LA CONTINUITÀ DI ORGANICO E INORGANICO: UNA NUOVA DEFINIZIONE DEL RAPPORTO TRA UOMO E NATURA

 

 

 

 

 

 

 

Se, come abbiamo appena mostrato, l’anello di congiunzione tra il mondo dell’organico e quello dell’inorganico è la volontà di potenza, il modo in cui questa si esplica e si sviluppa dovrebbe essere lo stesso tanto nell’organico quanto nell’inorganico. È necessario, dunque, analizzare quali siano le caratteristiche che rendono tale volontà di potenza anello di congiunzione e, allo stesso tempo, ciò per cui organico e inorganico non sono un’identica cosa. Essa sembra presentarsi infatti come una «forza trasformatrice» dalla cui attività si sviluppa un nuovo modo di intendere il rapporto tra parte e tutto. Pertanto il tutto, all’interno della visione nietzscheana, sia a livello microscopico che macroscopico, apparirebbe come un sistema organizzato attraverso le sue strutture interne, ossia a partire dalla relazione tra loro delle parti che lo compongono. In questo senso le parti non sono allora semplicemente le componenti di un tutto di cui sono funzioni perché, al contrario, esse sono il tutto stesso, il quale vive e si sviluppa nella loro organizzazione e, quindi, nella continua trasformazione derivante dall’attività di relazione e combinazione di tali parti.

Se consideriamo l’essere vivente nei termini di questa relazione parte-tutto, esso si presenta come un sistema che, in quanto Wille zur Macht, si trasforma continuamente, ossia si sviluppa attraverso la continua combinazione e organizzazione delle sue strutture interne; queste sarebbero ciò attraverso cui l’organismo sfoga e realizza la propria volontà di potenza. In questo senso l’organismo è autoregolazione, perché esso cresce e si sviluppa, cioè ha vita, proprio nell’attività di combinazione delle sue forze interne che non sono quindi semplicemente parti, ma sono invece ciò su cui esso si struttura olisticamente e senza cui non sarebbe un essere vivente.

Allo stesso modo bisognerebbe intendere lo sviluppo dell’inorganico, poiché, come abbiamo già visto, anch’esso è Wille zur Macht e, in quanto tale, è un sistema che si organizza nel combinarsi di molteplici forze, laddove però l’inorganico, a differenza dell’organico, non possiede né esperienza, né io-soggetto né capacità interpretativa, ma soltanto energia da liberare, sfogare e trasformare. Così come tale modo di intendere il rapporto tra parte e tutto, nel senso per cui quest’ultimo è un sistema che si organizza attraverso il combinarsi in maniera sempre diversa delle sue parti, sembra dunque essere ciò che caratterizza il mondo a livello microscopico, allo stesso modo tale rapporto parte-tutto è ciò che caratterizza anche il movimento a livello macroscopico. In quest’ottica, quindi, organico e inorganico non sono più soltanto sistemi organizzati, ma essi stessi sono diventati parti di un tutto più grande, strutture di un più ampio sistema organizzato che è la natura. Essi infatti sarebbero sistemi all’interno di un sistema più complesso che, però, è anch’esso sempre volontà di potenza. L’universo allora si autorganizza, ossia vive di se stesso, poiché sarebbe una volontà di potenza che si realizza nel continuo combinarsi delle sue forze e nel continuo trasformarsi di tali combinazioni di forze, le quali si organizzano e si disorganizzano incessantemente. In questo modo organico e inorganico non soltanto, come già abbiamo visto, sono volontà di potenza, ma sono inoltre entrambi strutture interne al sistema-mondo che si organizza proprio attraverso la loro attività e il loro mettersi in relazione.

Si creerebbe così un complesso sovrapporsi di piani che non si escludono a vicenda, ma che al contrario sono strettamente legati tra loro. Ciò che a livello microscopico è un tutto organizzato, a livello macroscopico è parte di un sistema più complesso e, insieme a una molteplicità di altre parti, forma la struttura stessa del sistema.

È in questo senso che potrebbe essere inteso il rapporto uomo-natura, laddove l’uomo è, in quanto volontà di potenza, un tutto organizzato nelle combinazioni delle sue parti e, allo stesso tempo, parte di un tutto più grande e più complesso che è la natura. Quest’ultima, a sua volta, sarebbe anch’essa volontà di potenza che si organizza nel continuo comporsi e scomporsi tra loro delle sue parti, anch’esse Willen zur Macht. In questo senso, allora, quello stesso uomo che, in quanto organismo, è un sistema autoregolantesi, sembra essere parte del complesso sistema della natura, la quale si organizza proprio perché le sue parti si muovono grazie alla loro volontà di potenza. Affermare quindi che l’uomo dev’essere rinaturalizzato e la natura disumanizzata non significa che l’uomo, in quanto parte della natura, deve rinunciare alla sua identità, cioè a essere autoregolazione, ma, al contrario, significa che egli è parte della natura proprio nella sua specificità di organismo che si autoregola in base all’esperienza e al suo essere corpo e spirito allo stesso tempo. Infatti, la natura come sistema si organizzerebbe anche attraverso l’attività autoregolantesi dell’organismo. Ogni componente del sistema-natura sembra così avere uno specifico e diverso modo di farne parte, poiché si tratta ogni volta di una specifica e diversa volontà di potenza, irriducibile a qualcosa di unico. In questo senso organico e inorganico sono in relazione tra loro, sono in continuità l’uno con l’altro, ma, allo stesso tempo, come parti di uno stesso tutto, come strutture di un medesimo sistema, non sono in alcun modo riducibili l’uno all’altro, perché l’organizzazione del sistema si fonda proprio sul diverso modo di essere parte di ciascuna parte, sul diverso modo di essere volontà di potenza di ciascuna volontà di potenza.

La natura, intesa come un sistema complesso, organizzato attraverso l’azione combinata delle molteplici forze dinamiche che in essa si trovano, è ciò da cui è possibile derivare un nuovo principio antitetico a quello di entropia che, come abbiamo già visto nel capitolo precedente, Nietzsche rifiuta in nome del principio di conservazione dell’energia. Infatti, la visione nietzscheana del mondo come caos che si autorganizza sembra proporre un nuovo modo di intendere il movimento che non è né lineare e orientato soltanto al raggiungimento di una meta ultima, né il disordine totale che conduce alla distruzione e alla dissipazione di tutto ciò che esiste. Al contrario, si tratterebbe di un movimento non lineare, organizzato in maniera complessa e nel quale tanto l’ordine quanto il disordine, la cooperazione quanto la competizione, l’equilibrio quanto lo squilibrio sono dei momenti di cui ciascuno ha senso solo in relazione agli altri. In questo modo il mondo, piuttosto che disgregarsi sino a scomparire, si organizzerebbe proprio muovendosi tra l’ordine e il disordine, l’organizzazione e la disgregazione. Esso, paradossalmente, sembra trovare il suo equilibrio nella mancanza di un equilibrio fisso, la sua stabilità nell’instabilità, la sua organizzazione nel caos che, proprio per questa sua natura non totalmente distruttiva, avevamo già definito «debole» prendendo a prestito tale espressione dalla odierna scienza dei sistemi complessi.

Tale scienza della complessità, proprio contro le conseguenze derivanti dal secondo principio della termodinamica a cui Nietzsche aveva contrapposto il principio dell’eterno ritorno, sosterrebbe la tendenza dell’universo ad organizzarsi appunto in maniera complessa attraverso un processo di coevoluzione e reciproco adattamento di tutte le sue componenti. L’auspicio che deriva da una tale visione del mondo è quello che si possa giungere a formulare una nuova legge la quale, in contrapposizione al secondo principio della termodinamica, spieghi quella particolare situazione in cui il mondo, piuttosto che soltanto disordine, produce organizzazione anche attraverso il disordine; si tratterebbe di ciò che, come già abbiamo visto, viene chiamato il «margine del caos». In questo modo il disordine e la disgregazione non sarebbero più visti antiteticamente all’ordine e all’organizzazione, ma, anzi, farebbero parte del processo stesso di organizzazione laddove questo processo viene inteso in maniera complessa, ossia come il movimento di molteplici diversi elementi. Sono questi ciò che Nietzsche descrive in altre parole come forze che sprigionano la loro volontà di potenza. Organizzarsi al margine del caos significa, per ogni sistema complesso, che esso vive e si sviluppa proprio all’interno di situazioni-limite in cui molteplici, piccole, continue alterazioni, invece di sfociare nel caos totale, producono organizzazione. Un’organizzazione che è però sempre aperta e non lineare.

In un mondo così inteso il rapporto tra organico e inorganico è anch’esso un rapporto complesso in cui non sembra esserci una direzione o una linearità, ma soltanto delle interconnessioni e delle interazioni attraverso le quali le mutazioni che avvengono a livello organico influenzano l’inorganico innescando dei cambiamenti che, a loro volta, influenzeranno l’organico. È proprio in un tale intreccio che il mondo si organizzerebbe. Esso, infatti, sarebbe un sistema complesso i cui elementi agenti interni funzionano anch’essi in maniera complessa, poiché tanto l’organico quanto l’inorganico si organizzano e si sviluppano attraverso un processo di coevoluzione delle loro componenti con l’unica differenza che, in un caso, l’organizzazione significa vita, nell’altro, no. Come il processo di sviluppo biologico dell’uomo è infatti un esempio di autorganizzazione complessa che nasce dal continuo aggregarsi e disgregarsi, comporsi e scomporsi delle cellule, così anche una montagna di neve sarebbe l’esempio di un processo di autoregolazione che consiste nell’incessante movimento di risistemazione delle sue componenti, ossia i fiocchi di neve. Allo stesso tempo, sia l’uomo che la neve sono elementi interni al sistema-natura e, come tali, contribuiscono a quel complesso processo di autorganizzazione che è la natura stessa.

Tanto l’essere vivente quanto il mondo della fisica e della chimica funzionerebbero allora come sistemi complessi all’interno di un più grande sistema complesso che è la natura nella sua totalità. Infatti, tutto ciò che esiste può assumere diverse funzioni e ruoli, i quali non sono incompatibili tra loro ma, al contrario, convivono. L’essere umano è, rispetto agli organi che lo compongono, un tutto complesso ed organizzato, di cui questi sono parte, mentre rispetto ad esempio al sistema sociale o al mondo naturale, esso è soltanto un elemento, una parte di questi, che a loro volta rappresentano il suo ecosistema. È in questo senso che dovrebbe venire intesa la concezione naturalizzata dell’uomo e del mondo propostaci da Nietzsche; essa sarebbe, infatti, l’affermazione di un mondo in cui esistono diversi molteplici gradi di complessità e di organizzazione, i cui elementi acquistano o perdono delle caratteristiche a seconda del ruolo che giocano all’interno dell’organizzazione stessa e a seconda del grado della loro complessità. Ogni elemento della natura è polivalente ed è un’organizzazione complessa all’interno di altre organizzazioni ancora più complesse. Si tratterebbe dunque di ciò che Morin ha spiegato come l’incertezza e l’arbitrarietà proprie di ogni sistema, il quale dipende infatti sempre dal punto di vista da cui il soggetto si pone ad osservarlo e dal contesto in cui esso si trova. Così, se si considera come sistema un organo, rispetto ad esso l’essere umano sarà il suo ecosistema. Se invece ad essere considerato sistema è proprio l’essere umano, rispetto ad esso l’organo diventerà allora soltanto un suo elemento tra tanti altri e, invece, il suo ecosistema sarà la natura nella sua totalità così come esso lo è per l’organo. Infine, se consideriamo la natura come sistema, l’uomo diventerà rispetto ad essa soltanto un suo elemento tra tanti altri, una parte tra molteplici parti.

Si tratterebbe di ciò che in altre parole Nietzsche aveva chiamato prospettivismo, ovvero: esistono molteplici punti di vista dai quali una stessa cosa può essere guardata, anche perché le cose stesse sono molteplici e mutevoli; sarebbe giusto, secondo Nietzsche, non ridurre tutti i diversi punti di vista ad uno stesso, ma prendere consapevolezza di tale molteplicità di vedute rispettandola ed accettandola. Tale prospettivismo, inoltre, sembra comportare l’impossibilità di determinare oggettivmente la realtà intesa come sistema complesso, quella stessa realtà per cui Nietzsche parla del mondo come ewig Chaos. Questo, infatti, sfuggirebbe a qualsiasi tentativo di definizione e determinazione assoluta, escludendo così ogni forma di riduzionismo. Sarebbe soltanto in questo poliedrico e complesso processo che il mondo si muove e, quindi, si organizza.

Per comprendere in che senso in una natura così complessa organico e inorganico sarebbero in un rapporto di continuità e non di opposizione, così come il mondo biologico e quello fisico-chimico, torniamo ad usare il concetto di emergenza che è, a sua volta, strettamente legato a quello di complessità. L’emergenza infatti, come abbiamo visto precedentemente, è intensa come il risultato dell’interazione tra molteplici elementi agenti, che, nel tentativo di un adattamento reciproco, si organizzano e si combinano tra loro in modo tale da trascendere se stessi. Sarebbe così che si formerebbe quello che viene chiamato un sistema complesso, ossia qualcosa che emerge dal mettersi insieme di molteplici elementi e che, però, non è soltanto la somma di queste diverse parti, bensì qualcosa di più, in cui ciascun elemento, essendosi organizzato con gli altri, va oltre se stesso determinando il fenomeno dell’emergenza. A tale proposito Morin definisce il tutto «emergente» e l’emergenza «un aspetto caratteristico del tutto», infatti «l’organizzazione e l’unità globale possono essere considerate come nuove qualità e proprietà emergenti dalle interrelazioni tra le parti, l’organizzazione e le nuove qualità possono essere considerate come caratteristiche dell’unità globale, e l’unità e le sue qualità emergenti possono essere considerate come gli stessi prodotti dell’organizzazione». È proprio in questo che consisterebbe la complessità di un sistema, che altrove abbiamo già definito olistico, ossia nell’impossibilità di separare, se non concettualmente ed astrattamente, quelli che sono i suoi elementi, le sue parti, per cui non soltanto il tutto è più delle parti, ma anche le parti sono qualcosa di più che semplicemente parti di un tutto.

È in questo senso, allora, che potremmo intendere il processo di autoregolazione degli organismi, poiché questi sono ciò che emerge dall’organizzarsi e combinarsi tra loro delle molteplici forze che li costituiscono. Allo stesso modo, questo mondo degli organismi sembra essere in continuità ed in relazione al mondo fisico poiché esso emergerebbe da tale mondo, ma non semplicemente come l’unione di tanti elementi chimici e fisici; esso infatti sarebbe un sistema complesso nel quale, proprio perché si tratta di un’organizzazione che è qualcosa di più della semplice somma delle parti, appaiono delle caratteristiche nuove che ci permettono di considerare la biologia qualcosa di diverso e, allo stesso tempo, non opposto al piano fisico. Sembrano esistere diversi gradi di complessità e di organizzazione che non sono in contrapposizione tra loro, ma neanche riducibili l’uno all’altro proprio perché ognuno ha delle caratteristiche peculiari, che non sono presenti negli stadi precedenti e che emergono soltanto da quella particolare nuova organizzazione che si è venuta a formare. È in questo senso che lo scienziato Anderson, a difesa di una differenza non riducibile, afferma che «la psicologia non è biologia applicata, né la biologia chimica applicata». Proprio in nome di tale differenza Nietzsche distinguerebbe tra corpo e spirito, fisiologia e psicologia, organico e inorganico, uomo e natura, pur riconoscendone la strettissima relazione.

Sarebbe possibile, così, comprendere esattamente perché l’io-soggetto di cui parla Nietzsche è qualcosa di nuovo rispetto al corpo inteso come Leib-Organizzazion pur non essendogli contrapposto. Si tratterebbe infatti soltanto di un grado diverso di organizzazione e di complessità la cui nuova caratteristica è appunto quella del formarsi della soggettività. Allo stesso modo il mondo organico sembra provenire dal mondo fisico-chimico ed avere in sé elementi di tale mondo, ma contemporaneamente sarebbe anche qualcosa di diverso e di nuovo perché in esso quegli stessi elementi chimico-inorganici svolgono una nuova funzione all’interno di una nuova organizzazione.

In quest’ottica, la natura, intesa come sistema complesso, è il grado più alto di complessità di cui fanno parte tutte le precedenti organizzazioni sia organiche che inorganiche ed in cui queste acquistano un nuovo, diverso aspetto legato a quella particolare più complessa organizzazione che è la natura. In questo senso, così come l’acqua in quanto elemento chimico all’interno dell’organismo, pur rimanendo sempre acqua, acquisterebbe delle caratteristiche nuove derivanti dal fatto che interagisce con tanti altri diversi elementi di quella nuova organizzazione che è l’essere vivente, allo stesso modo, l’uomo visto all’interno del complesso sistema della natura, pur rimanendo sempre uomo, è però anche un elemento di un’organizzazione più complessa, della quale fanno parte altri diversi molteplici elementi, con cui l’uomo deve interagire e rispetto a cui deve continuamente ridefinire il proprio ruolo. L’uomo sembra così acquistare delle nuove caratteristiche derivanti dal fatto che non è più semplicemente uomo, ma un elemento, una parte del sistema-natura. In questo senso l’essere umano non sarebbe più soltanto autoregolazione e, in quanto tale, un tutto organizzato sempre in movimento, bensì anche una parte che deve necessariamente unirsi e combinarsi con altre parti nell’organizzazione di un altro tutto più complesso.

Se il processo di naturalizzazione dell’uomo, che scopre di essere un elemento naturale, significa anche disumanizzazione della natura, ossia il riconoscimento umano dell’impossibilità di controllarne il corso eternamente mutevole, esso secondo Nietzsche non dovrebbe però condurre l’uomo ad un atteggiamento di passività fatalista. Egli infatti sbaglierebbe sia se credesse di essere, rispetto a un fiume che scorre incessantemente, un battello a vapore capace di risalirlo e, quindi, di domarne il flusso, sia se credesse invece di essere completamente in balia di tale fiume da cui, quindi, si lascia trasportare passivamente. L’uomo sarebbe piuttosto una piccola barchetta di carta che discende la corrente e che, se si riconosce come parte di tale flusso, può dare ogni tanto un colpo di remo e spostarsi da un vortice a un altro vivendo in tale eterno divenire e contribuendo internamente al cambiamento di qualcosa. Dunque, soltanto se l’uomo accetta ciò che egli è, ossia la sua propria natura, il suo essere parte del sistema complesso del mondo, può avere un ruolo all’interno di questo e partecipare alla sua costruzione; egli, infatti, è parte nel senso per cui, abbiamo visto, parte è ciò che contribuisce pienamente allo sviluppo del tutto come sistema. Allo stesso tempo però, perché l’uomo possa riconoscersi all’interno di questo tutto naturale, deve ammettere l’esistenza di altre parti con cui condividere e misurare continuamente la sua posizione.

Da tutto ciò che abbiamo finora detto, sembra dunque emergere come soltanto all’interno di visione del mondo in cui organico e inorganico non sono in contrapposizione, così come non lo sono corpo e spirito, poiché si tratta di un mondo complesso, anche uomo e natura non sarebbero più in contrapposizione e, in tal modo, si potrebbe recuperare quel rapporto di interconnessione, che consente ad entrambi di realizzare la loro volontà di potenza.

image_pdfScaricare PDFimage_printStampare testo
(Visited 449 times, 1 visits today)