LA FONDAZIONE CHE COSTITUISCE UNA TOTALITÀ

L’evento dell’essere si verifica principalmente e originariamente nel linguaggio. Sono le parole che definiscono le cose e un tale evento si verifica nella figura del geviert. La relazione tra Ereignis dell’essere e la lingua è così intrinsecamente stabilita: non solo perché le cose compaiono all’interno di una relazione che è soprattutto un fatto linguistico, nel senso che possiamo avere esperienza nella misura in cui questo legame ha un senso nichilista, cioè, agisce in un annullamento dell’essere come fondamento e lo configura in una modalità temporaneamente indebolita. L’indicazione generale del legame tra essere e linguaggio è delineata nel pensiero di Heidegger, specialmente nelle opere successive, ma andando oltre, questo problema non solo mette insieme il significato del Kehre, ma segue implicitamente anche il problema lasciato senza essere risolto, in “Essere e tempo”, cioè la questione del linguaggio e della temporalità dell’essere.

Il legame tra essere e linguaggio non può essere semplicemente risolto affermando la propria identità come se la linguisticità potesse essere attribuita all’essere come determinazione metafisica, come proprietà qualificante, sebbene richieda un’articolazione interna che limiti qualsiasi contiguità con il pensiero metafisico. Apparteniamo a una lingua che ci viene data e che consiste nell’aprirci all’apertura dell’essere. Ma il linguaggio diventa nel pieno senso il luogo dell’evento dell’essere nelle cose. Le cose sono nella forma più autentica solo nella poesia, cioè nel linguaggio puro, dove realmente rivivono insieme al geviert.

Identificando il legame tra essere e linguaggio e stabilendo così il “fondamento” interpretativo come ontologia, rimane comunque un indefinibile fondamentale che coinvolge non solo il problema della verità e del significato, ma piuttosto la legittimazione stessa interpretativa. In effetti, è necessario indicare in tale posizione il problema di senso e verità, oltre a interpretare il legame tra essere e linguaggio e risolvere l’ambiguità di tale connessione, cioè se si trattasse di una semiotizzazione del kantianesimo, con la quale l’universale a priori coinciderebbe con la lingua o piuttosto se si tratta di una derivazione poetico-estetica della parola, che implicherebbe l’andare verso una metafisica relativistica in cui qualsiasi enunciazione – linguistica – rivendicherebbe per sé la possibilità di manifestare l’evento, che, d’altra parte, implicherebbe cadere in un’ontologia dell’ineffabile.

La fondazione che costituisce una totalità, il Dasein, non è in realtà un fondamento, è piuttosto una “de-fondamentazione” alla quale è soggetta la stessa nozione di fondazione. È lecito considerare che pensare come ricordo diviene ciò che la decisione anticipatrice  in “Essere e tempo” significava nelle opere successive di Heidegger. Il risultato è, come precedentemente mostrato, l’apertura verso un affievolimento nichilista dell’essere. In effetti, l’Andenken come pensiero del rievocare non ricorda di essere nel senso di renderlo presente come se potesse trattenerlo come un oggetto davanti a sé, ma ascolta non solo come qualcosa – non più – presente, ma come qualcosa che si trova nelle tracce dell’essere, nelle parole e nella tradizione. Il pensiero del fondamento è sostituito da Andenken, come se fosse un ascendere ad infinitum, seguendo il tessuto dei messaggi storico-linguistici che, cristallizzato nelle lingue che parliamo chiamandoci determinano e definiscono il significato di essere nella nostra condizione storica.

L’Andenken diventa così non solo il luogo in cui il sé si manifesta come destino inviante della tradizione storico-linguistica, ma anche come il luogo in cui il pensiero riconosce la propria vocazione: «Il pensiero è interpretazione, molto più del” conoscere ” scientificamente”. Il compito del pensiero consiste nel trasmettere e interpretare i messaggi, permettendo così la libertà dalla non-deroga ideologica dell’ordine attuale dell’entità, riconoscendola nella sua provenienza e, quindi, anche nella sua non definitività. L’affermazione di una prospettiva ontologica con caratteristiche affievolite e in declino sembrerebbe essere il risultato inevitabile del discorso di Heidegger nel suo insieme, in cui il nichilismo si manifesta come l’unica possibilità e domanda intrinseca.

Non solo la costituzione del esegesi del essere è di natura nichilista, ma anche il pensiero del essere, il cui significato dovrebbe essere recuperato,

[…] non è un pensiero che ha accesso all’essere stesso, che può rappresentarlo e renderlo presente; questo è precisamente ciò che costituisce il pensiero metafisico dell’oggettività. L’essere non è mai veramente pensabile come presenza; il pensiero che non lo dimentica è solo quello che lo ricorda, cioè che lo considera sempre scomparso, assente. In un certo senso, quindi, è anche vero nel caso di ricordare il pensiero di ciò che Heidegger afferma del nichilismo, cioè, in quel pensiero, di essere tale “non è rimasto più nulla”. L’importanza della tradizione, della trasmissione di messaggi linguistici, le cui cristallizzazioni costituiscono l’orizzonte all’interno del quale il Dasein viene lanciato come progetto storicamente determinato, deriva dal fatto che può verificarsi l’essere e l’orizzonte dell’apertura in cui appaiono le entità, solo come una traccia di parole passate, come un messaggio diffuso.

Accentuare la continuità che unisce Heidegger al pensiero di Nietzsche, non significa solo riscoprire le premesse teoriche dell’esegesi filosofica, ma piuttosto indicare la direzione della strada che deve ancora essere percorsa. Se, da un lato, l’ontologia ha effettivamente avuto sviluppi vari e diversificati fino alla pubblicazione di “Verità e Metodo”, dall’altro lato si ha la possibilità che in queste elaborazioni  si sia allontanata dalle sue origini —nietzschane-heideggeriane—, al punto da risolvere e dimenticare alcuni dei suoi contenuti più originali, che aveva deciso di criticare e superare, traendone il significato più originale. Dunque, uno sviluppo corretto dell’ontologia stessa non può non assumere e affrontare il pensiero di Nietzsche e Heidegger. Un’autentica prospettiva ontologica non può che essere anti-fondazionalista e anti-metafisica. Uno sviluppo della tradizione ontologica consapevole della propria traiettoria implica il considerare il retroterra nietzchiano-heideggeriano e i tratti “nichilisti” che ne derivano. Per questo motivo, è possibile fare appello alla necessità di misurare in tutta la sua portata il significato della “de-fondamentazione” dell’esistenza operata da Heidegger. Allo stesso modo, il nesso fondamentazione/de-fondamentazione che erge a partire da “Essere e Tempo”, caratterizza filosoficamente l’ontologia. Se questo nesso viene frainteso o dimenticato, la teoria dell’interpretazione perde la propria specificità e originalità.

La corretta interpretazione di questo nesso contribuisce non solo all’originalità, ma anche alla legittimazione specifica e alla possibilità. La connessione tra fondamentazione/de-fondamentazione implica un momento di oscillazione in cui il dono del linguaggio apre un mondo e nuovi orizzonti storici, ma allo stesso tempo è soggetto a un movimento di trasformazione, un movimento che non funziona come accesso a un assoluto, ma piuttosto è come inarrestabile, senza fondo e quindi senza fine. Tale è il dispiegarsi dell’essere nei tempi e nella spedizione storico-linguistica che implica. Questo dispiegarsi, quindi, non suppone una prima causa, la fine di tutto il ritrasmesso, ma piuttosto un dono trascendentale, che è segnato da esperienza e finitudine e quindi è esso stesso storicamente-finito. In effetti, ciò che unisce da vicino il diverso dare dell’essere negli eventi storico-linguistici, esigendo come correlato un esercizio di ricordo, non è altro che la fondazione del essere alla temporalità. La trasmissione dell’essere è strettamente connessa all’essere-oltre. Questo è precisamente, un fondamento che può risolvere l’interpretazione della relazione essere-linguaggio attraverso una soluzione nichilista che mostra il carattere anti-metafisico dell’essere. La nozione dell’essere-oltre è anche fondamentale nell’elaborazione di una debole ontologia, poiché in questa implicazione deriva l’idea di secolarizzazione come destino della filosofia.

[…] il nichilismo, che può anche essere indicato più in generale come l’epoca delle ideologie, dei sistemi, della metafisica, dei grandi racconti, si confronta continuamente con la possibilità di risultati relativistici ».

Il criterio che giudica il relativismo di una teoria ontologica non può che essere la nozione di “autenticità”, che in ogni caso non può essere assunta in termini di tradizione metafisica e, pertanto, richiede una nuova formulazione. Proseguendo con le esigenze autentiche che hanno mosso Heidegger nella critica della concezione della autenticità come corrispondenza, arriviamo alla nozione di essa come apertura a dimorare.

Se una delle metafore guida della nozione di autenticità è il dimorare, “l’esperienza stessa diventa fatalmente poetica o esperienza estetica”. Per il pensiero altrui la questione della autenticità può essere stabilita solo dal concetto della fine della metafisica; vale a dire, come una molteplicità di riferimenti che non si riducono a una proposizione conclusiva ma a riferimenti che possono essere ricondotti alla tradizione che risuona nella lingua a cui si riferiscono. Tale molteplicità sarebbe solo un dato di fatto, privo di un carattere filosofico, se la filosofia, da parte sua, non fosse collegata alla temporalità costitutiva dell’essere. La molteplicità irriducibile degli universi culturali è filosoficamente rilevante solo se vista alla luce della caducità costitutiva dell’essere-oltre.

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