L’ESSERE NIENTE DELLE COSE

L’annuncio della morte di Dio da parte dell’uomo folle nietzscheano corrisponde allo svaporare del fondamento, alla rivelazione della natura illusoria della Verità intesa come definitiva ed eterna: «[…] tutto è divenuto; non ci sono fatti eterni: così come non ci sono verità assolute» . Ora, l’invito di Nietzsche ad «accarezzare con un giuoco tattile il dorso delle cose», ovvero ad «arrestarsi animosamente alla superficie, all’increspatura, alla scorza, adorare l’apparenza», rivela, secondo Severino, la struttura inconscia della più profonda motivazione metafisica occidentale, che corrisponde alla volontà che l’ente sia niente. Questo volere nichilistico dunque non caratterizza solo la filosofia contemporanea – come sembrava emergere dall’introduzione de L’anello del ritorno – ma di fatto «tutte le forme e le fasi del pensiero occidentale, nella misura in cui ciò che tutte le accomuna è la credenza nel divenire, ossia la convinzione che tutte le cose stiano e scorrano nel tempo. La credenza che “tutto scorre e nulla permane” non è solo di Eraclito ma di tutto l’Occidente».

Tale «fede», che raggiunge il proprio apice nell’evocazione zarathustriana della fedeltà alla terra, nella proclamazione del «mondo vero» divenuto favola , nonché nella concezione della volontà di potenza in quanto interpretazione, sancisce per Severino la radicale inconciliabilità tra divenire – che nell’uomo si esplica come libertà e forza creativa – e l’esistenza di qualsiasi immutabile. Affermare il carattere storico, diveniente, temporale, contingente, caduco delle cose significa non poter tollerare, e dunque negare perentoriamente, l’esistenza di una struttura trascendente, onnipotente, oggettiva, sia essa intesa nei termini aristotelici della bebaiotáte arché – cioè del principium firmiissimum, che poi verrà chiamato «principio di non contraddizione» – sia essa intesa nei termini del Dio teologico, del Dio logico o concettuale. Tale struttura ontologico-conoscitiva, che ancora potremmo definire hypokeimenon in quanto essenzialità che sta a fondamento come sostrato sostanziale di qualità che la configurano particolarmente e accidentalmente, rende in effetti impossibile la «nientità dell’ente», l’esser niente delle cose, giacché tutto ciò che è ed accade deve adeguarsi alla legge in cui questa struttura consiste. Non solo ciò che già è, ma anche ciò che ancora è inesistente (l’ancor niente), quando comincerà ad essere, sarà necessariamente sottoposto alle leggi della presenza di un Dio, e ai principi immutabili della logica ovvero della sub-stantia immutabile. Se dunque di tale struttura si ammette l’esistenza, il carattere stesso del divenire viene contraddetto, poiché ciò che la fede nel carattere transeunte delle cose intende come l’«ancora niente» diventa qualcosa che ascolta e obbedisce alla voce della legislazione immutabile della struttura eterna. Il nulla come scaturigine degli enti diventa così un «ascoltatore dell’essere»: il niente si costituisce per Severino come un che di essente. La contraddizione tra senso del fluire storico ed esistenza dell’immutabile consiste dunque in quella dinamica che il filosofo definisce «nientificazione del niente», la quale neutralizza di fatto la possibilità stessa del divenire come libertà.

Uno degli esempi addotti da Severino per argomentare la proclamazione nietzscheana della morte di qualsiasi struttura immutabile è tratto dall’opera Così parlò Zarathustra. In particolare, nel capitolo intitolato Sulle isole beate , Zarathustra afferma: «Ma, affinché vi apra tutto il mio cuore, amici: se vi fossero dèi, come potrei sopportare di non essere dio! Dunque non vi sono dèi. […] che cosa mai resterebbe da creare, se gli dèi – esistessero!». L’evidenza originaria che qui viene a emergere, rileva Severino, è quella della creatività dell’uomo: tale creatività convoca infatti la questione ontologica laddove in essa si condensa il senso del divenire. L’atto creativo presuppone infatti la provenienza dal nulla di ciò che è creato: «creare» è innovazione assoluta che eleva a essere ciò che prima era «assolutamente niente», è scaturigine di qualcosa ex nihilo. Ma se esiste un Dio immutabile, se esistono «l’Uno e il Pieno e l’Immoto e il Satollo e l’Imperituro» , allora la creatività dell’uomo diventa impossibile, poiché non può essere più qualcosa che proviene dal nulla, ma qualcosa che ancora una volta proviene da una struttura eterna e ad essa deve obbedire e adeguarsi.

Appare a questo punto necessario riconvocare il dilemma ontologico posto inizialmente: se Nietzsche – proclamando la morte di Dio – intende negare l’esistenza della struttura eterna, questa non si ripropone nella forma della dottrina dell’eterno ritorno, confutando l’evidenza del divenire e della volontà di potenza come innovazione e forza creatrice?

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