DELLA DECADENZA DEL PENSIERO OCCIDENTALE

Si è compreso che nella speculazione heideggeriana la storia della metafisica è concepita come un destino, di cui l’imposizione tecnica non è altro che l’esito definitivo. Nell’interpretazione heideggeriana la metafisica è «un accadimento ancora nascosto e tuttavia eminente, cioè l’accadimento dell’oblio dell’essere». È in questi termini che la storia della civiltà occidentale viene interpretata come la storia di una decadenza, in cui dell’essere non ne è più nulla. L’interpretazione heideggeriana mira ad interrogare le cause che hanno condotto l’uomo occidentale a tale dimenticanza, mettendo in discussione le tappe attraverso cui è passato il pensiero metafisico e analizzandone le distorsioni.

Secondo Heidegger la prima grande deviazione del pensiero operata dalla metafisica risale a Platone e riguarda l’interpretazione che questi dà del concetto di verità. Originariamente l’ἁλήθεια, in conformità alla sua etimologia, indica il non-nascondimento, il disvelamento, l’apertura in cui viene a manifestarsi l’essente, «l’essenza della verità si svela come libertà, e questa come il lasciar-essere e-sistente che svela l’ente». Al contrario il platonismo, con un rovesciamento fatale per l’intero sviluppo del pensiero, fa coincidere la verità con la correttezza (ὀρθότης) del giudizio. In tal modo, l’essenza della verità come disvelamento dell’ente viene meno e si trasforma nell’adaequatio intellectus ad rem, ossia nella conformità del giudizio alla cosa. Tale capovolgimento è dovuto ad un’errata interpretazione di un altro concetto, quello di ἰδέα. Platone fa derivare l’ἰδέα dall’ ἰδέἶν, dal “vedere”, cioè da qualcosa che appartiene al modo dell’apprendere, che dipende da colui che vede. Così l’ἰδέα non viene più «compresa a partire dall’ente e dal suo carattere fondamentale, la presenza, ma come l’immagine riflessa e, per così dire, come il risultato di determinate comprensioni e rappresentazioni». Si trova qui la prefigurazione di quell’a-priori soggettivo da cui si farà dipendere la possibilità dell’esperienza e in particolare di ogni oggetto dell’esperienza identificato con l’essente. All’interno di questo fraintendimento trova terreno fertile l’interpretazione della verità con la corrispondenza tra la cosa e l’idea sulla base della loro somiglianza.

L’esattezza del vedere, la correttezza del percepire e dell’asserire esauriscono così il nuovo concetto di verità, oramai radicalmente diverso da quello originario. Questa inversione risulta essere decisiva per il futuro sviluppo della metafisica e per l’esito cui perviene, ragion per cui l’imporsi della tecnica planetaria viene inquadrato all’interno dei fraintendimenti platonici. La tecnica odierna «può essere compresa solo a partire dall’inizio della posizione fondamentale dell’Occidente di fronte all’ente come tale nella sua totalità», è alla luce di ciò che Heidegger si muove in direzione di una riflessione intorno al binomio concettuale φύσις/τέχνη, intravedendo nel mondo greco un rapporto strettissimo e nondimeno necessario tra queste nozioni.

La τέχνη, originariamente ben diversa dalla connotazione che acquista per noi moderni, risulta essere l’atteggiamento fondamentale nei confronti della natura, cioè nei confronti di ciò che si manifesta da sé, spontaneamente, è l’atteggiamento determinante in cui «si dispiega e nel contempo però anche si consolida la custodia dello stupefacente, dell’essere-essente dell’ente». La τέχνη è una modalità di stare di fronte all’ente, di avere a che fare con esso, ma non nella maniera dell’impiegare e del manipolare, riducendolo a un mero oggetto tra gli altri. Al contrario, si tratta di un lasciar-essere, di un modo genuino di scoprire l’ente, di «comprendere l’ente che si dischiude a partire da sé nel suo mostrarsi in quanto qualcosa, nel suo aspetto, εἶδος, ἰδέα».

É con queste parole che Heidegger fa emerge il nodo problematico della questione. Nel momento in cui, come si è detto, Platone fa derivare l’ἰδέα dall’ ἰδέἶν, quindi dal “vedere”, l’ente si svela nel suo puro “aspetto”, che è riconducibile alla comprensione che di esso ne ha il soggetto conoscente. Ma in quest’ottica, se la τέχνη è una modalità di stare di fronte alla totalità dell’ente, ciò che giunge a manifestarsi in essa allora non sono altro che «le visioni dell’ente che inevitabilmente e sempre di più in tale comprensione giungono allo sguardo, ossia le “idee”», le rappresentazioni, che dipendono dallo sguardo del soggetto conoscente. La τέχνη diviene così il suolo per la trasformazione della verità in ὁμοίωσις, cioè nella conformità della cosa alla rappresentazione di essa, per cui l’ente si svela come ciò che è posto dal soggetto all’interno di un giudizio valutativo. Per tal ragione, al posto della tonalità emotiva fondamentale dello stupore (θαυμάζειν) di fronte al mistero del venire a manifestarsi dell’ente, subentra l’avidità di conoscere, prevedere e calcolare. Siamo all’alba di quel pensiero «calcolante» che si imporrà nel pensiero occidentale e che, a partire da Galileo, verrà fatto proprio dallo sviluppo trionfale delle scienze esatte, fino a determinare l’avvento della tecnica moderna.

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