GLI ATTI COSTITUTIVI DELL’ESPERIRE

Le scienze dell’esperienza nel senso usuale sono scienze di dati di fatto. Gli atti costitutivi dell’esperire pongono il reale individualmente, come esistente nel tempo e nello spazio, come qualcosa che è in questo punto del tempo ed ha questa durata, e questo contenuto di realtà, ma che, considerato secondo la sua essenza, sarebbe potuto essere in un altro punto del tempo; e parimenti come qualcosa che è in questo luogo e con questa figura fisica, ma, considerato secondo la sua essenza, sarebbe potuto essere in qualsiasi luogo e con qualsiasi figura, e parimenti sarebbe potuto variare, mentre di fatto è invariato, o sarebbe potuto variare in maniera diversa da come di fatto è variato. L’essere individuale di ogni specie è quindi, per esprimerci in modo del tutto generale, “casuale”. È così, ma per la sua stessa essenza sarebbe potuto essere diversamente.

Ma il senso di questa causalità, che è caratteristica della fatticità, trova il suo limite in quanto si riferisce correlativamente ad una “necessità”, che non significa il semplice sussistere fattizio di una regola valida per un ordinamento di dati di fatto spazio-temporali, ma ha il carattere della necessito essenziale ed è con ciò connessa con la universalità essenziale. Dicendo: ogni dato di fatto potrebbe «per essenza» essere diverso da quello che è, lasciammo già intendere che al senso di ogni essere casuale si conviene di avere appunto un’essenza, un eidos afferrabile a priori, e che questa essenza si inserisce in un ordinamento di verità essenziali di diverso grado di generalità. Un oggetto individuale non è qualcosa di semplicemente individuale, un effimero «questo qui», ma, in quanto è «in se stesso» così e così costituito, possiede come propria caratteristica dei predicati essenziali che necessariamente gli competono (competono cioè all’ente «come è in sé stesso»), oltre ai quali può ricevere poi altre determinazioni secondarie e casuali.