LA VOLONTÀ DI POTENZA COME SPECIFICO TANTO DELL’ORGANICO QUANTO DELL’INORGANICO

Nonostante organico e inorganico, come abbiamo visto sino ad ora, sembrano distinguersi sulla base di concetti come quelli di individualità e unità, avere esperienze e non averle, evidenzieremo in questo paragrafo quanto essi, pur differenziandosi, possano non essere in contrapposizione, così come non lo sarebbero corpo e spirito, uomo e natura. Infatti, secondo Nietzsche, il piano dell’organico e quello dell’inorganico sono influenzati e condizionati l’uno l’altro al punto da intersecarsi, piuttosto che contrapporsi, poiché ciò che caratterizzerebbe tanto l’organico quanto l’inorganico è il fatto di essere entrambi delle forze che hanno bisogno di sfogarsi. Dice, infatti, Nietzsche:

Il legame tra organico e inorganico deve risiedere nella forza respingente, esercitata da ogni atomo di forza. Si potrebbe definire la vita come una forma durevole di processo delle determinazioni di forza, in cui le diverse forze in lotta crescono per parte loro in maniera disuguale. (FP 36 [22], estate 1885)

La vita, dunque, sarebbe essa stessa determinazione di forza così come lo sono gli atomi che compongono la materia inorganica. Ciò che caratterizza questa vita è per Nietzsche la forma durevole di tale processo di determinazione di forze, così come ciò che accade all’interno dell’inorganico è anch’esso un processo e, soprattutto, un processo di determinazione di forze le quali, attraverso il loro impulso ad avvicinare o respingere le altre, si realizzano o come dominanti o come dominate. Quest’impulso a dominare e combattere sarebbe ciò che abbiamo chiamato volontà di potenza e che determina e definisce i confini dell’attività di ciascuna forza nel suo rapportarsi alle altre. Vediamo, quindi, come potrebbe essere proprio la volontà di potenza ciò che muove tale processo di determinazione di forze, il quale riguarda sia l’organico che l’inorganico. Ciò che sta alla base tanto dell’uno quanto dell’altro sarebbe infatti una forza che è, in entrambi i casi, molteplice, poiché tutto ciò che esiste sembra essere sempre una combinazione di forze le quali lottano tra loro cercando ciascuna di affermare la propria potenza sulle altre. Ogni forza è caratterizzata allora da una volontà di potenza che la fa muovere o per difendersi da altre forze più forti o per dominare e schiacciare forze più deboli, dando vita così ogni volta a delle nuove combinazioni.

In questo modo, l’affermazione dei concetti di forza e volontà di potenza quali filo conduttore che lega organico e inorganico, permette a Nietzsche di avviare quel processo di naturalizzazione dell’uomo e disumanizzazione della natura, che è alla base tanto della sua concezione dell’organismo come Selbstregulierung quanto di quella del mondo come ciò che si organizza caoticamente. Se, infatti, per natura s’intende l’insieme di tutte le molteplici cose terrestri, dall’uomo alla pietra, allora tutto è, l’uomo come la pietra, la combinazione di diversi quanti di forza di cui alcuni hanno vita, e dunque sono organici, altri no. In questo senso, se tutto è forza che vuole affermare la propria potenza, il mondo non funziona né meccanicisticamente né teleologicamente, sia che si tratti di materia organica che di materia inorganica. Ciò che lega e accomuna organico e inorganico sarebbe la mancanza in essi di un ordine, sia inteso in senso meccanicistico che finalistico, poiché la natura stessa nella sua complessità sembra essere priva tanto dell’uno quanto dell’altro:

Noi possiamo scomporre il nostro corpo nello spazio e allora ne ricaviamo esattamente la stessa idea che abbiamo del sistema stellare e non risulta più la differenza fra organico e inorganico. Una volta si spiegavano i movimenti delle stelle come prodotti da esseri consapevoli di un fine: non ce n’è più bisogno, e anche per quel che riguarda il movimento e il mutamento corporeo, già da molto tempo non si crede più di risolvere la questione ricorrendo alla consapevolezza che pone scopi. La grandissima maggioranza dei movimenti non ha proprio niente a che fare con la consapevolezza e neppure con la sensazione. (FP 24 [16], inverno 1883-1884)

Nietzsche ritiene così non soltanto che il mondo naturale esterno all’uomo, come ad esempio il sistema stellare, sia assolutamente privo di un ordine finalisticamente inteso, come invece l’uomo erroneamente avrebbe pensato, ma ritiene inoltre che la maggior parte degli stessi movimenti del sistema organico non miri affatto al raggiungimento di un fine esterno preesistente a quegli stessi movimenti e che li dirigerebbe secondo un’intenzione.

Da un lato l’uomo sarebbe caratterizzato perciò da una consapevolezza che pone scopi, da pensieri e sensazioni che lo portano ad agire secondo un’intenzione e quindi anche finalisticamente – in questo senso egli si caratterizza come essere umano – dall’altro lato però, molti degli stessi movimenti corporei organici sono assolutamente indipendenti dal pensiero e dalle strutture finalistiche che da questo derivano. Infatti, ciò che l’uomo Homo Natura percepisce e di cui ha consapevolezza sarebbe una parte infinitesimale rispetto a quanto avviene e si muove all’interno stessa dell’uomo come Leib-Organisation in cui, così come nel mondo inorganico, non ci sarebbero attività finalisticamente intese. In questo senso, sembra che la linea di demarcazione tra organico e inorganico diventi meno netta poiché sono molteplici le forze attive che, come l’elettricità e l’aria, influenzano continuamente il corporeo senza però che questo ne abbia percezione. Verrebbe così messa in crisi quella visione teleologica dell’essere umano che aveva fino a quel momento permesso di distinguerlo da tutte le altre cose della natura (organiche ed inorganiche), poiché la sua attività era sempre stata considerata un’azione consapevolmente orientata al raggiungimento di uno scopo. Quando invece, così come fa Nietzsche, si considera l’essere umano una Leib-Organisation, in cui l’io soggettivo emerge dal continuo ridefinirsi dei rapporti di potenza delle forze in lotta tra loro, si scopre una nuova dimensione della vita che è sì organizzata utilmente ma non teleologicamente. L’organismo, proprio perché è l’insieme di molteplici centri di forza che si combinano tra loro, ossia perché è un’organizzazione che si costruisce a partire dalla volontà di potenza e di affermazione di ciascuna forza, sembra allora essere ben lontano da ciò che funziona soltanto meccanicamente e, allo stesso tempo, esso non è il risultato della consapevole riflessione di un io esterno.

Secondo Nietzsche il problema della filosofia, quella stessa che contrappone corpo e spirito, organico e inorganico, è lo spiegare, da un lato, l’esistenza nell’organismo di infinite «Zweckmässigkeiten», ossia di elementi che sono utilmente orientati, e, dall’altro lato, la mancanza di una coscienza, cioè di una struttura distaccata dal corporeo, sede del pensiero e da cui nascerebbe una consapevolezza teleologicamente orientata di queste stesse utilità (Zweckmässigkeiten).

L’autoconservazione per esempio, sarebbe una di queste infinite Zweckmässigkeiten prive di coscienza la cui utilità consiste semplicemente nel far sì che l’essere vivente realizzi la propria natura e cioè abbia vita. Sarebbe questo l’unico finalismo che in termini biologici può essere attribuito a tutto ciò che vive e che, in questo senso, è molto vicino a ciò che invece vita non ha. Questo non significa che l’uomo non possegga una coscienza o che non agisca intenzionalmente o, ancora, che non abbia consapevolezza di qualcosa, significa soltanto che oltre a tutto ciò esso sarebbe anche una molteplicità di movimenti di cui non è cosciente, poiché in esso si svolgono infinite attività che non sono il risultato di un «io voglio», bensì solo Zweckmässigkeiten. Queste contribuirebbero alla complessa organizzazione dell’organismo e, quindi, sono a questo utili senza con ciò dipendere da una volontà soggettiva.

In questo senso il confine tra organico e inorganico sembra difficile da stabilire. Anche nell’inorganico si svolgerebbero infatti molteplici attività che sono utili all’organizzazione e alla sussistenza stessa dell’inorganico, le quali però sono assolutamente prive di qualsiasi carattere teleologico. Così, tanto l’organico quanto l’inorganico sarebbero nel loro funzionamento un insieme complesso di «wirkende Kräfte», cioè di forze attive che si influenzano reciprocamente sfuggendo a qualsiasi controllo. Ogni movimento sembra essere soltanto lo sprigionarsi di tali forze le quali, in questo modo, si combinano sviluppando un sistema complesso di organizzazione che potrebbe essere vivente, come nel caso dell’uomo, dei suoi organi e delle cellule, o inanimato, come nel caso della pietra. Anche l’interpretare, che caratterizza specificatamente l’organico, avviene secondo Nietzsche soltanto grazie al continuo comporsi e scomporsi tra loro dei molteplici centri di forza che formano l’organismo. Così, l’interpretazione, che scaturisce dall’attività dell’organico inteso come Leib-Organisation, è il risultato della volontà di potenza di ciascun centro di forza che cerca di sprigionare e di impegnare in qualche modo la propria energia. In questo senso comprendere il processo interpretativo proprio dell’organico Homo Natura significa comprendere che esistono molteplici prospettive e punti di vista che si sviluppano a partire da molteplici volontà di potenza. L’agire dell’essere organico non è un definire e controllare ciò che lo circonda, ma al contrario è il porsi in relazione ad altro in una dimensione di cambiamento continuo. Non esisterebbe allora né un fine ultimo da raggiungere né delle leggi fisse (per esempio quella di causa ed effetto) in base alle quali ricostruire il movimento organico, così come tali leggi non esistono neanche nel mondo inorganico.

Il modo in cui Nietzsche intende tanto l’organico quanto l’inorganico, pur escludendo una forma di riduzionismo alla Haeckel, secondo il quale la materia inorganica, intesa come sostrato unitario, contiene già in sé ciò che poi si svilupperà meccanicisticamente nell’organico, sarebbe ciò attraverso cui egli vuole, non tanto accentuare la differenza tra i due piani, quello dell’organico e quello dell’inorganico, ma nel riconoscimento della loro diversità, metterne in evidenza la stessa natura complessa e dinamica poiché entrambi sono insiemi di molteplici forze che si combinano incessantemente tra loro.

L’idea nietzscheana di un rapporto di continuità e non di opposizione tra organico e inorganico si sviluppa all’interno di una più ampia visione della natura nella sua totalità, di cui tanto l’organico quanto l’inorganico sono parti. Così, è proprio questo essere entrambi elementi naturali che fonderebbe il loro rapporto di continuità. Il modo in cui organico e inorganico funzionano e cioè come un tutto che si organizza nel combinarsi delle sue parti, sembra essere lo stesso in cui funziona il mondo. Ciò che avviene all’interno della natura secondo Nietzsche è una quantità enorme di attività (Tätigkeiten), di cui solo una minima parte sono azioni secondo scopi (Handlungen), poiché si tratta piuttosto di movimenti in cui una forza semplicemente si scarica. Tali Tätigkeiten prive di scopi riguardano sia il mondo inorganico esterno all’uomo, in cui non c’è nessun iche pensa e vuole sulla base di ciò che pensa, sia il funzionamento biologico dello stesso essere organico, il quale è sì coscienza, intenzione e pensiero, ma anche cellule che muovono la loro forza l’una verso l’altra influenzandosi e stimolandosi reciprocamente. Spiegare allora lo sviluppo biologico degli esseri viventi come processo di autoregolazione, così come abbiamo visto nel primo capitolo, significa riconoscere che ciò che avviene all’interno di ogni essere vivente è semplicemente il fare di un quantum di forza che si sprigiona. Infatti, l’organismo che si autoregola non si limiterebbe a reagire al mondo circostante dell’inorganico. Esso sembra essere piuttosto una molteplicità di movimenti, ossia di attività, che non si adattano meramente alle circostanze esterne, bensì interagiscono con tale mondo esterno come forze tra le forze, come volontà di potenza tra molteplici volontà di potenza, poiché anche il mondo naturale di cui l’essere vivente fa parte, è un insieme di attività, ossia di forze che scaricano la loro potenza.

È in questo senso che secondo Nietzsche ogni essere organico, ciò che abbiamo precedentemente visto come individuo, non è solamente un membro della complessa catena del mondo, ma molto di più, così come anche l’inorganico. Ciò che infatti egli intende per «catena» [Kette] non è soltanto la specie rispetto all’individuo, ma anche il movimento stesso della natura all’interno della quale si trovano tanto l’organico quanto l’inorganico. Così come l’individuo non è qualcosa di semplicisticamente riducibile alla specie, bensì la specie stessa, ossia ciò che contribuisce a darle forma, allo stesso modo l’organico non sarebbe soltanto una parte del sistema naturale, al quale è contemporaneamente contrapposto e sottomesso, ma anche ciò da cui, insieme all’inorganico, quel sistema naturale emerge. Tale emergenza potrebbe essere intesa esattamente allo stesso modo di quella che abbiamo detto essere l’emergenza della vita rispetto al corpo come Leib-Organisation, ossia l’emergenza di qualcosa che non coincide con ciò da cui emerge, ma che, però, nasce proprio dall’attività di questo qualcosa, che in questo caso è l’intreccio dinamico di organico ed inorganico. Questi sarebbero entrambi a loro volta organizzazioni di forze che vivono e si sviluppano entrando in relazione con ciò che le circonda. Così, in quanto combinazioni di forze, sia l’organico che l’inorganico sembrano far parte del molteplice movimento della natura all’interno della quale instaurano un complesso rapporto d’interazione e influenza reciproca.

È, allora, sempre a questa natura che appartiene ciò che Nietzsche chiama «Anorganische», riferendosi con questo termine a quegli elementi e a quelle forze che sono organizzate in modo diverso dall’organico e che rispetto a questo non sono però qualcosa di opposto ed estraneo; infatti, quegli stessi elementi e quelle stesse attività dell’Anorganische si troverebbero anche all’interno dell’organico, insieme però a degli elementi nuovi e in una forma di organizzazione nuova, che prende il nome di vita.

In un panorama così complesso in cui sembra non esserci nessuna schematica contrapposizione tra organico ed inorganico, non avrebbe più senso parlare di parti sacrificate in funzione del tutto, poiché quello che dovrebbe essere il tutto, ossia la natura intesa come catena di relazioni, si sviluppa nell’attività di ogni sua parte, la quale cessa perciò di essere semplicemente tale e diventa l’organizzazione stessa del tutto. Se la catena della natura comprende in sé tanto l’organico quanto l’inorganico, il primo avrà in se stesso il secondo e viceversa, nel senso per cui sono l’uno la relazione con l’altro.

Ciò che accomuna organico ed inorganico e da cui soltanto può iniziare un processo di riconciliazione tra l’uomo e la natura, sarebbe dunque il fatto che ogni movimento è sempre attività intesa sia in contrapposizione al concetto di azione, che nasconde l’ideale finalistico, sia in contrapposizione al concetto di reazione che nasconde invece l’idea di un movimento meccanico di pressione e urto. Infatti, come il finalismo teleologico appartiene naturalmente al modo di pensare dell’uomo, così anche la rappresentazione meccanica del movimento, inteso come espressione e urto, è soltanto un’ipotesi umana che vale come regolativa nel mondo dell’apparenza.

Un esempio di come tutto ciò che fa parte della natura, organico ed inorganico, sia privo di qualsiasi finalità teleologica, sarebbe lo sviluppo dell’occhio. Nietzsche sostiene che l’occhio non è nato per vedere, ossia il suo scopo non è la vista poiché, invece, «il caso ebbe combinato insieme l’apparato visivo». Dunque, nell’uomo, così come in tutta la natura di cui egli è parte, non ci sarebbero degli scopi prestabiliti in relazione ai quali gli organi e i processi organici, come lo stomaco, la circolazione del sangue e altri, si sono formati e sviluppati. Nietzsche ancora una volta parla infatti di formazioni casuali che hanno permesso all’essere umano di conservarsi. È dunque in questo senso che Nietzsche, riferendosi alla natura nel suo insieme, nega a questa uno scopo da raggiungere, il quale la condurrebbe a svilupparsi e a formarsi in un certo modo piuttosto che in un altro. Se gli organi non nascono già con una determinata forma e secondo una finalità ben precisa, come abbiamo visto per l’occhio, allora la natura, intesa come l’insieme di molteplici forme organiche e inorganiche, la cui funzione e utilità sono sempre mutevoli e oscillanti, risulta essere anch’essa altrettanto mutevole e oscillante e, dunque, priva di un fine ultimo che possa influenzare e determinare fin dall’inizio la sua formazione.

Quelle che vengono definite leggi della natura non sono altro che il tentativo proprio del pensiero meccanicistico di semplificare e schematizzare in formule ciò che invece è soltanto «Machtverhältnis», cioè molteplici rapporti di potenza che nel loro mutare e muoversi continuamente sfuggono alla percezione dell’essere organico. Tali relazioni di potenza, la loro casualità e imprevedibilità, ossia la loro caoticità, non riguarderebbero soltanto l’uomo e il mondo organico, bensì anche quelle che Nietzsche chiama «Dinge», cioè le cose inanimate e inorganiche che, comunque, appartengono alla natura. Nella storia di ogni cosa, uso od organo che sia, non esisterebbe un progresso verso una meta prefissata né un ordine logico o meccanico, ma soltanto un susseguirsi di assestamenti, di processi di assoggettamento tra una forza e un’altra, processi che si susseguono in maniera del tutto casuale e incontrollabile. In questo senso il complesso relazionarsi di molteplici potenze, che ricompongono continuamente i loro rapporti in base alla loro forza, sarebbe ciò che avviene sia nelle cose, cioè nel mondo inorganico, sia in ogni singolo organismo, il quale si evolve attraverso le relazioni di potenza dei molteplici organi che lo compongono.

Dice Nietzsche:

[…] Ma tutti gli scopi, tutte le utilità sono unicamente indizi del fatto che una volontà di potenza ha imposto la sua signoria su qualcosa di meno potente e gli ha impresso, sulla base del proprio arbitrio, il senso di una funzione. Evoluzione di una cosa, di un uso, di un organo, quindi, è tutt’altro che il suo progressus verso una meta, e ancor meno un progressus logico e di brevissima durata, raggiunto con il minimo dispendio di forza e di beni – bensì il susseguirsi di processi d’assoggettamento svolgentesi in tale cosa, più o meno spinti in profondità, più o meno indipendenti l’uno dall’altro, con l’aggiunta delle resistenze che continuamente si muovono contro, delle tentate metamorfosi di forma a scopo di difesa e di reazione, nonché degli esiti di fortunate controazioni. (GM, II, 12)

Ciò che caratterizzerebbe sia la materia vivente che quella inorganica è dunque la volontà di potenza intesa come un’attività che non si limita a reagire a ciò che proviene dall’esterno, ma cerca di imporsi lottando per sprigionare e realizzare la propria forza. È in questo senso che, così come lo sviluppo biologico di ogni essere vivente è un processo di autoregolazione, anche il mondo naturale, comprendente tanto l’organico quanto l’inorganico, sarebbe caratterizzato da un movimento caotico di autorganizzazione. Infatti, come abbiamo già visto nel capitolo precedente, la natura stessa è secondo Nietzsche l’insieme di molteplici centri di forza che si combinano continuamente tra loro.

La vita, ossia l’organico, è una particolare forma di volontà di potenza tra tante altre – quella che a noi uomini è più nota –. Queste altre volontà di potenza, però, anche se non hanno vita e, dunque, niente di ciò che essa sembrerebbe significare, dall’avere esperienza al naturale finalismo che le apparterrebbe, sembrano comunque essere attività di quanti di forza che esplicano la loro potenza su tutti gli altri indipendentemente da qualsiasi principio, legge o ordine. In questo senso si può parlare del mondo in termini di caos e autorganizzazione, poiché esso è una certa quantità di forza composta da una molteplicità di diversi altri quanti di forza che combinandosi e organizzandosi tra loro permettono al mondo di organizzarsi e vivere. Nietzsche non cerca né di riscattare l’organico rispetto all’inorganico né il contrario, ma propone invece un nuovo modo di vedere tanto l’uno quanto l’altro poiché organico e inorganico sarebbero due delle diverse, molteplici forme di volontà di potenza della natura. Così la vita organica è soltanto un momento, una parte di quell’attività della natura che comprende anche tutto ciò che organico non è ed è, comunque, energia e forza che si sprigiona.

La natura, se è, come precedentemente supposto, una quantità di energia che si trasforma continuamente, non ha allora un fine ultimo da raggiungere al di fuori di sé perché nulla si pone come qualcosa di assolutamente distaccato e contrapposto ad essa, bensì soltanto come diversità interna alla natura stessa che in questo senso si autorganizza. Inoltre tale natura sarebbe caos poiché il suo movimento non è quello meccanico di pressione e urto, ma il continuo mutare delle combinazioni delle forze in base alla potenza che ognuna riesce a esercitare sulle altre.

Così come ciò che chiamiamo vita non segue nessuna legge fissa, ma è semplicemente «una molteplicità di forze, unite da un medesimo processo di nutrizione», il quale consisterebbe per ciascuna forza nell’opporsi alle altre, nel metterle in ordine secondo forme e ritmi, nel valutare allo scopo di incorporare o di espellere , Nietzsche si guarda bene «dal parlare di leggi chimiche» e dice: […]

Piuttosto, ne va di una fissazione assoluta di rapporti di potenza: ciò che è più forte si impadronisce di ciò che è più debole, nella misura in cui quest’ultimo non può conservare il proprio grado di autonomia – qui non ci sono né pietà né conciliazione, e ancor meno un rispetto di leggi! (FP 36 [18], estate 1885)

Anche nel mondo della chimica non esisterebbero dunque leggi immutabili, perché la struttura del diamante, della grafite o di altri materiali inorganici è caratterizzata da un lavoro molecolare di continue trasformazioni che va al di là di ciò che appare in superficie e che non è altro che il rapporto di potere tra due o più forze. In questo senso Nietzsche afferma che ogni «spezifische Körper», cioè il corpo inteso non soltanto come Leib, ossia come corpo organico, ma anche come ciò che caratterizza l’inorganico, «aspira ad affermare la sua signoria e ad estendere la sua forza su tutto lo spazio (la sua volontà di potenza) respingendo tutto ciò che si oppone al suo espandersi». Nell’ottica nietzscheana quindi, tutti i corpi, indistintamente sia organici che inorganici, sono caratterizzati da una volontà di potenza che li porta a lottare l’uno contro l’altro in un processo continuo di unificazione e separazione, accordo e disaccordo, cooperazione e competizione in base alle loro affinità.

La molteplicità e la complessità di un processo che non può semplicisticamente essere percepito e ordinato dall’uomo, sembrano essere ciò che si trova alla base tanto dell’organico quanto dell’inorganico. Il processo organico, come qualsiasi altro processo naturale, sarebbe un complesso e minutissimo gioco di forze ben distante da qualsiasi schema o macchina costruita dall’uomo, al fine di descrivere e comprendere tale processo come ciò che è regolato da leggi e da rapporti di causa ed effetto.

In questo modo sembra possibile vedere come all’interno della concezione nietzscheana del mondo non viene né affermata una dissoluzione dell’organico nell’inorganico né il contrario. Sostenere dunque che tanto l’organico quanto l’inorganico siano volontà di potenza, non significherebbe negarne la diversità. Infatti, da un lato, tutto ciò che vive è interpretazione e possiede un naturale finalismo che, in particolare nell’uomo, conduce all’invenzione di strutture attraverso le quali controllare e semplificare il mondo, il quale invece è complesso e molteplice così come l’uomo; dall’altro lato, l’inorganico, essendo ciò che non ha alcuna vita, non possiede tale finalismo né le conseguenti prospettive e interpretazioni sul mondo di cui comunque anch’esso fa parte come ne fa parte l’organico.

In questo senso allora sia l’organico, nella sua specificità, che l’inorganico, sarebbero forze che agiscono confrontandosi e combinandosi con altre forze; esse vivono e si realizzano proprio in questo continuo movimento di composizione e scomposizione. Infatti, quando Nietzsche afferma, come abbiamo già visto sopra, che nell’inorganico non esiste errore, egli non vuole metterne in evidenza la superiorità rispetto all’organico in quanto tale, ma soltanto far emergere come errato il comportamento di una forma organica in particolare, cioè l’uomo, il quale non riconosce la prospetticità del proprio agire e pensa di potere controllare il mondo che lo circonda riducendolo antropomorficamente. L’atteggiamento positivo che Nietzsche ha nei confronti della morte e dell’inorganico, inteso come ciò che l’organico stesso è destinato a diventare quando muore, rivela la volontà di spingere l’uomo ad accettare la propria finitezza e, quindi, la propria incapacità a controllare il mondo in cui egli è soltanto un elemento accanto ad altri.

Quando Nietzsche sostiene che si ha «una valutazione radicalmente sbagliata del mondo sensibile rispetto a quello morto […] perché – in realtà – noi stessi siamo quel mondo e ne facciamo parte» e continuiamo invece erroneamente a definirlo esterno rispetto al mondo della sensazione che consideriamo interno, egli non starebbe semplicemente dichiarando la sua preferenza per il mondo inorganico, ma starebbe proponendo una visione complessa del rapporto tra organico e inorganico in cui non ha senso parlare di una contrapposizione tra una dimensione organica interna e una inorganica esterna. L’uomo stesso è parte di quel «mondo morto» che in qualche modo lo influenza e che, a sua volta, è da quello influenzato. Nietzsche vuole così riscattare il carattere di divenire e di eterno movimento di forza contro forza del mondo inorganico, carattere che, vista la negazione nietzscheana di una rigida contrapposizione tra morto e vivo, inorganico e organico, riguarda anche il vivente. In questo modo anche l’uomo fa parte di quell’eterno movimento di forza contro forza che caratterizza la totalità del mondo.

Allora, la morte non dovrebbe più essere considerata per l’organico come un regresso, ma semplicemente come il passaggio da un momento a un altro di quello stesso processo di continuo divenire che è la natura. Ciò che Nietzsche afferma attraverso tale modo di intendere la morte è una conciliazione del mondo organico sensibile con la realtà inorganica, e non una dissoluzione del primo nella seconda; tale conciliazione scaturirebbe dal fatto che sono entrambi parti, tra loro connesse, di uno stesso divenire.

Su questo sfondo si può dunque comprendere in che senso l’uomo che riconosce e accetta la propria finitezza rispetto al mare di divenire che lo circonda e in cui è immerso, secondo Nietzsche trovi espressione nell’arte, come capacità creativa e inventiva, e nella figura del giullare che si rallegra della propria follia poiché gioca con se stesso e cerca cioè di non prendersi troppo sul serio. Quest’ultimo, infatti, è l’uomo che vive senza tentare di sfuggire a ciò che gli appartiene per natura, ossia la morte. Egli si libra in aria senza l’angoscia di cadere, allo scopo non di conservarsi il più a lungo possibile, ma piuttosto di sprigionare e affermare pienamente tutte le proprie energie.

Se il fatto che Nietzsche voglia recuperare una dimensione dell’inorganico libera dalle strutture interpretative e prospettiche della conoscenza umana sembra non implicare l’affermazione di una superiorità dell’inorganico rispetto all’organico né una dissoluzione di questo in quello, allo stesso modo il fatto che il mondo sia il gioco complesso di molteplici volontà di potenza e che tale volontà di potenza nell’organico coincida con la sua forza interpretativa, non dovrebbe significare che il mondo per Nietzsche sia un grande essere interpretante in cui l’organico si riscatta e riassorbe in sé l’inorganico. Al contrario, volontà di potenza sono anche tutte quelle attività che, dentro e fuori l’uomo, sono semplicemente scariche di energie e quanti di forza appartenenti a quel mondo fisico inorganico che abbiamo visto essere sì diverso dall’organico, ma con questo intrecciato in un complesso rapporto di adattamento reciproco che abbiamo chiamato «la danza della coevoluzione».

In questo modo Nietzsche riuscirebbe nella difficile operazione di mantenere distinti i piani dell’organico e dell’inorganico, riconoscendo però una continuità e una relazione che non implicano alcun riduzionismo né in una direzione né nell’altra. Egli, infatti, pur riconoscendo il rapporto d’influenza reciproca tra organico e inorganico e la presenza di materiale inorganico all’interno dell’organico, non cade con ciò in uno strano riduzionismo, come quello haeckeliano, che nel tentativo di azzerare la differenza tra organico e inorganico, da un lato, ridurrebbe a movimenti meccanici e processi chimici l’organico, dall’altro lato, finirebbe per attribuire una vita, se pur molto semplice ed elementare, anche all’inorganico, perché altrimenti non si spiegherebbe la continuità e la mancanza totale di differenza tra l’uno e l’altro. Invece, per Nietzsche, se l’inorganico non ha assolutamente vita e, dunque, niente di tutto quello che questa significa, dall’individualità, all’esperienza, all’interpretare, esso, però, è Wille zur Macht e, in base a questo, si muove in un modo che è comune anche a ciò che, invece, in quanto organico, ha vita e fa comunque parte dello stesso sistema naturale. Proprio questo modo di intendere il movimento tanto dell’organico quanto dell’inorganico come una volontà di potenza che sprigiona la propria energia lottando e organizzandosi con le altre potenze, permetterebbe a Nietzsche di evitare di cadere in un ambiguo riduzionismo; in questo modo egli sembra infatti saltare l’alternativa tra meccanicismo e vitalismo, tra atomismo e teleologia fondandosi, piuttosto, su una teoria dinamica della volontà di potenza che va al di là di tali contrapposizioni.

Nietzsche si chiede, dunque, se non si debba ammettere la volontà di potenza, ossia di accumulare forza, come lo specifico non soltanto della vita, cioè dell’organico, ma anche della chimica e in generale di tutto l’ordine cosmico. Infatti, tale volontà di potenza è per tutto ciò che fa parte del mondo l’esplicazione dell’attività di ogni quanto di energia in relazione agli altri quanti. L’unica differenza tra la volontà di potenza dell’organico e quella dell’inorganico è che la prima consiste principalmente in un porre prospettive o, meglio, in un processo interpretativo. Se però, da un lato, Nietzsche ritiene che tale processo inerisca necessariamente a ogni organismo, il quale non può fare a meno di porre prospettive e di conoscere il mondo a partire da punti di vista sempre diversi, dall’altro lato, egli critica quel prospettivismo tipico dell’uomo che non si riconosce come tale e considera vera la propria interpretazione del mondo; questa invece è soltanto ciò che egli costruisce «a partire da se stesso, cioè lo misura, lo modella, lo forma secondo la sua forza», ossia a partire dal suo porre prospettive. Nietzsche dunque non critica l’attività dell’interpretare in quanto tale, che appartiene naturalmente a ogni organismo, bensì il non volere riconoscere da parte dell’uomo proprio questa naturalità e, quindi, questa necessità dell’interpretazione; l’organico, nell’ottica nietzscheana, è per natura una pluralità di volontà di potenza le quali pongono prospettive e possono rapportarsi a ciò che le circonda solo a partire da se stesse e dal loro particolare punto di vista come volontà di potenza tra tante altre diverse volontà di potenza. Non a caso il processo di naturalizzazione dell’uomo e disumanizzazione della natura avrebbe inizio, secondo Nietzsche, proprio con il riconoscimento da parte dell’uomo del fatto che il suo conoscere è sempre un porre prospettive e un interpretare a partire dalla propria volontà di affermazione. Naturalizzazione significherebbe così anche riconoscere l’esistenza di una diversità e di una molteplicità di volontà di potenza che si affermano e si realizzano con gradualità differenti. In questo modo né l’organico né l’inorganico sarebbero errori, ma soltanto parti di quel complesso, molteplice insieme di forze che è la natura.

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