IL MONDO È IL MIO MONDO

Nella proposizione 5.64 del Tractatus Wittgenstein afferma che il solipsismo (ossia il concepire tutto ciò che esiste come esistente solo in relazione alla diretta esperienza del soggetto) “svolto rigorosamente, coincide con il realismo puro” . Per chiarire il senso di questa affermazione, e la sua centralità nel sistema di pensiero del Tractatus, è necessario analizzare in che modo la concezione wittgensteiniana di solipsismo sia strettamente connessa con l’ontologia atomistica delineata in apertura all’opera, della quale questa particolare concezione del solipsismo è insieme conseguenza e fondamento.

Anche se nel Tractatus non si parla esplicitamente di atomismo, il postulato atomistico viene presupposto come premessa generale alla teoria ontologica formulata nel gruppo di proposizioni che va da 1 a 2.063. Concetto che Wittgenstein eredita dai Principia Mathematica di Russell, il postulato atomistico afferma che all’esistenza logicamente necessaria di un’entità coincide la sua semplicità (mancanza di parti), mentre la complessità viene rapportata al l’esistenza logicamente contingente. Lo stesso Russell, influenzato dalla lettura dell’opera del suo allievo, nel 1918 tenne delle conferenze sull’atomismo logico, nelle quali evidenziò come tale postulato fosse necessario per affermare quel pluralismo ontologico che è l’unica base sulla quale poter fondare in maniera adeguata la logica e la matematica. Nel Tractatus l’atomismo è strettamente correlato con il concetto di sostanza che, derivato dalla filosofia aristotelica, viene da Wittgenstein attribuito agli oggetti: “Gli oggetti formano la sostanza del mondo. Perciò essi non possono essere scomposti. ”. La sostanza è per il filosofo austriaco forma e contenuto degli oggetti, intendendo per forma dell’oggetto la possibilità del suo ricorrere in uno stato di cose, quindi la possibilità della struttura (ossia il principio composizionale su cui si basa la logica novecentesca) e per contenuto le caratteristiche interne dell’oggetto. Gli oggetti quindi formano la “sostanza del mondo” , in quanto sono quel quindi immutabile e necessario che rappresenta la base per qualsiasi configurazione di stati di cose. Questa particolare concezione dell’atomismo viene da Wittgenstein presentata in relazione al problema della completa analisi della proposizione, e quindi della necessità di giungere a degli elementi ultimi dell’analisi logica. Gli oggetti sono gli unici elementi della realtà di cui si ha una conoscenza autentica. In altre parole, la modalità aletica (che qualcosa sia contingente o necessaria) è per Wittgenstein de re , e non nella logica, dove tutto è contingente e nulla necessario (dove si può esprimere solo il come, non il che cosa). Viene così istituito il parallelo entità semplice/segno semplice, ossia il parallelo oggetto/nome da cui si sviluppa quella contrapposizione tra il denotare e il descrivere che percorrendo tutto il Tractatus, costituisce il motivo principe del monito al silenzio espresso nella proposizione conclusiva dell’opera . Qui sono già presenti in embrione tutti gli elementi che motivano quella particolare concezione del solipsismo che Wittgenstein però spiegherà solo molto in là nella trattazione (da 5.621 in poi), e che deriva direttamente dal concetto di oggetto e dalle modalità in cui esso è conoscibile. Secondo la teoria raffigurativa della proposizione infatti, l’oggetto è conoscibile solo nel suo darsi in uno stato di cose e non preso isolatamente, senza le sue relazioni con altri oggetti. Inoltre se noi conosciamo l’oggetto conosciamo tutte le sue possibilità di ricorrere in stati di cose (la forma dell’oggetto), da cui ne deriva, secondo la teoria raffigurativa della proposizione, che conoscendo il nome che denota l’oggetto, noi conosciamo tutte le possibilità del suo ricorrere in stati di cose: la conoscenza degli oggetti è parte integrante della competenza semantica del parlante. Il nucleo della metafisica atomistica del Tractatus è quindi il parallelo per cui agli oggetti-entità semplici (atomi) corrispondono nel linguaggio i nomi-segni semplici (atomi logici). Queste premesse ontologiche vengono poi sviluppate nella esplicazione della teoria raffigurativa della proposizione, nella quale si afferma la centralità del linguaggio e della logica, che in quanto strumenti di rappresentazione, “costruiscono” il mondo.

E’ a partire dalla proposizione 2.1 che l’attenzione di Wittgenstein si sposta dal mondo (ontologia strictu sensu) alle modalità in cui esso viene rappresentato, ed è proprio la proposizione 2.1 ad introdurre nel Tractatus il concetto chiave di immagine. Noi possiamo solo farci delle immagini dei fatti, degli stati di cose, ossia degli oggetti nelle loro Inter-relazioni contingenti; immagini che hanno in comune con la realtà la forma logica (2.18), la quale costituisce il pensiero (3-3.05) o immagine logica dei fatti, il quale, a sua volta, viene espresso tramite i sensi nella proposizione (3.1). Queste, in breve, sono le modalità tramite cui il soggetto percepisce il mondo (pensiero) ed è in grado di descriverlo(proposizione). Questa teoria della rappresentazione, che da alcuni studiosi viene intesa nel senso ampio di teoria della rappresentazione in generale, si sviluppa, come abbiamo accennato, a partire dall’opposizione che Wittgenstein vede nei due processi del denominare e del descrivere, e che si rispecchia nelle opposizioni oggetti/fatti, e nomi/proposizioni. Questa serie di opposizioni, che attraversa tutto il Tractatus, si potrebbe schematizzare in questo modo: denominare-oggetto-nome vs descrivere-fatti(stati di cose)-proposizione.

Tralasciando la trattazione delle varie implicazioni che la teoria raffigurativa della proposizione comporta (il concetto di spazio logico, il come l’immagine sia connessa alla realtà etc…), ritorniamo al tema del solipsismo. Nella proposizione 5.6 Wittgenstein afferma: “i limiti del mio linguaggio significano i limiti del mio mondo” . E’ la tesi del solipsista“il mondo è il mio mondo”, che però viene estesa ad ogni mondo possibile, come correttamente suggerisce Frascolla nella sua introduzione al Tractatus. Quest’estensione della concezione solipsista ad ogni mondo possibile deriva dallo stretto legame che Wittgenstein istituisce tra limiti del linguaggio e limiti del mondo. Ciò come abbiamo sopra accennato deriva direttamente dall’ontologia del Tractatus, e in particolare dalla sostanzialità degli oggetti. Secondo la teoria raffigurativa della proposizione, infatti, noi,conoscendo la forma degli oggetti, conosciamo la possibilità del loro ricorrere o non ricorrere in stati di cose. Conoscere un oggetto per Wittgenstein equivale, come abbiamo visto, a conoscere il significato del suo nome, ossia equivale a conoscere le proprietà interne dell’oggetto. E’ quindi evidente come la stretta correlazione tra linguaggio e mondo non sia un carattere secondario della teoria del Tractatus, ma ne costituisca il nucleo centrale, come afferma lo stesso Wittgenstein nella prefazione al’edizione del 1921: “il libro vorrà, dunque, tracciare al pensiero un limite, o piuttosto- non al pensiero stesso, ma
all’espressione del pensiero (…) Il limite non potrà, dunque, venire tracciato che nel linguaggio” . I limiti del mondo quindi, sono i limiti di un mondo in cui i costituenti ultimi (atomismo logico), gli oggetti, sono da me conosciuti in quanto ne conosco il nome, e sono quindi relativi alla mia competenza semantica di parlante: i limiti del mio mondo sono i limiti del mio linguaggio. E’ evidente l’eco di motivi schopenaueriani nel solipsismo“semantico” di Wittgenstein, motivi che vengono sviluppati dal filosofo austriaco come una sorta di cornice metafisica alla teoria raffigurativa della proposizione. Uno di questi motivi viene riutilizzato da Wittgenstein per illustrare in che modo il solipsismo “svolto rigorosamente” coincida con il realismo puro; è l’analogia tra la relazione che lega l’occhio al campo visivo e quella che lega l’io al mondo. E’ il passo successivo all’identificazione dei limiti del mondo nei limiti del linguaggio, ossia la scomparsa della nozione classica di soggetto. Come nel campo visivo è impossibile trovare traccia dell’occhio, che è invece la condizione del campo visivo stesso, così sarà fallace ogni tentativo di trovare nel mondo (nella realtà) quell’io che è condizione stessa del mondo: “(…) L’ Io del solipsismo si contrae in un punto in esteso e resta la realtà ad esso coordinata” (5.64). Non essendo il soggetto inferibile dal mondo, esso viene confinato al limite del mondo, anzi esso stesso è il limite del mondo, in quanto condizione del mondo stesso. E’ questo l’Io metafisico che possiede il linguaggio (e quindi il mondo) e non un io empirico o psicologico: “V’è, dunque, realmente un senso, nel quale in filosofia si può parlare in termini non psicologici dell’Io (…) L’Io filosofico è non l’uomo, non il corpo umano o l’anima umana della quale tratta la psicologia, ma il soggetto metafisico, che è non una parte, ma il limite del mondo.” (5.641). Il concetto di soggetto metafisico è in stretta relazione con la particolare concezione della trascendentalità della logica, che in Wittgenstein è motivo ricorrente in associazione con la tematica del “mostrare”. Non tutto può essere detto con le proposizioni del linguaggio (o meglio non tutto può trovare espressione in proposizioni sensate del linguaggio). Le proprietà formali del mondo ad esempio non possono essere espresse tramite il linguaggio, ma esse si rispecchiano necessariamente nelle proprietà formali del linguaggio, come esplicitato dalla teoria raffigurativa della proposizione (a ogni elemento della realtà corrisponde un elemento dell’immagine logica). Queste proprietà formali, che sono i tratti non contingenti del mondo e del linguaggio, non possono essere dette nel linguaggio perché il linguaggio naturale traveste il pensiero rendendo impossibile esprimerle : “La logica pervade il mondo, i limiti del mondo sono anche i limiti di essa. Noi non possiamo, dunque, dire nella logica: Questo e quest’altro v’è nel mondo, quello no. Infatti, ciò parrebbe presupporre che noi escludiamo certe possibilità, e questo non può essere, poiché richiederebbe che la logica trascendesse i limiti del mondo; solo così essa potrebbe contemplare questi limiti anche dall’altro lato. Ciò che noi non possiamo pensare, noi non lo possiamo pensare; né, di conseguenza, noi possiamo dire ciò che noi non possiamo pensare” (5.61). È questa la ragione della trascendentalità della logica: “La logica è non una dottrina, ma un’immagine speculare del mondo. La logica è trascendentale” (6.13). Ma le proprietà formali del linguaggio e del mondo possono essere mostrate dalla logica attraverso una notazione adeguata che le esibisca. E’ per questo che tutte le proposizioni della logica sono delle tautologie. Inoltre è proprio dalla natura trascendentale della logica che scaturisce la visione della filosofia come prassi, come attività che smaschera i non sensi di chi vorrebbe dire nel linguaggio ciò che lì non può essere detto, ma solo mostrato. Per Wittgenstein le sole proposizioni sensate sarebbero infatti le proposizioni delle scienze naturali, escludendo di fatto qualsiasi valore di verità alle proposizioni della filosofia tradizionale, dell’etica, della matematica e della stessa logica (le cui proposizioni sono tutte delle tautologie).

Tralasciando una trattazione dei motivi che portano a ritenere sensate solo le proposizioni delle scienze naturali, analizziamo in conclusione un esempio di ciò che, secondo la teoria del Tractatus, non è esprimibile, nel linguaggio naturale, con proposizioni sensate :l’etica. L’ esempio dell’etica serve qui ad analizzare a quali conseguenze porti la stretta relazione che lega l’ontologia atomistica al solipsismo, e quindi il mondo al suo limite (il soggetto metafisico). L’etica, afferma Wittgenstein, come la logica, è trascendentale: “E’ chiaro che l ’etica non può formularsi. L’etica è trascendentale.” (6.421). Si può spiegare la trascendentalità dell’etica in questo modo: trattando l’etica del valore, ed essendo il valore un aspetto non contingente, esso non può essere nel mondo, dove la contingenza è la condizione stessa delle configurazioni dei possibili stati di cose: “Il senso del mondo dev’essere fuori di esso. Nel mondo tutto è come è, e tutto avviene come avviene; non v’è in esso alcun valore – né, se vi fosse, avrebbe un valore.” (6.41). Che nel mondo tutto sia com’è viene sottolineato da Wittgenstein già nella proposizione 6.4, dove si afferma che “tutte le proposizioni sono di uguale valore”. Ciò è conseguenza della teoria raffigurativa della proposizione, per cui tutte le configurazioni del sussistere o non sussistere dei possibili stati di cose sono privi di valore, in quanto caratteristica essenziale dei fatti, come abbiamo già detto è la loro contingenza. Valore e contingenza sono per Wittgenstein in netta opposizione. Fondamentale diventa allora chiarire le condizioni per cui qualcosa può assumere un valore, visto che l’essere qualcosa bello o buono non può essere di per sé parte del mondo. Ritornano qui i motivi schopenaueriani, ri-utilizzati da Wittgenstein per spiegare perché l’etica non faccia parte del mondo, ma riguardi quel soggetto metafisico che abbiamo visto essere il limite e la condizione del mondo: “Bene e male non interviene che attraverso il soggetto. Ed il soggetto non appartiene al mondo, ma è un limite del mondo. Si potrebbe dire (alla Schopenauer): il mondo della rappresentazione è né buono né cattivo; ad essere buono o cattivo è il soggetto che vuole (…) Come il soggetto è non parte, ma presupposto dell’esistenza del mondo, così buono e cattivo sono predicati del soggetto, non proprietà nel mondo.” Da questi passi dei Quaderni 1914-1916 è possibile constatare quanto nel Tractatus il problema dell’etica sia strettamente connesso con il concetto di soggetto metafisico. E’ infatti probabilmente da questi passi dei Quaderni che Wittgenstein riformulerà poi la proposizione 5.632 “Il soggetto è non parte, ma limite del mondo”. La volontà (il soggetto che vuole) che attribuisce i valori non agisce quindi sul mondo, ma ne modifica il limite. La volontà dell’etica agisce sul soggetto metafisico. Ma dato che, come abbiamo visto è al soggetto metafisico che si riferisce il mondo, anche il mondo, modificato nei suoi limiti, acquisisce una nuova fisionomia: “Se il volere buono o cattivo altera il mondo, esso può alterare solo i limiti del mondo, non i fatti, non ciò che può essere espresso dal linguaggio. In breve, il mondo allora deve perciò divenire un altro mondo(…)” (6.43). Il modo in cui l’etica agisce sui limiti del mondo viene chiarito in alcuni passi dei Quaderni. E’ il motivo per cui “ (…) etica ed estetica sono tutt’uno” (6.421). La
contemplazione del bello in estetica equivale a vedere l’oggetto (l’opera d’arte) sub speciea eternitatis, ossia a sottrarre l’oggetto dalle dimensioni del tempo e dello spazio. Così, ne Quaderni Wittgenstein chiarisce come alla base dell’etica vi sia la stessa operazione di eliminazione delle coordinate spaziotemporali, applicata però alla vita (che in Wittgenstein coincide con il mondo), così che “la vita buona è il mondo visto sub specie aeternitatis”. Alle proposizioni sull’etica seguono nel Tractatus alcune altre proposizioni in cui si indaga il Mistico e la sua ineffabilità, che anticipano la famosa proposizione conclusiva “di ciò di cui non si può parlare, bisogna tacere” che conclude in maniera criptica l’opera. In realtà tale oscurità è illuminata alla luce dell’intento di Wittgenstein di scrivere un libro sull’etica. Per il filosofo austriaco infatti, il Tractatus rappresenta un tentativo di superare la“vecchia” filosofia accademica, in favore di una “nuova” filosofia, che nulla affermi, e che si ponga come una pratica di smascheramento delle insensatezze delle pseudo proposizioni della filosofia e della metafisica tradizionali.

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