LA FORESTA

La selva in tutte le culture del mondo ha assunto un significato ambivalente e quindi diviene il luogo dell’ambiguo, abitato da figure la cui collocazione non risulta chiara.
Il bosco, in particolare quello più intricato, è un luogo al contempo definito ma anche indefinito, forse proprio qui risiede la sua instabilità: è luogo dell’altrove e simboleggia, insieme a tutto ciò che contiene, un’estraneità generante sentimenti di attrazione e repulsione. Sono queste emozioni contrastati che hanno condizionato la relazione con questo spazio fisico trasformandolo anche in una precisa dimensione mentale, un luogo che permette l’accadere di diverse situazioni: nella foresta ci si perde arrivando a smarrire la via e se stessi, nella foresta si incontrano altri esseri viventi o il proprio doppio, nella foresta si decidono i destini. L’uomo ha definito il proprio potere e con esso il proprio dominio sulla natura disboscando la foresta primigenia, che lo terrorizzava e ha creato lo spazio civile sociale, il villaggio e poi la città, dove è possibile rifugiarsi: nella foresta vige la legge della natura, nel villaggio la legge sociale umana, sia essa orale sia essa scritta, costruzione culturale atta a stabilire la convivenza.

Nella selva si è ex lege ed extra moenia, non è più possibile in questo spazio essere protetti dalle nomoi culturali umane, si deve sottostare ad un altro tipo di legge, o meglio alla sua assenza, che non è possibile controllare. L’uomo è attratto da questo luogo perché in esso può rivivere la sua esperienza primordiale, ma contemporaneamente ne ha terrore estremo perché ha memoria della sua animalità. In questa situazione di margine si muove il bandito, l’uomo lupo, il fuorilegge, l’animale uomo: un essere incluso escluso che ricorda continuamente alla società cosa c’era prima e cosa potrà accadere di nuovo. Tutte queste figure, parte della tradizione culturale di tutta l’umanità e non solo di una compagine colta, sono state bandite dalla comunità e, come ricorda Agamben, hanno assunto uno statuto giuridico specifico.

“La vita del bandito – come quella dell’uomo sacro – non è un pezzo di natura ferina senz’alcuna relazione col diritto e con la città; è, invece, una soglie di indifferenza e di passaggio fra l’animale e l’uomo, la physis e il nomos, l’esclusione e l’inclusione: loup garou, lupo mannaro, appunto, né uomo né belva, che abita paradossalmente i entrambi i mondi senza appartenere a nessuno” .