ZARATHUSTRA CONTRO LA COMPASSIONE

Proprio alla compassione, «ultimo peccato» cui l’indovino tenta di indurre Zarathustra ,Nietzsche, nella sua opera di rieducazione del sentire, assegna il ruolo di vizio supremo, poiché si tratta di quanto di più contrario all’essenza stessa della vita, la quale «è essenzialmente appropriazione,offesa, sopraffazione di tutto ciò che è estraneo e più debole, oppressione, durezza, imposizione di forme proprie, un incorporare o per lo meno, nel più moderato dei casi, uno sfruttare» . Non solo; se all’origine della conoscenza c’è la vita, e se è tale origine che si tratta eminentemente per Nietzsche di tenere traccia, allora c’è da aggiungere che la compassione è, in quanto contraria alla vita, il peggiore ostacolo alla conoscenza. «Appena un animale ne vede un altro, si misura con lui nella forza vitale, e similmente fanno gli uomini di epoche selvagge. Dalla qual cosa risulta che qualsiasi uomo impara a conoscersi quasi soltanto in relazione alle sue forze di difesa e d’attacco»

«L’esprimere compassione viene considerato un segno di disprezzo, poiché si è manifestamente cessato di essere oggetto di paura, non appena a uno venga mostrata compassione» . Zarathustra, invece, ama nell’uomo esattamente ciò che c’è di terribile, ciò che deve tornare a fare paura, non ciò che nell’uomo deve tramontare, le sue debolezze, il suo ottimista credere ad un dio morto, persino nella forma della fede nella scienza o nella filosofia, ma l’uomo in quanto desidera – e il «Il desiderare è segno di guarigione o miglioramento»- il proprio tramonto:

nell’uomo si può amare che egli sia una transizione e un tramonto. Io amo coloro che non sanno vivere se non tramontando, poiché essi sono una transizione. Io amo gli uomini del grande disprezzo, poiché essi sono anche gli uomini della grande venerazione e frecce che anelano all’altra riva. Io amo coloro che non aspettano di trovare una ragione dietro le stelle per tramontare e offrirsi in sacrificio: bensì si sacrificano alla terra, perché un giorno la terra sia del superuomo.

La compassione è una mortificazione della forza, un amore per ciò che di morto c’è nell’altro o in se stessi; una mancanza di rispetto, di timore, che ispira risentimento piuttosto che riconoscenza: «ogni grande amore – ogni amore per la vita, per ciò che vuole crescere, per ciò che ascende, così insegna Zarathustra – è superiore a tutta la propria compassione: infatti esso vuol ancora – creare ciò che ama!» . Ogni vero amore, è un amore dell’avvenire, un amore prossimo, e non un amore nostalgico, che desidera ciò che fu. Un amore di questa levatura si spinge fino alla distruzione di ciò che ama, poiché se davvero lo ama, esso non sarà mai abbastanza, dovrà spingersi oltre, amare questo sacrificarsi; dovrà esser insomma un amore d’artista, per i mezzi piuttosto che per i fini: «In arte il fine non santifica i mezzi: ma mezzi santi possono qui santificare il fine» . Al contrario,

La compassione sta in contrasto con gli affetti tonici che elevano l’energia del sentimento vitale: essa agisce in senso depressivo. Si perde forza quando si ha compassione. Con la compassione aumenta e si moltiplica il dispendio di forza che già in sé la sofferenza arreca alla vita. La sofferenza stessa diventa contagiosa attraverso la compassione: a volte può essere raggiunto, con quest’ultima, un dispendio complessivo di vita e d’energia vitale che sta in una proporzione assurda con il quantum della causa […]. Questo è il primo punto di vista; ma ce n’è ancora uno più importante. Posto che si misuri la compassione dal valore delle reazioni che essa suole provocare, allora il suo carattere di pericolo per la vita appare in una luce assai più chiara. La compassione intralcia in blocco la legge dello sviluppo che è la legge della selezione. Essa conserva ciò che è maturo per il tramonto, oppone resistenza a favore dei diseredati e dei condannati dalla vita; grazie alla quantità di malriusciti di ogni specie che essa mantiene in vita, dà alla vita stessa un aspetto focoso e problematico […] – la compassione è la praxis del nichilismo […], esso è un essenziale strumento per l’incremento della décadence – la compassione persuade al nulla !… Non si dice il «nulla»: si dice invece: «al di là», oppure «Dio»; oppure «la vita vera»; oppure nirvana, redenzione, beatitudine… Questa innocente retorica, proveniente dal regno dell’idiosincrasia religiosa e morale, appare subito molto meno innocente, se si comprende quale tendenza si nasconda qui sotto il mantello delle sublimi parole: una tendenza ostile alla vita […].

Nulla è più malsano, in mezzo alla nostra malsana umanità, della compassione cristiana. Qui essere medici, qui essere implacabili, qui dar di coltello, tutto ciò spetta a noi, questa è la nostra maniera di amare gli uomini, è così che noi siamo filosofi, noi Iperborei !…

Il compatire è nichilismo dispiegato, perversione dei più basilari istinti (giudizi) che consentono la vita umana. Questo è il più meschino insegnamento del cristianesimo, secondo Nietzsche, un amore per la sofferenza altrui, non in quanto ostacolo originario – «pungolo per l’attività», secondo l’Antropologia kantiana – ma in quanto impotenza, rifugio crepuscolare (si ricordi quanto si diceva nel primo capitolo, ossia che «problema» significa anche «riparo»). A tale compassione, sazia e gravosa, dalla vista corta, Zarathustra ne oppone una propria,

La nostra compassione è una superiore e più lungimirante compassione – noi vediamo come si rimpicciolisce l’uomo , come voi lo rendete piccolo! – e vi sono momenti in cui osserviamo, con una indescrivibile angoscia, la vostra compassione, in cui ci difendiamo da questa compassione – in cui troviamo più pericolosa la vostra serietà che qualsivoglia leggerezza. Voi volete, se possibile -e non esiste un «se possibile» più assurdo – eliminare la sofferenza; e noi? -sembra proprio che si preferisca averla, questa sofferenza, in grado ancor più elevato e peggiore di quanto sia mai accaduto! Il benessere, come lo intendete voi – non costituisce una meta, a noi sembra piuttosto una fine ! […] Nell’uomo creatura e creatore sono congiunti: […] la vostra pietà è per la «creatura nell’uomo», per ciò che deve essere modellato, infranto, fucinato, purificato,smembrato, riarso, arroventato, per ciò che necessariamente non può non soffrire, che deve soffrire?

La compassione nietzschiana è una passione per la creazione, una volontà di potenza consapevole, una più alta forma di conoscenza che si fa forza del proprio dolore per aumentare la propria potenza. Il compito di tale conoscenza è allora quello di purificarsi dalla colpa, dal debito e dalla compassione; è quello di vedersi finalmente per quella che è la sua spaventosa origine, il suo terribile testo fondamentale, e in forza di ciò aumentare la propria potenza fino ad essere in grado di forgiare nuovi valori, nuove credenze. Non un al di là del desiderio, dunque, ma un più risoluto desiderare.

Ritradurre cioè l’uomo nella natura, padroneggiare le molte e fantasiose interpretazioni e significazioni marginali, le quali fino a oggi vennero scarabocchiate e dipinte su quell’eterno testo base homo natura; far sì che d’ora innanzi l’uomo si pianti dinanzi all’uomo […], si ad erga dinanzi all’altra natura, con gli occhi impavidi di Edipo e le orecchie sigillate di Odisseo, sordo alle musiche adescatrici dei vecchi uccellatori metafisici, che con voce flautata gli hanno anche troppo a lungo sussurrato: «Tu sei di più! tu sei più in alto! diversa è la tua origine» – potrà essere anche un compito stravagante e insensato, ma è pur sempre un compito […]. «Perché in generale conoscere?» […] non abbiamo trovato né troviamo alcuna risposta migliore…

Solo questo compito è infatti possibile per l’uomo della conoscenza , essere un transito, un segno. Ciò a cui egli può e deve aspirare, tuttavia, come già si è avuto modo di notare, non è la vita, che sta sempre alle spalle del conoscere, e che è già anche sempre tradotta, semplificata, nel suo linguaggio fatto di metafore: «Solo dov’è vita è anche volontà: ma non volontà di vita, bensì […] volontà di potenza. Molte cose per il vivente hanno più valore della vita stessa; ma anche dal suo porlo riparla – la volontà di potenza».