LA NOZIONE DI “EREIGNIS”

Assorbendo l’intera estensione del reale entro un orizzonte di «fattibilità [Machsamkeit]», la macchinazione priva l’ente della sua componente ontologica, sino al punto da estinguerlo. Sotto questo riguardo la macchinazione eserciterebbe una forma di «autorità [Gewalt]», la quale snaturerebbe l’ente come tale, mutandone l’“essenza” (Wesen) non già in base all’essere, bensì per mezzo di una imposizione in forza della quale esso non potrebbe che darsi come calcolo. L’autorità scatenata dalla Machenschaft si estrinsecherebbe, dunque, nell’esercizio di una «potenza [Macht]», in quanto capacità di assicurare un possesso incontrovertibile. Per questa ragione essa non potrebbe in alcun modo compararsi all’esercizio di ciò che Heidegger pone sotto il nome di «sovranità [Herrschaft]», ossia al libero lasciar-essere l’ente in base al suo fondamento ontologico. La sovranità, infatti, rappresenta esclusivamente «la dignità dell’essere come tale [die Würde des Seyns als des Seyns]» e non può in alcun modo confondersi con la macchinazione resa possibile dall’illimitata potenza, in quanto contemporanea capacità di operare (dynamis), di dominare (energheia) e di affermarsi, secondo la propria essenza, solo nell’operare (entelechia). La sovranità – si legge nei Beiträge– «domina e permane essenzialmente come l’incondizionatezza nell’ambito della libertà», sicché essa non necessita di alcuna manifestazione di potenza per attestare il proprio potere di porre inizio al “giungere alla presenza” (Anwesen) dell’essere. Diversamente dalla Machenschaft , che non può mai essere un’“origine” (Ur-sprung), la sovranità dell’essere «è in modo iniziale e propria dell’inizio [des Anfangs]».

Che l’inizio appartenga alla sovranità dell’essere è affermazione che richiede una delucidazione anche al fine di meglio comprendere la contrapposizione che, nel § 65 dei Beiträge intitolato Das Unwesen des Seyns, è posta fra la Seinsverlas- senheit e la Verzauberung , ed in ragione della quale è possibile pervenire ad una ulteriore accezione del concetto di “male”, così come messo a tema da Heidegger.

La “non essenza dell’essere” (Unwesen des Seyns) si correla infatti al “male” (das Böse), attraverso la decadenza che la esperienza incoativa del pensiero – che Heidegger compendia nel termine “Anfang” – conosce a causa del “rifiuto” (Verweigerung) dell’essere posto in atto dalla macchinazione. Come tale, esso sarebbe da considerare come un dono che il pensiero si limita ad accogliere con stupore, quello stesso stupore che nel Teeteto (155d) si rivela come il pathos da cui la filosofia trae il proprio principio. All’opposto, la pretesa avanzata dalla macchinazione contraddice qualsiasi perplessità a cospetto della nozione di “essere”, e quindi qualsiasi sua genuina comprensione: «l’abbandono dell’essere è la conseguenza inizialmente prefigurata dell’interpretazione dell’enticità dell’ente secondo il filo conduttore del pensiero» che si dispiega come rappresentazione che pianifica ogni cosa in termini oggettivi. Un tale atteggiamento, che – come osservato – Heidegger ritiene informi l’intera storia della metafisica occidentale e che troverebbe nella tecnica moderna il suo esito finale, appare, in ultima istanza, privo di quelle virtù di “rispetto” (Ehrfurcht) e di “umiltà” (humilitas) alle quali Max Scheler stimava che il pensiero dovesse conformarsi per riguadagnare la possibilità d’essere libero di accogliere il proprio essere. Trova in tal modo conferma l’intento, già manifesto in Sein und Zeit, di contrapporre la potenza del sapere metafisico alla “possibilità” (Möglichkeit) dell’esserci, in quanto sua determinazione ontologica positiva, la quale si concreterebbe, per Heidegger, nell’appropriazione reciproca che lega l’esistenza umana all’essere nel suo darsi come “evento” (Ereignis).

La nozione di “Ereignis” rappresenta – come noto – la parola-guida del tardo pensare heideggeriano. Essa, al pari della nozione greca di logos ed a quella cinese di tao, ha un significato difficilmente traducibile. Puntando su un’escursione semantica per la quale il termine, che comunemente significa “accadimento”, deve intendersi, attraverso un’etimologia non provata dall’aggettivo “eigen” (proprio), nel significato di “appropriazione”, ed al contempo deve intendersi, secondo il suo vero etimo da eräugen, nell’accezione di “ciò che si scorge con lo sguardo”, Heidegger riassume in Ereignis il modo in cui l’essere si dà all’uomo, facendolo accadere in un rapporto di corrispondenza reciproca. Verrebbe in tal modo ad essere superata la concezione metafisica per la quale l’uomo si pone quale condizione ontologico trascendentale del senso dell’essere, in favore di una prospettiva nella quale l’uomo deve cogliere soltanto l’essere nella assoluta inutilità del suo dare, assumendo un atteggiamento «che non si scontra più – si legge nei Beiträge – con il bene e il male, con la decadenza e la salvezza della tradizione, con la benevolenza e l’atto di forza». L’unica condotta alla quale il pensiero dovrebbe conformarsi a cospetto dell’evento-appropriazione dell’essere sarebbe quella di un lasciar- esser ciò che si dà in un destinare che deve essere compreso come un “astener-si”, come un “sottrarsi”. L’Ereignis come “ Enteignis ” (sottrazione) è, infatti, ciò che soltanto consente il balzare fuori della presenza: ciò che si dispropria da se stesso onde consentire l’evenire al proprio, così rivelandosi come l’incoglibile ed al contempo come l’indispensabile. In tal senso è possibile rilevare che solo ove il lasciar-essere del pensare umano corrisponde a ciò che nell’Ereignis viene a sua volta lasciato-essere a partire dalla propria dispropriazione, potrà riconoscersi l’effettiva coincidenza di essere e pensiero. Dalla prospettiva metafisica come da quella morale – sostiene Heidegger – è infatti del tutto frainteso e minimizzato il reciproco legame che unisce l’essere all’esserci, il quale non può che sottrarsi a qualsiasi “misurazione” (Ausmessung).

Il § 131 dei Beiträge pone in chiaro il significato della «dismisura [Übermaß]» dell’essere come evento, precisando che essa è sì estranea a qualsiasi quantificazione, ma al contempo non è «al di là di un sovrasensibile». Tale ultimo connotato della funzione propria della “dismisura” impedisce di assimilarla ad una inosservanza che si compie in un movimento di contestazione traente forza dalla negazione di esistenze e valori, ed allo stesso tempo dal ricondurre «ognuna di queste esistenze ed ognuno di questi valori ai propri limiti, e quindi al limite in cui si compie la decisione ontologica», in cui l’essere raggiunge il suo limite e dove il limite definisce l’essere. Lungo l’intero corso del pensiero occidentale tale idea, interpretabile anche nei termini di una “differenza” (Differenz) fra essere ed ente, sarebbe dunque rimasto negletta, laddove sarebbe stato necessario – secondo Heidegger – mantenere l’essere e l’ente «l’uno di fronte all’altro», così da farli «divergere». Nella conferenza del 1957 Die onto-theo-logische Verfassung der Metaphysik è al riguardo introdotto il termine “Austrag ” (divergenza), per mezzo del quale ci si vuol riferire all’«essere pensato a partire dalla differenza», prescindendo dal principio di corrispondenza (pros hen) di stampo metafisico. D’altra parte, solo se si tiene ferma la differenza fra essere ed ente è dato comprendere l’ulteriore rapporto che lega l’essere all’uomo: il divergere fra essere ed ente implica infatti il modo in cui l’uomo si rivolge all’ente, ed implica al contempo il significato ontologico di tale rivolgersi. L’Ereignis determina pertanto l’ambito nel quale si svolge il trasferimento di quanto è proprio dell’uomo all’essere e di quanto è proprio dell’essere all’uomo, in modo tale che ognuno è se stesso, nel venir meno dell’identità e dell’autosufficienza. L’Ereignis– si legge in Besinnung– è «ciò che assegna [zu-eignet] alla divergenza [Aus-trag] vicendevolmente l’incontro e coloro che vengono incontro, e come evento appropriante [Er-eignung di questa assegnazione dirada il fondo abissale [Ab-grund e fonda a sua volta nella radura dell’essere [Lichtung] la loro essenza, vale a dire la verità più iniziale».

Nel «movimento circolare [ein Kreisen]»che, in seno all’Ereignis, reciprocamente coinvolge l’essere e l’uomo si scorge il significato ultimo che attribuisce alla propria ontologia. Come inequivocabilmente si trae dagli scritti raccolti, nel 1969, in Zur Sache des Denkens, prendendo le distanze dalla storia della metafisica in quanto storia delle connotazioni coniate per indicare l’essere attraverso lo schema del pros hen, vale a dire mediante il rapporto dell’uomo con l’ente nel suo insieme, la meditazione heideggeriana, attraverso la nozione di “evento”, si propone di superare l’antropomorfismo e, più in generale, l’isomorfismo insito nella ricerca metafisica di un fondamento inconcusso, in favore del riconoscimento del fatto che nel “ruotare l’uno intorno all’altro” (umeinan- derkreisen) dell’essere e della realtà umana non si ponga alcun referente a priori, non essendo l’evento, quale ambito nel quale l’essere e l’uomo si eguagliano, che il luogo di un darsi senza referente. «Che cosa parla in questo “si dà”?» – si chiede Heidegger nell’ultimo testo pubblicato in vita, e quindi afferma: «il compito del pensiero sarebbe l’abbandono del pensiero che si è avuto finora per dedicarsi alla determinazione della cosa [Sache] del pensiero». Ciò che il termine “cosa” qui indica non deve essere riportato al sapere assoluto, ovvero all’ultima evidenza valida. «Non si tratta di un qualcosa via via sempre “più originario”»: esso deve assumersi come il puro –neutro– darsi stesso.

Declinandosi al neutro, la riflessione heideggeriana scandalizzerebbe il lessico concettuale canonizzato dalla tradizione metafisica, poiché si rifiuterebbe di appartenere tanto alla categoria dell’oggetto quanto a quella del soggetto, non già perché incerta fra le due, ma perché da entrambe indipendente. Del resto solo declinandosi al neutro parrebbe possibile non rientrare in alcun genere e quindi permanere nella mobilità assoluta dell’evento; ma al contempo solo de- declinandosi al neutro non si commetterebbe mai il male che è proprio del pensiero metafisico nel momento in cui esso reprime l’insubordinazione che potrebbe scalfire le sue prerogative.

La universalizzazione resa possibile dalla nominazione, intesa quale passo iniziale verso l’interpretazione, è non a caso espressamente rifiutata da Heidegger per riferirsi a quello che “si dà”. Parimenti, la proposizione Es gibt , non deve essere paragonata né a quella che afferma Es gibt Sein e nemmeno a quella che afferma Es gibt Zeit: occorre abbandonare il tentativo di determinare isolatamente l’Es per se stesso, venendo meno, rispetto ad esso, qualsiasi definizione che non ne comprenda ed accetti la singolare irriducibilità. Nel formulare categorie gnoseologiche parrebbero infatti generarsi prevaricazione concettuale rispetto ai quali lo “ zelo tetico ” del pensare metafisico non sarebbe affatto incolpevole. In tal senso, con il volgere al neutro la propria ontologia Heidegger si proporrebbe di condurre la filosofia al di là della semplice legiferazione nominale e concettuale, al di là di quell’«insipida unità dell’uno unicamente in-forme» – come espressamente si afferma nel commento al distico hölderliniano citato all’inizio di questo studio –, onde cogliere «il medesimo [ das Selbe]» che sorge solo come «differenza [Unterschied]». Assumendo nella sua equivoca mobilità, nel suo differire sempre da sé, il darsi dell’essere sarà come tale.

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