LA GUERRA-LAMPO E IL NUOVO ORDINE

Ma la guerra, forse più attesa a Est, scoppia invece a Ovest (contro la Francia e l’Inghilterra, alleate della Polonia rapidamente distrutta). Non è la guerra «storica» a cui aveva pensato nel 1931 Jaspers che, più tardi, nel 1953, così descriverà il clima venutosi a creare nella prima fase del conflitto: «A parte eccezioni estremamente esigue, i tedeschi, anche vecchi amici, auspicavano la vittoria tedesca, mentre io, nell’esultanza delle vittorie, mi guardavo disperatamente attorno alla ricerca di un indizio di una possibile svolta». Non sappiamo se, anche in questo caso, Jaspers non abbia finito col retrodatare, se non i suoi sentimenti, la loro chiarezza e nettezza. Certo è che, fra i «vecchi amici» senza esitazioni dalla parte della Germania, c’è senza dubbio anche Heidegger. Ci si può chiedere, però, se in quest’ultimo non ci sia un momento di imbarazzo a causa delle modalità impreviste del conflitto. La prima guerra mondiale – osserva il corso di lezioni del 1936-37 – aveva dimostrato la validità della tesi nietzscheana circa la morte di Dio, del Dio morale della tradizione cristiana: entrambi gli schieramenti in lotta dell’«Occidente “cristiano” si erano richiamati, per combattersi sino in fondo, al medesimo “buon Dio” ».

Il nuovo conflitto non confermava la presa totale del nichilismo sull’Occidente?

La Germania nazista, ertasi a campione dell’Occidente, aveva poi stipulato un’ alleanza col Giappone e un patto di non aggressione con l’Urss bolscevica: è un punto su cui si esercitava l’ironia di Thomas Mann in una delle sue trasmissioni radiofoniche rivolte a un ipotetico e comunque ridotto pubblico tedesco. E lo stesso Heidegger non aveva, nel 1935, invitato l’Europa, stretta nella tenaglia Usa-Urss, a non auto-pugnalarsi?

A determinare lo scoppio del conflitto è stata in effetti, secondo Heidegger, la volontà di potenza che attraversa la storia dell’ Occidente nel suo complesso, mentre un ruolo secondario e occasionale giocano i fattori più propriamente economici, fra cui la «crescita della popolazione». Neppure la ricerca del Lehensraum, cui la propaganda ufficiale della Germania fa riferimento, costituisce una spiegazione adeguata. Non che Heidegger sottoscriva le accuse rivolte al Terzo Reich e alla sua politica espansionistica. Anzi, si affretta a respingerle: «Allorché si interpreta l’esecuzione di questa volontà metafisica [di potenza] come il “prodotto” dell’egoismo e dell’arbitrio di “ dittatori” e “ Stati autoritari” , a parlare è solo il calcolo e la propaganda politica o la sprovvedutezza metafisica di un pensiero da secoli caduto in un vicolo cieco, ovvero entrambe le cose». Sì, «rassicurarsi lo “ spazio vitale” per il vivente non è mai fine, ma solo mezzo per l’accrescimento della potenza. In seguito a tale accrescimento, aumenta a sua volta necessariamente il bisogno di spazio». E descritta qui con precisione l’insaziabilità dell’espansionismo nazista, se ne riconosce esplicitamente il carattere aggressivo; ma tale constatazione non ha alcun significato critico, ché di nuovo si ribadisce che tutto ciò costituisce «una legge metafisica fondamentale della potenza stessa», e dunque non può essere messo sul conto di determinati governanti o regimi politico-sociali. Sì, questa volontà sfrenata di potenza è nichilismo, ma, come vedremo meglio fra breve, ogni tentativo di criticarla in base a norme morali o giuridiche, è un nichilismo incompleto e proprio perciò ancora peggiore.

In questo stesso periodo di tempo Thomas Mann contrappone alla «politica di potenza» della Germania «l’umanità», i «valori e beni dell’anima» che vede incarnati dall’Inghilterra. E cioè, dinanzi alla nuova situazione internazionale che si è venuta a creare, e alla terribile minaccia che la Germania nazista fa pesare sull’Europa e sul mondo, lo scrittore sottoscrive ora pienamente quelle parole d’ordine che nelle “Considerazioni di un impolitico” aveva invece denunciato come ipocrita propaganda di guerra dell’Intesa. Ma per Heidegger, anche nel secondo conflitto mondiale che è iniziato, i nemici della Germania sono mossi da quella stessa volontà di potenza che essi pretendono di mettere sul conto esclusivamente del Terzo Reich. A dimostrazione di ciò, Heidegger adduce un esempio significativo. Subito dopo la disfatta della Francia, e la firma dell’armistizio, l’Inghilterra procede alla distruzione della flotta del paese alleato o ex alleato per evitare che possa cadere nelle mani della Germania, rafforzando ulteriormente il potenziale navale e militare di quest’ultima. Ed ecco il commento di Heidegger:

Quando ad esempio ora gli inglesi cannoneggiano e annientano le unità navali francesi all’àncora nel porto di Orano, ciò è del tutto «giusto» dal loro punto di vista di potenza: «giusto» è infatti ciò che serve alla crescita della potenza. Ma con ciò si dice al tempo stesso che a noi in nessun caso è possibile e lecito giustificare questo loro comportamento; ogni potenza, metafisicamente pensata, ha il proprio diritto (Recht). E solo mediante l’impotenza, essa cade nell’illegalità (Unrecht). Fa parte tuttavia della tattica metafisica di ogni potenza considerare il comportamento della potenza avversaria non a partire dal punto di vista di potenza, proprio di quest’ultima; si valuta invece il comportamento avversario a partire da un’universale morale umana, che però ha valore meramente propagandistico.

E dunque, a spiegare la genesi e il significato del conflitto, e a determinarne l’andamento, è solo la Gerechtìgkeit nietzscheana, la «giustizia» che premia il più forte, in quel momento indiscutibilmente – così pareva – la Germania. L’identificazione con la Germania è chiara, come dimostra quel «noi» (wir) appena visto.

E tuttavia è lecito porsi un problema: se nella guerra in corso è in gioco solo la volontà di potenza, che ha nichilisticamente dissolto ogni altro tipo di considerazione, che senso ha prender posizione per l’una o l’ altra delle parti in lotta? A questo punto Heidegger fa intervenire una importante distinzione:

Il concetto nietzscheano di nichilismo non ha affatto carattere «negativo»; negativo è solo il nichilismo incompleto e passivo, quell’ arida aspirazione a sostituire i valori attuali con altri simili, ma di natura già più debole, additando ad esempio come ideale il «socialismo» e la «felicità universale» invece del «cristianesimo» (…) Allorché Nietzsche si definisce ripetutamente «nichilista», egli non pensa alla rovina o all’annientamento e al tramonto; pensa invece al nichilismo come positivo e rivolto al futuro.

Col socialismo e la democrazia, invece, viene ritardata la decisa destituzione dei valori vigenti. Il nichilismo rimane incompleto; per diventare completo esso deve attraversare l’estremo. Il nichilismo estremo riconosce che non c’è alcuna eterna verità in sé, che la verità deve sempre di nuovo essere conquistata e posta. Così il nichilismo estremo si sviluppa come nichilismo attivo, che non lascia semplicemente andare piano piano in rovina l’esistente, limitandosi a far da spettatore, bensì interviene attivamente a rovesciarlo.

In questo senso il nichilismo «non è semplice crollo (Einsturz), bensì soppressione (Wegfall) in quanto liberazione e quindi cominciamento (Beginn) del nuovo».

Il nichilismo attivo, col quale in questo momento Heidegger chiaramente si identifica, è rappresentato dal nazismo, che, guidato da una volontà di potenza priva di infingimenti, con le sue folgoranti vittorie sta ora realizzando l’«ordine nuovo». Più volte risuona nel corso delle lezioni del secondo trimestre 1940 il richiamo alla Neue Ordnung. E non c’è possibilità di equivoco: il riferimento è a quello che Thomas Mann, sempre nel corso della guerra, definisce come l’«infame “ ordine nuovo” di Hitler». Naturalmente il giudizio di Heidegger è del tutto diverso. La spregiudicatezza e la brutalità con cui il Terzo Reich sta realizzando la Neue Ordnung vengono filosoficamente descritte e trasfigurate come nichilismo completo e attivo, che non ha nulla di decadente, in quanto esso accelera e porta a termine il crollo di valori già marci e privi di credibilità. «La doppia negazione dell’esistente e del dover essere», di ogni orizzonte normativo, è infatti il presupposto dell’«ordine nuovo. Solo il nichilista [completo] può realizzarlo». In conclusione, «Nietzsche esige uno sguardo chiaro sull’ avvento del nichilismo non per diffondere la credenza nel “ tramonto dell’Occidente” , ma per introdurre una svolta completa e un nuovo cominciamento non inceppato da mezze misure». Non è – si badi bene – propriamente l’«inizio» (Anfang) che presuppone il definitivo superamento della metafisica della volontà di potenza; è solo il neuer Beginn che dispiega «il dominio incondizionato del nichilismo», Ma è solo tale dispiegamento a rendere a sua volta possibile il «nuovo inizio».

La dichiarazione del nichilismo che attraversa la storia dell’ Occidente non comporta comunque alcun atteggiamento distaccato: «la presa di coscienza (Besinnung) del nichilismo non può significare una considerazione meramente storiografica dell’epoca presente e dei suoi presupposti storici, ma è in sé necessariamente una decisione su ciò che deve in futuro diventare l’umanità (Menschentum) della terra». «Nichilismo e nichilismo non sono la stessa cosa». Ecco allora che Heidegger segue con appassionata partecipazione le vicende della guerra, cercando di interpretare filosoficamente le vittorie allora folgoranti del Terzo Reich. Sono le vittorie del nichilismo completo e attivo sul nichilismo incompleto. Non ha nulla di casuale la sconfitta disastrosa della Francia che risponde anzi a una «misteriosa legge della storia»: il paese che aveva dato i natali a Descartes è sconfitto da un paese che, grazie alla completezza del suo nichilismo, è andato molto avanti nell’organizzazione dell’«economia della macchina». A scaturire vittoriosa è «una nuova umanità (neues Mennschentum) (…) che va al di là dell’uomo attuale»; infatti, «solo il superuomo è all’altezza dell’incondizionata “ economia della macchina” , e viceversa: l’uno ha bisogno dell’altra al fine di stabilire il dominio incondizionato sulla terra»

In questo momento l’atteggiamento di Heidegger non si discosta molto da quello assunto da Jünger in Der Arbeiter, l’opera che, proprio in questo periodo di tempo, il filosofo discute e commenta «in una piccola cerchia di docenti universitari». Per Jünger «un nuovo ordine mondiale [è] la conseguenza del dominio mondiale», che sarà a sua volta il risultato di un gigantesco scontro armato all’insegna della volontà di potenza:

Dovrà risultare quale delle molteplici manifestazioni della volontà di potenza, che si sentono chiamate a dominare, possiede la legittimazione. La certificazione di tale legittimazione consiste nel padroneggiamento delle cose diventate preponderanti, nel saper domare il movimento assoluto, ciò che può essere l’opera solo di una nuova umanità. Noi crediamo che tale umanità esista di già.

Il neues Menschentum profetizzato da Jünger dimostrava in concreto la propria esistenza e la propria superiorità con l’invincibilità della macchina bellica della Germania del Terzo Reich.

L ’ammirazione per l’efficienza di questa macchina bellica è in Heidegger, nella prima fase della guerra, evidente. Con trasparente allusione all’occupazione della Scandinavia, una delle prime lezioni del corso del secondo trimestre del 1940 osserva:

Quando oggi, in occasione delle più audaci imprese soldatesche delle truppe aeree da sbarco, partecipa al volo anche un aereo che filma il lancio dei paracadutisti, ciò non ha nulla a che fare col «sensazionale» o la «curiosità»; il diffondere, dopo pochi giorni, la coscienza e la visione di questi procedimenti è esso stesso un elemento dell’attività complessiva e un fattore dell’armamento. Tale «reportage filmato» è un procedimento metafisico e non sottostà al giudizio proveniente dalle rappresentazioni quotidiane.

Il tema viene ripreso alla fine del corso che traccia un bilancio dell’anno di vittorie della Germania culminato nell’invasione della Francia: «A partire dall’orizzonte della “ spiritualità” e cultura borghese, si vorrebbe considerare la “ motorizzazione” completa, da cima a fondo, della Wehrmacht, come “tecnicismo” senza limiti e “ materialismo” . In realtà si tratta di un atto metafisico (,..)». Dall’efficientissima macchina da guerra tedesca, Heidegger si preoccupa di allontanare il sospetto di «materialismo» e persino di «tecnicismo». La vittoria della Germania è metafisicamente necessaria: conclude un’epoca nella storia dell’Occidente e ne prepara un’altra. La metafisica come volontà di potenza, giunta al suo estremo, è pronta a rovesciarsi nel suo oltre-passamento.

Si potrebbe dire che con la vittoria del nichilismo completo nella seconda guerra mondiale si è capovolta la situazione caratteristica della prima guerra mondiale. Come si spiegava la sconfitta della Germania nel 1918? Facendo appello alle parole d’ordine della «democrazia», del «progresso», dell’«autodeterminazione dei popoli», le democrazie occidentali avevano sviluppato una capacità di mobilitazione, avevano effettuato una mobilitazione totale ben superiore a quella degli Imperi centrali. Questa l’analisi di Junger; ma la vittoria dell’ideologia del progresso era la vittoria della «grande Chiesa popolare del secolo xix», ovvero, per dirla questa volta con Heidegger, la vittoria del nichilismo incompleto. Solo agitando gli ideali o, meglio, le propagandistiche parole d ’ordine della democrazia e del progresso, Francia e Inghilterra erano riuscite a padroneggiare «la componente decisiva quella fideistica (glaubensmafiig) della mobilitazione totale», erano riuscite a far passare la loro guerra per una «crociata della ragione» e a trasformare i loro soldati in «guerrieri dell’umanità». Ma la vittoria dei nemici della Germania era destinata a essere di breve durata: la guerra aveva messo in crisi l’ideologia del progresso su cui si fondava l’Intesa apparentemente vittoriosa, la guerra aveva messo in moto lo «smantellamento della vera e propria Chiesa popolare del secolo xix»; gli Imperi centrali, e i valori tradizionali che essi rappresentavano, erano sì stati spazzati via dal Burger «mobilitato» in nome degli ideali democratici, ma questo Burger, pur sempre legato al mondo della «sicurezza», era destinato a essere spazzato via a sua volta dall’ Arbeiter-Soldat, milite del lavoro e della guerra che, senza l’impaccio di ideali falsi e bugiardi, si muoveva a proprio agio nel riscoperto mondo del pericolo, dell’«elementare» e della volontà di potenza. Le forze che la guerra aveva messo in moto erano destinate a mettere fine alla «vittoria apparente» (Scheinsieg) della «borghesia mondiale» della civilizzazione democratica e a sbarazzare il terreno dal «culto menzognero (Scheìnkultus) del progresso».

Le vittorie trionfali del Terzo Reich, nella prima fase della guerra, costituivano una brillante conferma delle tesi di Jünger. Agli occhi di Heidegger, gli anni 1939-40 segnano la disfatta irreversibile del nichilismo incompleto. Questo schema è ancora presente nel semestre estivo 1941, nel corso del quale, con implicito riferimento a Jünger, si considera ormai «deciso il fatto che a determinare fino in fondo il volto del reale sono “il lavoratore” e “ il soldato” », considerati come figure rappresentative della nuova «umanità» chiamata a realizzare la nietzscheana volontà di potenza.

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