IL MONDO SENZA FONDAMENTO ULTIMO II

La fiducia nelle ideologie, nelle conoscenze scientifiche e nella ragione critica è entrata in crisi. Non c’è più alcuna certezza da parte della coscienza di raggiungere un presupposto. Non si crede più in una scienza totalizzante e puramente oggettiva. Piuttosto, la scienza è mostrata nel carattere convenzionale e storicamente determinato.

L’idea nietzschiana secondo cui l’uomo deve abituarsi a vivere senza certezze garantite è un riflesso della cultura dell’inizio del XX secolo. L’uomo, erede di questa tradizione, deve abituarsi a vivere in una condizione in cui non c’è più garanzia e sicurezza fondamentale. Nel mondo postmoderno non possiamo evitare di assumere un atteggiamento nichilista, poiché è necessario vivere con il nulla, vale a dire, con il nichilismo autentico, che secondo l’ispirazione nietzschiana, è caratteristico della condizione umana nella tarda modernità, in cui la condizione di assoluta mancanza di valori supremi viene assunta coscientemente dall’uomo e la parallela intensificazione della comunicazione in cui i limiti tra realtà e apparenza vengono dissolti nel dominio di immagini, segni e parole la cui intensificazione produce l’incapacità di offrire garanzie di stabilità e verità:

Ogni visione della “realtà” è mediata da complessi sistemi di filtraggio, traduzione e trascrizione […] i limiti tra realtà e apparenza sono erosi.

In questo contesto è necessario tornare alla riflessione di Heidegger, che riflette costantemente sul processo di riduzione dell’essere al valore. Tuttavia, la riflessione di Heidegger è condizionata da problemi legati all’identificazione tra essere e apparire. L’essere nasce e muore, appare e soprattutto accade nella storia. Ciò implica la perdita di certezze. E questo, secondo la posizione di Heidegger, assunto dalla filosofia implica che l’essere è tempo. Assumere il nichilismo come una possibilità significa accettare che l’essere è tempo e che la nostra esperienza dell’essere può avvenire solo come una sovrapposizione di interpretazioni trasmesse dal passato al mondo attuale. L’indebolimento dei valori supremi rilascia la nozione di valore stesso in tutte le sue potenzialità e nella vera natura di convertibilità e trasformabilità indefinite. Ridurre al valore si traduce in mutamento del valore.

In altre parole, il nichilismo non dovrebbe essere inteso solo come una riduzione dell’essere a un valore, che rimarrebbe comunque nel potere del soggetto che lo riconosce come tale. Il nichilismo affievolisce l’affermazione secondo cui l’essere, nonostante sussista autonomamente, resta in potere del soggetto. Questa coincidenza si manifesta attribuendo «al termine valore, che si riduce a essere, il rigoroso significato del valore di variazione. Il nichilismo, quindi, è la riduzione dell’essere per mutare il valore ».

Se il nichilismo non deve essere inteso come riduzione del valore che rimane nel potere del soggetto – che riconosce i valori – l’affermazione della cultura contemporanea, che ha reagito, tentando un processo di riappropriazione del valore d’uso, in risposta, sia sul piano teorico come in quello pratico, per la diffusione del nichilismo, non ha successo. Marxismo, fenomenologia, esistenzialismo e filosofia analitica si sono opposti alla generalizzazione della mutazione del valore, al recupero del valore d’uso e dei suoi regolamenti.

[…] perché dal punto di vista del nichilismo – e ovviamente con una generalizzazione che può sembrare esagerata – sembra che la cultura del XX secolo abbia contribuito a portare a compimento qualsiasi tentativo di “riappropriazione”.

La riappropriazione come norma ideale è stata consumata sia nella difesa di un campo di valore d’uso sia nella forma di una rifondazione dell’esistenza su un orizzonte privo di mutamento del valore. L’appropriazione dei valori supremi è diventata inutile. In “Il crepuscolo degli idoli”, Nietzsche afferma che non solo il presunto mondo reale è diventato una favola, ma anche il mondo tout court. I vecchi valori della metafisica sono stati sostituiti da nuove leggende con la forza vincolante delle vecchie metafisiche.

Il mondo in cui la verità è diventata una favola è in effetti il luogo di un’esperienza che non è più “autentica” di quella aperta dalla metafisica. Questa esperienza non è più autentica perché l’autenticità […] è scomparsa con la morte di Dio.

La reificazione generale, la riduzione di tutto per mutare il valore è veramente il mondo trasformato in una leggenda. Il nichilismo appare come l’unica possibilità nella società tardo moderna in cui, secondo Heidegger, il Gestell è affermato, come imposizione universale del mondo tecnico. Questo processo significa che il dare qualsiasi cosa come qualcosa che viene dato come appropriazione significa una dissoluzione dell’essere nel mutamento del valore. La de-realizzazione del mondo può svolgersi fino alla mobilità del simbolico, invece di ricadere nel tentativo di stabilire un erroneo contro-scopo in termini di riappropriazione. Il nichilismo è il destino del mondo nella tarda modernità ed è il richiamo al commiato del essere come fondamento. Questo richiamo afferma il Gestell della tecnica moderna, un richiamo intrinsecamente legato a ciò che la tradizione inoltra (Überlieferung). Nietzsche si è considerato il primo nichilista compiuto in Europa perché non solo è passato attraverso il nichilismo, ma oltrepassandolo, lo ha lasciato indietro. L’entrata-uscita del nichilismo può essere considerata come distinti stati di forza dello spirito. Nietzsche parla di equivocità del nichilismo e fa una distinzione tra nichilismo attivo e passivo, il che implica ascesa o declino a seconda del caso.

La caratterizzazione più ampia e più generale del nichilismo attivo rispetto al passivo, sembra distinguerli in termini di “forza” dello spirito … La forza dello spirito si afferma soprattutto dissolvendo tutto ciò che appare, chiedendo adesione come struttura oggettiva, valore eterno, significato stabilito: […] pertanto, la negazione è, di per sé, un segno di attività e non può essere considerata nichilismo passivo

Il nichilismo passivo è debole nel senso che invece di dissolversi, ha cercato, nelle forme storiche, di rendere simile il nulla che sta alla base di tutto ciò che è considerato valore, essere, struttura stabile. Il nichilismo attivo, al contrario, è un’espressione dello spirito che ha il coraggio di accettare che Dio è morto, che non ci sono strutture oggettive date. Pertanto, sa produrre nuovi valori e nuove strutture di significato, nuove interpretazioni. Ma fino a che punto i valori della tradizione sono caratterizzati dal loro progressivo annientamento di fronte al giungere del nichilismo? La ragione che giustifica la dissoluzione delle verità ricevute implica il realizzare l’essere in proiezioni ideologiche di un certo modo di vivere, di individui e di società. Ma ogni stile di vita ha bisogno di una obiettività, un’interpretazione del mondo che rifletta le condizioni della conservazione e dello sviluppo. Ecco perché il nichilismo attivo, dopo aver distrutto le apparenze ideologiche, ne produce di nuove.

La differenza tra le vecchie vesti e i nuovi valori attivi è che questi ultimi non intendono rappresentare verità eterne e strutture oggettive, ma sono dati come interpretazioni. Tuttavia, la caratterizzazione del nichilismo attivo in termini di vita è forte. La definizione di nichilismo comprende, dal mio punto di vista, due prospettive. Uno è la consapevolezza ermeneutica che tutti i sistemi di valore sono produzioni umane, ma garantiti da un orizzonte determinato e stabile davanti al quale si ha la forza di vivere. L’altro è la forza creativa e la vitalità che danno origine a interpretazioni sempre nuove che non possono fare riferimento a un criterio oggettivo di validità. Penso che il primo possa essere assimilato alla coscienza storicista diltheyana, per la quale tutte le visioni del mondo sono storicamente relative. Il riferimento all’immagine storicista del nichilismo svanisce, ma nel momento in cui Nietzsche dissolve la centralità della coscienza come fondamento di tutti i sistemi di valori considerati come apparenze ideologiche: quindi, non si potrebbe parlare di nichilismo attivo in termini di consapevolezza ermeneutica. Ma accettare questa definizione di nichilismo attivo per far funzionare la forza vitale significherebbe ammettere una forza metafisica e ignorare così la critica di Nietzsche a questa nozione da interpretare dal punto di vista prospettico.

Nonostante il fatto di posizionare il nichilismo attivo in una prospettiva vitale, perché nella concezione pragmatica della conoscenza c’è una credenza implicita nel valore della creazione, dell’attività e del accrescimento. Ma è vero che un tale modo di procedere può essere un articolo della fede del gregge contro cui il nichilista attivo deve ribellarsi. Una fede che presuppone una concezione lineare del tempo e mira a sviluppare un’interpretazione secondo la quale l’eterno ritorno nietzschiano in fondo è sempre passivo. Quindi la separazione delle due forme di nichilismo in Nietzsche non inizia con una conclusione soddisfacente, poiché il modello del nichilista attivo è l’artista, che è in grado di trasmettere l’istinto di autoconservazione. Puntiamo, quindi, su una lettura della «volontà di potenza» di Nietzsche di natura artistica, dietro la quale si nasconde la possibilità di una liberazione dal simbolico. Perché il simbolico appare come la razionalità stessa dopo la morte di Dio al tempo del nichilismo compiuto. Quindi la separazione delle due forme di nichilismo non porta a una conclusione soddisfacente perché il modello del nichilista attivo è l’artista. Attraversare il nichilismo attivo, al contrario, evita di collocare la vita, la forza, la volontà di potenza, anziché l’essere platonico, che è quello di superare in sé l’istinto di autoconservazione e interpretarsi come una dottrina del declino dell’essere, dell’indebolimento dell’essere.

Nel Nietzsche compiuto il nichilismo caratterizza la storia della civiltà europea. Lo storicismo moderno è la via che conduce al nichilismo. Lo storicismo come provvidenzialismo, cioè come attribuzione di un ordine provvidenziale alla storia, implica la giustificazione di ciò che accade attraverso una ragione che è al di là del fatto stesso oggetto di critica.

L’esperienza storica, come conoscenza oggettiva del passato […] mostra che nella realtà negli eventi storici non esiste un ordine provvidenziale o alcun senso unitario, vale a dire che non c’è assolutamente ordine, significato e valore delle cose e l’uomo perde tutte la legittimazione che una direttiva può dargli nella azione nel mondo

La caducità di una visione provvidenzialistica della storia, già ampiamente presente nella riflessione nietzschiana, apre le porte al nichilismo, ma ciò implica la restituzione all’uomo della piena libertà di iniziativa nel mondo. Il problema costitutivo dell’uomo e della sua esistenza nel mondo è la relazione con il passato: solo risolvendo il problema stesso può esserci un superamento del nichilismo. Il nichilismo non è infatti solo un fenomeno storico della modernità, ma piuttosto il problema esistenziale dell’uomo, ovvero rappresenta una condizione esistenziale propriamente umana. Una conferma di quanto sopra è che per Nietzsche tutti i tempi storici sono stati nichilisti. La stessa coscienza umana ha una struttura nichilista basata sul problema fondamentale posto dalla ragione dell’esistenza piuttosto che dal nulla. Ciò implica una domanda sul significato globale dell’esistenza prima del problema del significato dell’esistenza determinata storicamente. Liberarsi dal nichilismo comporta il problema di un passaggio che potrebbe essere considerato un atto di volontà, contro il quale essa stessa non può fare nulla, è senza potere: ciò significa la situazione dell’impossibilità di trasformare il passato. Nel opera “Volontà di potenza”, il nichilismo si riduce a tre manifestazioni fondamentali: cristianesimo, moralità, metafisica. Il cristianesimo appare come l’uomo in prigione, riducendolo in una catena di fatti e norme al di là della sua iniziativa. Di fronte al passato a cui l’uomo non può far nulla, cerca di attribuirgli una struttura comprensibile. Riconoscere questa struttura indica costitutivamente un atto di debolezza. La stessa debolezza si manifesta nella volontà di verità attribuita alla stessa metafisica, come la fede in una struttura stabile e sicura con la quale l’uomo si difende dal divenire. È una forma che dimostra la condizione di paralisi e impotenza della volontà creativa. Sono queste forme che circondano l’incapacità di ribellarsi al passato. Inoltre, è la volontà stessa che cerca un ordine, una stabilità assicuratrice, un valore indipendente da qualsiasi mutazione contingente – qualcosa che è sempre stato e sarà, con cui normalizzare se stesso – al fine di trovare un’ancora contro il futuro: complessivamente un ordine simile è sempre e si rivela sempre alla fine illusorio. È qui che il nichilismo è inserito più propriamente: è preparato dal processo illusorio che, svelato come tale, raggiunge la conferma dell’inevitabile dissoluzione-annullamento dei valori, così come la perdita di significato e più radicalmente il riscontro dell’assurdità della storia. Ed è in seguito che l’evoluzione stessa segue un processo parallelo di dissoluzione-erosione quando si scopre che non esiste un ordine provvidenziale che possa governarne il significato. Quando l’uomo non trova un ordine o un valore che può essere attribuito alla storia nel divenire, il divenire in se stesso si riduce a una mutazione incomprensibile.