L’ANNIENTAMENTO ONTOLOGICO DELL’ESSERE

Nel cammino di pensiero heideggeriano l’età moderna risulta caratterizzata dall’irrompere del dominio tecnico-scientifico quale momento decisivo per la storia dell’essere. La tecnica, che esercita la propria egemonia sul reale a livello planetario, fa propri i caratteri dell’invenzione e della pianificazione calcolante, per cui la totalità dell’ente è identificata in primis con ciò che è ordinabile, manipolabile, producibile, modificabile e quindi sempre sostituibile. Soggiogato al dominio tecnico e all’esercizio della volontà di potenza il pensiero non è più in grado di esperire il senso originario dell’essere in quanto svelamento (ἀλήθεια), Lichtung, apertura costitutiva che dona e concede la venuta in presenza della totalità dell’ente. In tale quadro, dell’essere come tale “non ne è più niente”, si perviene all’annientamento ontologico dell’essere, la storia della metafisica giunge così al suo termine nichilista. L’annichilimento dell’essere è concepito come l’esito ultimo e definitivo cui è pervenuto il pensiero occidentale, l’imposizione tecnica si configura cioè come realizzazione totale dell’occultamento dell’essere che iniziò a germogliare nella storia del pensiero a partire da quei fraintendimenti e da quelle operazioni mistificatorie sulle quali si è eretto l’edificio metafisico. Le distorsioni operate dal platonismo avrebbero per prime dato l’impulso alla metafisica a costituirsi come metafisica della soggettità, per cui parallelamente alla progressiva auto-affermazione del soggetto quale centro di potenza e dominio si sarebbe silenziosamente realizzata la sottrazione dell’essere: l’essere quale apertura manifestativa, radura che lascia-essere l’ente muta il proprio significato originario fino a divenire l’essere dell’ente, la quidditas, l’essere di ciò che è costante e permanentemente presente. La storia della metafisica viene dunque interpretata come un processo di negazione e rimozione, di violenza esercitata ai danni della φύσις, dell’ἁλήθεια, dell’essere, termini tra loro interscambiabili poiché indicano il medesimo, cioè l’apertura originaria, la radura luminosa che presiede alla manifestazione dell’ente. La metafisica è dunque in se stessa l’evento della dimenticanza del significato originario dell’essere, dimenticanza che in ultimo, nell’epoca della tecnica planetaria, giunge al suo culmine massimo, là dove il pensiero calcolante, proprio dell’impostazione scientifico-tecnica, con le sue leggi fisse e stabili, finisce per sostituirsi al pensiero poetico- meditante, l’unico in grado di pensare e dire la verità dell’essere. Il dominio epocale della tecnica dà così avvio ad un vero e proprio capovolgimento dei modi di pensiero che delimitano la posizione dell’uomo dentro al mondo e in rapporto al mondo, per cui questi è chiamato a divenire il protagonista assoluto di un progetto di padroneggiamento operativo-conoscitivo in cui il reale è «un oggetto a cui il pensiero calcolante sferra i suoi assalti, ai quali nulla è più in grado di opporsi. La natura si trasforma in un unico, gigantesco serbatoio, diventa la fonte dell’energia di cui hanno bisogno la tecnica e l’industria moderne. […]

La potenza che si nasconde nella tecnica moderna è ciò che determina la relazione dell’uomo a ciò che è». Il mondo della tecnica è il mondo della soggettività incondizionata in cui l’essere è interpretato come volontà di potenza, è il mondo dell’uomo prometeico che tutto può e tutto dirige, che predomina e che si afferma mediante l’organizzazione totale della terra che si esplica nella scomposizione dell’elementare e nell’assegnamento di leggi al reale, nell’oggettivazione, nella pianificazione, nella reduplicazione della natura.

Poiché questo calcolare domina completamente la volontà, sembra che accanto alla volontà non vi sia più null’altro che la sicurezza del puro impulso al calcolo, per il quale la prima regola del calcolo è il “calcolare tutto”.

Ciò su cui ci interessa riflettere in questa sede è che, secondo le categorie interpretative heideggeriane, interrogarsi sul significato della tecnica moderna significa ripensare il senso compiuto della metafisica, il destino (Geschick) stesso dell’essere. Nell’avvento dell’epoca tecnica viene intravista infatti la necessaria conclusione e il compimento ultimo del pensiero occidentale, ossia della metafisica della soggettità di cui Platone è padre, giunta a manifestarsi, nella sua forma culminante, con la volontà di potenza nietzscheana. Il dominio della tecnica si configura così come l’acme ultimo di un processo inderogabile che ha interessato il destino dell’umanità occidentale, alle cui spalle si celano l’origine e l’intera storia dell’Occidente. Secondo Heidegger è con Platone che si verifica per la prima volta nella storia del pensiero quel mutamento essenziale per cui si impone la centralità del soggetto. L’introduzione della dottrina platonica dei due mondi, che risolve il rapporto tra mondo ideale e mondo sensibile nella contrapposizione tra apparenza e verità, conduce alla contrapposizione tra le categorie soggetto/oggetto, ossia alla struttura della soggettività che da qui in poi si costituisce come il carattere peculiare della metafisica. L’affermarsi della tecnica su scala planetaria altro non risulta essere allora che l’esito inevitabile cui è approdato il platonismo nella sua forma più estrema e pericolosa, là dove l’uomo è posto erroneamente a signore della totalità dell’essente. La storia dell’essere ravvisa quindi il suo sbocco d’arrivo nell’evento della tecnica, in cui trova piena manifestazione la volontà di potenza (volontà di volontà) che determina l’azione umana e si estende ad ogni ambito del reale. In questo quadro «la volontà di volontà, di conseguenza, organizza essa stessa come essere l’essente. E nella volontà di volontà che la tecnica (assicurazione di «fondi») e l’incondizionata assenza di meditazione (lo Erlebnis) assumono il predominio», per cui tanto l’essere è condannato alla stagione del suo estremo oblio quanto l’uomo a una mediocrità e a un livellamento da cui sembra impossibile emanciparsi.

Nel corso di una conferenza pubblica tenutasi nel 1952 a Meßkirch e letta in occasione della commemorazione del compositore Conradin Kreutzer, Heidegger osserva che «nessun singolo uomo, nessun gruppo di uomini […] ha il potere di frenare o di dirigere il corso storico dell’era atomica«. In questa proposizione è resa manifesta la complessità costitutiva della tecnica, il suo carattere proprio, vale a dire il suo essere un destino, il destino dell’essere, quindi un evento ineluttabile, un invio epocale cui non è possibile sottrarsi in alcun modo.

La potenza della tecnica che dappertutto, ora dopo ora, in una forma qualsiasi di impiego incalza, trascina, avvince l’uomo di oggi – questa potenza è cresciuta a dismisura e oltrepassa di gran lunga la nostra volontà, la nostra capacità di decisione, perché non è da noi che procede.

Interpretata in questi termini la tecnica non è pensata come una sostruzione umana, il dominio tecnico non procede né si impone a partire da una libera decisione dell’uomo, che aspirando a rendersi padrone delle leggi della natura decide di avvalersi dei dispositivi tecnici in suo potere al fine di organizzare e controllare la totalità dell’essente. Qui la tecnica serba in sé un significato ed uno spessore profondi, che travalicano l’essere un semplice mezzo e strumento nelle mani dell’uomo di cui questi può disporre a proprio piacimento e per gli scopi più svariati. Heidegger non abbraccia un’interpretazione strumentale della tecnica, poiché tale prospettiva non è in grado di coglierne e chiarificarne il significato originario, al limite può risultare utile ai meri scopi pratici ed empirici di fabbricazione e produzione cui l’uomo industriale si trova intento. Al contrario la tecnica moderna viene interpretata a partire dal suo legame imprescindibile con la storia dell’essere, con il darsi e negarsi dell’essere stesso, con il suo incessante manifestarsi e ritirarsi nel susseguirsi delle epoche storiche. Prima ancora di essere instrumentum in nostro potere – cioè macchinari ed apparati tecnici – la tecnica si configura come l’invio destinale dell’essere, cioè come un’epoca dell’essere, ed è per tale ragione che il carattere precipuo con cui si svela è quello del Ge-stell, dell’imposizione che ci provoca a corrisponderle. L’uomo è perciò avvinto, intrappolato da un destino su cui non esercita alcun potere e ne è tanto più prigioniero quanto, al contrario, ritiene che la tecnica sia uno strumento prezioso che gli permette di dominare le forze della natura e di elevarsi a Prometeo sul mondo naturale. La tecnica non viene dunque intesa da Heidegger secondo una concezione antropologico- strumentale, non è mezzo in vista di fini e scopi, ma essa si manifesta come l’ingiunzione dell’essere che reclama l’uomo moderno al suo inevitabile destino. Nell’era atomica la tecnica è la modalità stessa con cui l’essere si dà all’uomo, destinandosi ad esso nell’esperienza dell’assoluta dimenticanza e del più totale nascondimento, esperienza che ha rappresentato il tratto costitutivo dello sviluppo della storia della metafisica fin dai suoi albori. Heidegger affronta direttamente la questione in una serie di testi, per lo più conferenze, composti intorno al 1950 e confluiti nei Saggi e Discorsi (Vorträge und Aufsätze). Si tratta di scritti a carattere essoterico, dal momento che non si rivolgono esclusivamente ad un’élite di accademici, al contrario, tanto per l’impostazione colloquiale quanto per gli argomenti affrontati, sembra vogliano riproporre un tipo di discorso volto a richiamare in auge l’antica visione della filosofia come σοφία, saggezza, sapere che si rivolge all’uomo comune e ai problemi che lo riguardano da vicino nella sua esistenza. I Saggi e Discorsi possono essere letti come il tentativo heideggeriano di trovare una soluzione alla Seinsfrage, problema già posto in Esser e Tempo (Sein und Zeit) che accompagna, come un fil rouge, l’intera speculazione heideggeriana lungo le sue svolte e torsioni. Se inizialmente il problema del senso dell’essere viene circoscritto all’interno dei limiti dell’analitica esistenziale, e quindi affrontato a partire da un’analisi serrata delle strutture d’essere del Dasein, nell’ultimo Heidegger questo tipo di impostazione viene abbandonata in favore di una sollecitazione del pensiero moderno che stabilisce una connessione profonda tra la metafisica della soggettività e l’avvento della tecnica, designando quest’ultima come l’inevitabile compimento della metafisica platonica. Alla luce di ciò, risulta di nostro interesse comprendere quali sono state, e perché si sono verificate, quelle operazioni concettuali che avrebbero condotto il pensiero occidentale proprio a tale esito. La via che Heidegger si propone di percorrere è quella dell’indagine storico-ermeneutica, orientata a mettere in discussione i presupposti e i fondamenti del percorso storico-filosofico cui è pervenuto l’uomo moderno, avendo ricevuto in eredità i fraintendimenti e le distorsioni operate dal pensiero metafisico e scientifico. Nel 1953, a Monaco di Baviera, Heidegger tiene la conferenza La questione della tecnica in cui emerge un punto fondamentale che permette di comprendere il piano a partire da cui si snoda la domanda sulla tecnica. L’essenza della tecnica in sé «non è nulla di tecnico, nulla di simile a una macchina» , da qui deriva la caratteristica di una riflessione che si configura come un pensiero non-tecnico sulla tecnica, avente per oggetto l’essenza non-tecnica della tecnica. La questione viene così trattata da un punto di vista prettamente ontologico e non empirico. Là dove l’intento di Heidegger è proprio quello di portare alla luce l’essenza stessa della tecnica, mostrando così la vera portata di questo evento planetario, si può comprendere perché l’essenza della tecnica non sia desumibile dal suo carattere strumentale: essa non consiste nell’essere semplice mezzo, ma molto di più, «la tecnica è un modo del disvelamento» , è cioè la modalità mediante cui l’essere si destina all’uomo moderno nella forma dell’imposizione attraente (Gestell).

Il disvelamento che governa la tecnica moderna ha il carattere dello Stellen, del «richiedere» nel senso della pro-vocazione. Questa provocazione accade nel fatto che l’energia nascosta nella natura viene messa allo scoperto, ciò che è così messo allo scoperto viene trasformato, il trasformato immagazzinato, e ciò che è immagazzinato viene a sua vola ripartito e il ripartito diviene oggetto di nuove trasformazioni. Mettere allo scoperto, trasformare, immagazzinare, ripartire, commutare sono modi del disvelamento. […] Ciò che così è impiegato ha una sua propria posizione (Stand). La indicheremo con il termine Bestand, «fondo». Il termine dice qui qualcosa di più e di più essenziale che la semplice nozione di «scorta, provvista».

Rispetto alla τέχνη greca, pensata nei termini di una ποίησις, di una produzione che si limitava a favorire l’opera della φύσις, senza violarne la disvelatezza, la tecnica moderna presenta caratteri del tutto diversi. Essa si dispiega nella modalità della provocazione, che estrae dalla natura energia da consumare e accumulare. La natura diviene così un fondo (Bestand) energetico, materiale di riserva, un gigantesco serbatoio cui attingere in ogni momento. Ciò che essa fornisce viene interpretato dall’uomo moderno come risorsa, riserva, deposito e infine mezzo, così che la totalità del reale si trova ora ad obbedire alle leggi dell’ordinabilità e dell’impiegabilità, «la terra si disvela ora come bacino carbonifero, il suolo come riserva di minerali. In modo diverso appare il terreno che un tempo il contadino coltivava, quando coltivare voleva ancora dire accudire e curare», cioè lasciar-essere e non appropriare ed sfruttare. Nella concezione greca della φύσις è insita l’idea che l’ente sia solo ciò che si produce da sé, spontaneamente, e che quindi non sia riducibile a ciò che è fatto o prodotto dall’uomo. Tuttavia, nel mondo moderno, la dimensione dell’artefatto – ciò che è evocabile dal nulla e riconducibile al nulla per potere e mano dell’uomo – assume sempre più pregnanza, fino a che non si perviene a considerare ente soprattutto ciò che è artefatto, dunque il prodotto umano. Il richiedere provocante, che provoca la natura a costituirsi come Bestand, è messo in atto dall’uomo. Per tale ragione, disvelando il reale nel modo di ciò che è impiegabile e sfruttabile, fondo energetico appunto, l’uomo stesso, ancora più originariamente che la natura, si trova a fare parte del fondo. L’usura (Vernutzung) del mondo naturale come permanente assicurazione di fondi cui l’uomo è intento si è impadronita anche dell’uomo stesso, il quale non può nascondere il carattere che fa di lui “la più importante delle materie prime”. Gettando incondizionatamente la propria volontà in questo processo di manipolazione e sfruttamento, l’uomo diviene lui stesso l’oggetto dell’abbandono dell’essere, «nell’epoca dell’esclusivo potere della potenza, cioè dell’incondizionato premere dell’essente verso la consumazione dell’usura, il mondo è divenuto non-mondo, nella misura in cui l’essere è bensì presente, ma senza un proprio vigere».

Nell’imporsi della tecnica planetaria Heidegger scorge così «la profondità radicale del destino e del pericolo in cui si avventura l’essere stesso in quanto manifestazione». Considerata come Ge-stell la tecnica si delinea innanzi tutto come un destino della manifestazione, quello che domina il tempo del compimento della storia della metafisica. Come tale essa «minaccia il disvelamento, fa sovrastare la possibilità che ogni disvelamento si risolva nell’impiegare e che tutto si presenti solo nella disvelatezza del “fondo”» . A tal proposito Heidegger è molto chiaro: sotto l’imporsi del dominio tecnico l’essere è pervenuto alla massima dimenticanza. L’essenza della tecnica in quanto imposizione «maschera il risplendere e il vigere della verità. Il destino che ci invia nel modo del Bestellen, dell’impiego, è così il pericolo estremo», dal momento che l’imposizione tecnica oscura il movimento della verità, ossia il movimento dell’essere.

Nell’imporsi su scala planetaria della tecnica Heidegger ravvisa quel pericolo crescente che non è però determinato dalle macchine e dagli apparati tecnici, sebbene questi possano anche avere effetti mortali, si pensi per esempio all’impiego della bomba atomica. Il pericolo cui si fa riferimento non è un pericolo empirico, ma si potrebbe definire un pericolo ontologico giacché mina da vicino l’essenza dell’uomo, per cui «il dominio dell’imposizione minaccia fondando la possibilità che all’uomo possa essere negato di raccogliersi ritornando in un disvelamento più originario e di esperire così l’appello di una verità più principiale» . Nell’era della tecnica planetaria l’uomo è condannato all’esigenza di dominio, all’incessante e furioso impiegare che lo rende padrone, almeno apparentemente, del reale, anziché custode e pastore della verità dell’essere. Avvinto dal dominio tecnico, l’uomo moderno non è in grado di rendersi conto che il Ge-stell è una modalità del disvelamento e precisamente la sua modalità nichilista, cioè quella in cui dell’essere come tale non ne è più nulla. La minaccia della tecnica consiste quindi nel negare all’uomo il raccoglimento che gli è proprio, grazie a cui questi può partecipare alla verità dell’essere dimorando nell’autenticità. La riflessione sulla tecnica si compie allora in ultimo all’interno della contrapposizione tra proprio/improprio o autentico/inautentico (Eigentlichkeit/Uneigentlichkeit) che in Sein und Zeit costituiva l’ambito concettuale al cui interno fu svolta per la prima volta la domanda sul senso dell’essere. Questa dinamica, sebbene in maniera implicita, rimane un caposaldo dell’interrogazione heideggeriana, là dove la logica del riscatto, di un nuovo inizio è sempre più che una mera possibilità, ma si dà all’uomo come una scelta esistentiva, effettiva. Così anche là dove regnano il pericolo estremo e la lontananza massima dell’uomo dalla propria essenza, è possibile trovare una via di salvezza, poiché «ciò che costituisce l’essere della tecnica alberga in sé il possibile sorgere di ciò che salva» , la tecnica in quanto pericolo supremo contiene dunque in se stessa anche la possibilità suprema della salvezza. Riappropriandosi delle parole di Hölderlin Heidegger scrive:

«Wo aber Gefahr ist, wächst                                                                                              Das Rettende auch»                                                                                                                                     Ma là dove c’è il pericolo, cresce/ Anche ciò che salva

La tecnica si configura quindi come una sorta di giano bifronte: da un lato avvince l’uomo a se stessa, obbligandolo nella lontananza dall’essere e negandogli così l’accesso all’autenticità, ma dall’altro garantisce la possibilità di affrancamento di superamento. A tal proposito, lungi dall’auspicare il ritorno a un vivere a-tecnico e da valutazioni etico-morali, insufficienti a trattare la questione, Heidegger invita ad un nuovo modo di stare nella tecnica. Considerare la tecnica un destino significa infatti dimorare necessariamente in essa: anche volendo l’uomo non potrebbe venire meno all’imposizione tecnica, dal momento che non è possibile venire via da un’epoca dell’essere, per cui la possibilità della salvezza, dell’affrancamento dal Ge-stell, dev’essere allora concepita come un nuovo incontro con la tecnica, come una maniera nuova di soggiornare presso di essa, che consiste nel pensarne e nel comprenderne l’intima essenza.

Proprio nell’imposizione, che minaccia di travolgere l’uomo nell’attività dell’impiegare (in das Bestellen) spacciata come l’unico modo del disvelamento e che quindi spinge l’uomo nel pericolo di rinunciare alla propria libera essenza, proprio in questo pericolo estremo si manifesta l’intima, indistruttibile appartenenza dell’uomo a ciò che concede; tutto questo, a patto che da parte nostra cominciamo a prestare attenzione all’essenza della tecnica

Il primo passo da compiere in questa direzione consiste nel cessare di rimanere affascinati di fronte ai prodotti tecnici, poiché finché «pensiamo la tecnica come strumento, restiamo anche legati alla volontà di dominarla. E in tal caso, passiamo semplicemente accanto all’essenza della tecnica». Le prospettive di un nuovo volgersi verso di essa vengono delineate in due testi, L’Abbandono (1955) e Per indicare il luogo dell’abbandono (1944-1945). Qui trova terreno la proposta di guardare alla tecnica secondo la condotta della Gelassenheit, l’abbandono di fronte alle cose, l’unica via che permetterebbe di restare aperti al senso, cioè all’essenza, della tecnica e del mistero che incarna. L’abbandono allude a un non-attaccamento alle cose, a una dinamica di non-possesso per cui l’uomo, anziché sentirsi padrone del proprio mondo, si percepisce come uomo errante, sempre straniero sulla terra, che come tale di nulla si appropria, ma rimane aperto al mistero della manifestazione. Intraprendendo la via dell’abbandono all’uomo è data dunque la possibilità di radicarsi in maniera nuova nel suo mondo, mediante questa condotta.

possiamo far uso dei prodotti della tecnica e, nello stesso tempo, in qualsiasi utilizzo che ne facciamo, possiamo mantenercene liberi, così da potere in ogni momento farne a meno. Possiamo far uso dei prodotti della tecnica, conformarci al loro modo di impiego, ma possiamo allo stesso tempo abbandonarlo a loro stessi, considerarli qualcosa che non ci tocca intimamente e autenticamente. Possiamo dir di sì all’uso inevitabile dei prodotti della tecnica e nello stesso tempo possiamo dire loro di no, impedire che prendano il sopravvento su di noi, che deformino, confondano, devastino il nostro essere.

È solo tenendo desto l’abbandono nei confronti delle cose, del calcolo oggettivante e degli oggetti tecnici che si dispiega per l’uomo la possibilità di soggiornare nel mondo della tecnica senza subirne il giogo e senza restare nella più completa indifferenza verso il pensiero. Tuttavia, l’abbandono alle cose e la conseguente apertura al mistero dell’essere che si nasconde dietro l’imposizione tecnica, non sono accadimenti casuali, che accadono senza il nostro consenso, ma «entrambi scaturiscono soltanto da un pensiero incessante e appassionato». Questo pensiero, che permette all’uomo di dimorare presso la verità dell’essere, è il pensiero meditante, che si oppone al pensiero teoretico-obiettivante tipico della metafisica e della scienza moderna. Nella speculazione del tardo Heidegger fondamentale risulta l’incontro con la poesia di Hölderlin. Il pensiero meditante è infatti il pensiero del poeta, che del pensatore è l’emblema dal momento che è colui che si pone autenticamente in ascolto della verità dell’essere. La parola poetica diviene allora manifestazione privilegiata dell’essere, la sola in grado di esperirne il mistero, dal momento che il linguaggio poetico non designa, ma fa apparire, rivela, mostra, conduce nella radura della presenza. Nel saggio La tecnica e il soggetto. Heidegger interprete “inattuale” dell’epoca presente, Ruggenini osserva che

l’apertura della possibilità della salvezza coincide col momento in cui l’uomo pensa, e cioè risponde all’essere che si rivolge a lui e così testimonia di quella coappartenenza in cui essere e uomo sono lo stesso, elementi distinti che non possono essere separati. La salvezza resta invece chiusa fintantoché vige la separazione, e cioè la volontà di dominio, che fa dell’uomo il soggetto (ma un soggetto che si converte a sua volta in oggetto, anzi in Bestand) e della tecnica lo strumento a sua disposizione. L’essenza di tale contrapposizione, e quindi la sua origine storica, non è altro infatti che l’oblio dell’essere come manifestazione.

L’invito di Heidegger è perciò l’invito al silenzio, all’ascolto, alla meditazione, è il ritorno ad un pensiero originale e genuino, capace di sancire una nuova maniera di soggiornare nell’invio della tecnica. È proprio la modalità di rimanere dentro di essa capace di fare la differenza e di gettare il discrimine tra l’uomo prometeico, semplice fruitore di essa e per questo avvinto ad essa, e il filosofo/poeta, in grado di porsi sul sentiero del nuovo inizio del pensiero. Ciò che Heidegger auspica è molto più che la semplice rinuncia e liberazione dal dominio tecnico, al contrario la via prefigurata è ben altra. Si tratta piuttosto di comprendere che «la metafisica compiuta, che costituisce il fondamento del modo di pensare planetario, fornisce lo strumento per un ordinamento della terra destinato probabilmente a durare a lungo. Questo ordinamento non ha più bisogno della filosofia, perché essa sta già alla sua base. Ma con la fine della filosofia non è già lo stesso pensiero che anche giunge alla sua fine; esso passa invece a un altro cominciamento».

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