IL DESTINO ULTIMO DELLA DECADENZA METAFISICA

Lo sguardo preliminare sul concetto di Machenschaft risulta necessario per comprendere come Heidegger interpreti le concettualità fondamentali elaborate da
Jünger. Come già si è detto la nozione di Machenschaft, così come quella seguente di
Gestell, in cui si trovano sintetizzati i tratti originari del mondo moderno, vengono
concepite a partire da un confronto assiduo con la metafisica jüngeriana. Se da un lato
la Machenschaft è quella categoria ontologica che designa l’annientamento dell’essere in relazione al dominio globale esercitato sull’ente, d’altro canto chi detiene questo predominio è l’uomo moderno che rappresenta il punto d’arrivo della volontà di potenza in quanto soggettività incondizionata e assoluta. Secondo Heidegger il mutamento essenziale che si verifica nell’epoca della tecnica riguarda il fatto che «l’oggettità si trasforma nella stabilità del fondo determinata dall’”im posizione”»,cioè il reale è reso fondo energetico, materiale di riserva e in tal modo il rapporto soggetto-oggetto muta definitivamente, poiché si costituisce secondo «la relazione-impiego in cui il soggetto e l’oggetto vengono entrambi, come “fondi” (Bestände), assorbiti» dalla totalità oggettivata del reale, per cui il rapporto costitutivo tra soggetto e oggetto «perviene ora alla sua dominazione estrema, predeterminata in base alla “im-posizione” (Gestell)» della tecnica che reclama l’uomo a farsi uomo planetario, soggetto assoluto che detiene giurisdizione incondizionata sull’ente.

È proprio grazie alla metafisica jüngeriana se Heidegger inizia a interrogarsi su tali
ordini di problemi che si insinuano nel mondo moderno e che lo porteranno a concepire la modernità e i suoi fenomeni come il destino ultimo della decadenza metafisica, in particolare è tramite il Der Arbeiter se inizia a farsi strada in Heidegger l’idea che la tecnica non sia soltanto un mero problema sociologico o culturale, come vorrebbe Jünger, ma che dietro ad essa si celi una vera e propria questione metafisica, che rimanda in ultimo all’annichilimento dell’essere e alla potenza esercitata dal subiectum. Al contempo però tale confronto si delinea anche come una radicale presa di distanza, poiché Heidegger è mosso dalla convinzione che Jünger abbia ancora la metafisica a fondamento della sua posizione. Pur dando vita a una critica radicale dell’epoca nichilista cui l’uomo moderno è pervenuto a partire dalla volontà di potenza nietzscheana, Jünger tuttavia si muoverebbe ancora nella dimenticanza dell’essere propria della storia della metafisica poiché nella sua indagine dell’essere come tale non ne è niente e per tale ragione sarebbe prigioniero di quello stesso nichilismo che descrive e mette in discussione, «le descrizioni ed interpretazioni di Jünger compiono quest’unica cosa: lasciando vedere l’ente (nel carattere di volontà di potenza) indicano in direzione dell’essere senza però domandare di esso». E tuttavia, al di là di ciò, tra la prospettiva heideggeriana della Machenschaft e la metafisica jüngeriana del lavoro è possibile stabilire una connessione decisiva, per cui nel nichilismo del mondo moderno, che si esplica come abbandono dell’essere degli enti al fare assoluto della tecnica, attuato dall’uomo, si coglie una eco del dominio che la figura dell’Arbeiter esercita sul mondo attraverso la mobilitazione tecnica. Secondo Heidegger il compimento della modernità si caratterizza per l’imporsi dell’uomo in quanto soggetto assoluto, animale razionale che trasforma la propria esperienza del mondo in esperienza vissuta, per cui «l’incontro tra la macchinazione e l’esperienza vissuta decide in sè un evento singolare nella storia occulta dell’Essere» poiché l’uomo, il soggetto, «attraversa modi propri e unici di scoprire l’ente e le sue “pure” oggettivazioni in un determinato manifestarsi» che come tale «non ha più alcun riferimento alla φύσις, ma è completamente rimesso a ciò che ha il carattere della
macchinazione» , la φύσις, il dischiudersi, il dispiegarsi che dona l’ente alla presenza e che seppur concedendo rimane ritratto nella sua costitutiva velatezza, a cui si sostituisce la Machenschaft, la produzione, la manipolazione, il fare che esercita la propria potenza sul reale tramite l’uomo moderno, padrone del proprio mondo, espressione massima della volontà di potenza nietzscheana. Il lavoro di Jünger, che si colloca all’interno del panorama speculativo nietzscheano e che da Nietzsche preleva e rielabora, costituisce per Heidegger un momento di comprensione essenziale al fine di percorrere i sentieri tracciati dal nichilismo in riferimento all’epoca attuale. Pur muovendosi nella comprensione del panorama speculativo dischiuso da Nietzsche, Jünger riuscirebbe a superare la prospettiva nietzscheana stessa poiché «egli prende piede nel mezzo di quella “realtà effettiva” che Nietzsche non ha pensato fino in fondo ma ha patito profondamente nel pensiero».

Secondo Heidegger cioè Jünger riuscirebbe ad andare oltre l’orizzonte teoretico delineato da Nietzsche poiché non offrirebbe solo una descrizione della condizione in cui versa il mondo contemporaneo, ma al di sotto delle categorie sociali e antropologiche di cui si avvale per indagare la modernità la sua riflessione rivela anche in modo essenziale l’esito ultimo cui perviene la storia della metafisica, e cioè il dominio esercitato globalmente sulla totalità del reale. Da una parte perciò Jünger farebbe esperienza di quella costellazione metafisica che riduce l’ente nella sua totalità all’oggettivazione assoluta e che già era stata prefigurata dalla metafisica nietzscheana, pur rimanendo in essa incompresa nella sua estensione planetaria, dall’altra però non riuscirebbe a scorgerne la provenienza essenziale dall’apertura dell’essere e così facendo si muoverebbe a tentoni nella dimenticanza ontologica. Il limite che Heidegger intravede nell’interpretazione jüngeriana è perciò dettato dal fatto che questi non si spinge mai oltre l’interpretazione dell’enticità come volontà di potenza dal momento che non comprende l’essenza di quell’interpretazione in quanto interpretazione metafisica. La configurazione del tipo umano dell’Arbeiter, in quanto forma che corrisponde alla logica della volontà di potenza, disponendo di una serie di strategie di dominio e gestione del reale ridotto a Bestand, a riserva di materiali a disposizione, sintetizza efficacemente l’humanitas dei primi del Novecento, che trova la sua massima esaltazione nei processi di calcolo, pianificazione e ordinamento del reale. Nonostante ciò Heidegger coglie però l’incapacità di Jünger a rinvenire l’apertura ontologica a partire da cui l’esperienza metafisica dell’oggettivazione dell’ente si rende possibile, per cui sebbene questi sia in grado di cogliere appieno la modalità con cui l’uomo del ventesimo secolo sta al mondo, elevandosi in ciò ad acuto interprete dell’era moderna, d’altro canto poi il grave limite dell’ analisi che conduce risiederebbe nel non porre in relazione la figura archetipica dell’Arbeiter con la storia dell’essere.

Nella riflessione heideggeriana sull’essenza della tecnica l’uomo moderno, il
subiectum, esercitando la propria azione sul reale contribuisce all’annientamento totale dell’essere, ma il predominio che l’uomo esercita non è in nessun modo una sua libera scelta, non si declina come un’azione umana volontaria, al contrario è una risposta a un appello insistente, a una pro-vocazione, quella del Gestell, che reclama l’uomo a corrispondergli, questa imposizione pro-vocante è in ultimo la chiamata dell’essere, è il modo in cui l’essere si destina all’uomo nell’età moderna. L’annientamento ontologico che Heidegger vede qui all’opera non prevede che l’essere sia un nihil, un mero niente, ma dell’essere non ne è più niente nel momento in cui anziché concedersi come svelatezza, apertura, radura luminosa che dona la venuta in presenza dell’ente, si dà nella maniera del Gestell che costringe l’uomo all’esercizio devastatore e dispotico del dominio sul reale. Ciò che emerge qui è la costituiva finitezza dell’uomo che «può bensì rappresentarsi questa o quella cosa in un modo o in un altro, e così pure in vari modi foggiarla e operare con essa, ma sulla disvelatezza entro la quale di volta in volta il reale si mostra o si sottrae, l’uomo non ha alcun potere […] Solo nella misura in cui l’uomo è già, da parte sua, pro-vocato a mettere allo scoperto le energie della natura, questo disvelamento impiegante può verificarsi». Il Gestell proviene dunque dalla regione misteriosa dell’essere, l’uomo moderno esercita violenza e predominio sul reale a partire dall’essere stesso, al contrario nella metafisica jüngeriana, in cui dell’essere non c’è traccia, la genesi di questo atteggiamento dominante che l’uomo adopera sul reale rimane esplicitamente non indagata, Jünger riflette dunque sulla dimensione antropocentrica, e non metafisica, in cui è calato l’uomo moderno, colto in qualità di lavoratore e non di subiectum, tant’è che ciò che sfugge a Jünger sarebbe proprio la comprensione del lavoratore in quanto compimento effettivo della soggettività, cioè della volontà di volontà di matrice nietzscheana. Le categorie jüngeriane dischiudono dunque l’orizzonte della modernità risultando fondamentali per comprendere la costituzione dell’uomo moderno e il mondo in cui questi si muove, ma vengono poi ripensate da Heidegger all’interno del percorso metafisico e poste in relazione alla questione dell’essere.