IL LOGOS DELLA LOGIK

Per comprendere le coordinate di questo ritorno sono necessari due strumenti concettuali: il primo riguarda il generarsi sul piano ermeneutico di un’apertura significante in relazione all’aspetto poietico che caratterizza l’esserci nel suo essere-nel-mondo; il secondo riguarda la possibilità intenzionale del logos di collocarsi sul donare-significato dell’apertura pre-concettuale derivante dal trascendere dell’esserci.

La genesi del mostrarsi del fenomeno trova un punto d’appoggio nella proiezione degli enti sul piano poietico dell’esserci. L’essere degli enti e il piano semantico della loro comprensione preconcettuale, si risolvono nella finalità intrinseca al loro utilizzo, nell’avere un Wozu un «a-che-fare». A quel piano di coappartenenza tra l’esserci «utilizzante» e l’essere degli enti utilizzati, il logos si rivolge, indicando verso quello spaccato proiettivo di mondo — articolato dalla significatività (Bedeutsamkeit) — nel quale un ente si colloca, isolandolo dalla rete di riferimenti strutturali e strutturandone la messa in moto verso la presentificazione, la determinazione concettuale, la venuta fenomenica.

La caratteristica principale del logos apofantico risiede secondo Heidegger nell’Aufweisend-sehenlassen nel «mostrante lasciar vedere». A questa prerogativa apparterrebbe poi un’opzionalità essenziale: il logos può, mostrando, scoprire o velare, può esso cioè cogliere il suo obiettivo o mancarlo. In questa caratteristica peculiare Heidegger individua il concetto greco di verità:

Compresa rettamente ed in senso strettamente letterale, l’espressione che in greco sta per esser-vero (Wahrsein) — aletheia — significa [qualcosa di simile] a s-coprire (ent-decken) nel senso dello svelare (enthullen) togliere la copertura (Verborgenheit) da qualcosa […]

Esser-vero tradotto dalla lingua greca suona come un ent-decken, uno scoprire, dove il verbo ‘coprire’ riceve dal prefisso privativo ent- una modificazione di segno, una secondaria tendenza a negare ciò che rimane semanticamente riferimento, il coprire. Dunque nel senso di s-coprire si intende il gesto svelante, il togliere qualcosa dalla velatezza. Questo tuttavia non significa portare qualcosa alla prima apparizione, ma liberare quella spinta manifestativa residente in esso. Allo stesso modo il concetto opposto, quello che è espresso dal greco pseudesthai, va tradotto con il termine tedesco verdecken, esso va inteso nel senso di tauschen: cambiare di posto, scambiare qualcosa con qualcos’altro.

«Dunque scoprire (entdecken) e velare (verdecken) sono ciò che determina il logos come determinante lasciar vedere (aufweisend sehen lassenden)».

L’enunciato viene definito nella sua peculiare intenzione come coprente-scoprente lasciar essere l’ente, vale a dire come apophainesthai: «Sehenlassen ein Seiendes, apo: von ihm selbst». Il logos ha il compito di lasciar mostrare la cosa da sé stessa, e di aprire, rendere disponibile e accessibile un campo manifestativo dell’ente — il suo intorno a cui (worüber) — per la com-prensione.

Quello che qui è necessario sottolineare è che il carattere manifestante del logos nel periodo di Marburgo è legato al piano ermeneutico da un doppio filo: da un lato vi è l’apo- il riferimento diretto all’ente, l’essere agganciato del logos al piano dell’apertura di mondo, all’in-quanto (als) ermeneutico, e tale questione si svolge nell’apertura del significato dell’ente su un piano pre-predicativo, dato dalla pratica procurante; dall’altro lato c’è una visione strutturale del logos, come atteggiamento coprente o scoprente dell’esserci verso l’ente pre-predicativamente aperto.

Nella predicazione dell’enunciato apofasico avviene una stratificazione fenomenica che crea un differimento ontologico.

Il logos mantenendo l’ente nella sua provenienza dalla significatività, ricevuta dall’aver-a-che-fare, nel mostrare, lo porta sul piano della presenza cogliendolo assieme a qualcosa. Il presupposto di questo «mettere assieme» risiede nel movimento complesso del logos che, indicando nello spazio di apparizione dell’ente nel suo intorno a cui, porta, nel momento predicativo, una caratterizzazione dell’ente nella sua predicabilità. In quanto ha la possibilità di mostrare, di chiamare all’apparenza l’ente predicandone, il logos presentifica un quadro ontico prospettico, uno stagliarsi del fenomeno su uno sfondo d’essere. In un’espressione come «la lavagna è nera» la nerezza viene a chiamare in causa la lavagna. Ciò che si presentifica, che sia qui realiter o meno, è la lavagna nella sua nerezza. Se all’ente cui mi riferisco appartiene il predicato chiamato in causa, nell’enunciato svelo qualcosa dell’ente tracciando nell’in-quanto (als) un’area di visibilità, di svelatezza, ma se dico della lavagna che essa è bianca, il bianco venuto a presenza copre quell’ in-quanto della lavagna che la presentifica in quanto nera. Il bianco chiude lo spazio al vero predicato dell’ente, la nerezza. Quanto detto dimostra la vera caratura intenzionale dell’enunciato: esso mira sempre a mostrare ciò che è già aperto, seppur a volte mancandolo, o se si preferisce, facendo riferimento alla concezione di Schein del §7 di Essere e Tempo, portando l’ente ad apparire nella sua mistificazione. Tutto ciò ha un’implicazione importante: all’ente stesso, nel suo venire dalla significatività, vale a dire nel suo radicarsi nell’essere e nel suo dare manifestazione ontica di sé nel piano strutturale dell’intorno a che, appartiene già una struttura sintetica.

«L’intorno a che nell’enunciazione viene raccolto assieme come giacente-insieme (zusammenliegend). L’ente così viene compreso come presente insieme».

L’ente presenta una stratificazione, un quadro ontico aderente alla cosa stessa di cui il logos coglie la composizione fenomenica. Il logos può, installandosi nella manifestatività dell’ente, condurre il fenomeno a mostrarsi nella sua «compostezza», nel suo stare assieme.

A questo punto però ci troviamo di fronte ad una impasse. Proprio nel momento in cui avviene il processo manifestativo, nel momento in cui lo sguardo si volge tematicamente all’aspetto dell’ente che il logos porta alla fenomenizzazione, viene lasciata alle spalle l’apertura d’essere che sorregge la possibilità dell’ente di manifestarsi e del logos di manifestare. Si genera cioè quella «differenza ontologica» il cui studio caratterizzerà gran parte del pensiero heideggeriano e di cui, non a caso, si hanno le prime tracce nel seminario coevo Grund probleme der Phenomenologie.

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