha inizialmente un prevalere della prima, non solo in riferimento agli ideali ascetici, ma anche per quanto riguarda il pensiero pessimista in stretta correlazione col nichilismo passivo. È necessario che lo spirito superi il nichilismo, oppure, finché non sarà chiara la direzione del volere, preferirà sempre volere il nulla. «In seguito alla morte di Dio, conseguenza della veracità e della credenza nella morale coltivata dalla stessa tradizione cristiana, si viene a creare un vuoto di senso: il fondamento ultimo sul quale era stata costruita l’esistenza umana viene improvvisamente a mancare. […] Nietzsche percepisce chiaramente il rischio di una deriva nichilista della società e della cultura e costruisce perciò la sua proposta filosofica sulla necessità di riempire il vuoto lasciato dalla morte di Dio».

Questa degenerazione antropologica diagnosticata da Nietzsche ha come unica cura l’affermazione della vita, che avviene attraverso il contromovimento della trasvalutazione dei valori, che da un lato presuppone il nichilismo e dall’altro ne è la cura. Egli è consapevole di essere il profeta della decadenza e del nuovo inizio della storia europea; inizio in cui risuona l’annuncio dell’eterno ritorno, che ha come presupposto un uomo in grado di superare se stesso: l’oltreuomo.

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