LA COLLOCAZIONE SPAZIALE

Attraverso la temporalità, come si è appena osservato, l’oggetto dell’esperienza si caratterizza innanzitutto come res temporalis. Questo, però, non è che il primo strato della costituzione della cosa materiale. Per proseguire oltre bisogna quindi considerare, oltre al tempo, lo spazio, che procede di pari passo col tempo nel porre le coordinate di base dell’esperienza sensibile. Non a caso, a ben vedere, la collocazione spaziale come criterio identificante è già stata chiamata in gioco implicitamente in relazione alla durata e alla posizione nel tempo oggettivo nel mondo citate al medesimo scopo. A questo proposito, proprio nella prosecuzione del passo prima citato in relazione alla temporalità dell’oggetto d’esperienza il fenomenologo scrive:

Inoltre, qualsiasi essere cosale ha una sua posizione nello spazio del mondo e questa, per principio, può modificarsi relativamente a tutti gli altri esseri cosali. Un’entità mobile è nello spazio in virtù della estensione corporea che gli inerisce per essenza e in modo peculiare, estensione che può sempre modificare la sua posizione nello spazio. Queste proposizioni possono essere intese in senso così generale da valere di fatto per qualsiasi essere cosale in generale.

Il passo, in apparenza immediato e semplice, di fatto è denso e merita di essere attentamente scandagliato. Innanzitutto da esso si evince che, come nel caso del tempo, anche la spazialità si lega all’esperito in due sensi, in relazione cioè alla sua collocazione nello spazio del mondo da un lato e alla sua estensione, e dunque alla porzione di spazio che esso occupa, dall’altro. Del resto, anche senza bisogno di tematizzarla fenomenologicamente, già a livello intuitivo è chiaro che nulla può avere una posizione nel tempo oggettivo dell’esperienza senza anche collocarsi in una dimensione spaziale: che una qualunque cosa esperibile debba porsi nello spazio del mondo è ancora una volta ovvio, poiché è appunto qui che si colloca ogni esperienza effettiva e possibile. Questa consapevolezza propria anche del senso comune, tuttavia, deve appunto essere messa a fuoco e fondata fenomenologicamente se si vuole ripercorrere la costituzione della natura materiale.

Ora, se questo è il punto va detto che la fenomenologia cerca di risolvere la questione appunto descrivendo la genesi dello spazio sia in quanto intuizione sia in quanto concetto, chiarendo i mutui rapporti di queste due dimensioni e mirando con ciò a spiegare, tra le altre cose, perché lo spazio è una condizione di possibilità dell’esperienza delle cose del mondo. Il tema dello spazio come concetto è annunciato nella Filosofia dell’aritmetica e poi effettivamente esposto negli scritti raccolti sotto il titolo di Raumbuch, e ha lo scopo di formulare una teoria filosofica della geometria euclidea. Lo spazio geometrico è infatti, secondo Husserl, frutto di un’idealizzazione che non può essere calata in toto nella dimensione intuitiva del mondo. In questo senso, dunque, finché ci si attiene al piano dello spazio geometrico solo pensabile e non intuibile, sono valide varie geometrie, varie rappresentazioni spaziali, da quella classica di Euclide a quella più recente di Riemann. Tali categorizzazioni pure dello spazio non sono però equivalenti tra di loro: l’idealizzazione secondo Husserl prende infatti le mosse dall’intuizione, dall’esperienza, tra esse dunque spiccherà quella relativa allo spazio euclideo, che meglio esprime sul piano categoriale i rapporti spaziali incontrati nel mondo intuitivo. Infatti se si vuole ripercorrere la genesi della categoria dello spazio, alla fine non si può che approdare qui, allo spazio dell’esperienza, allo spazio che accompagna e accoglie le cose del mondo.

Di conseguenza è qui che bisogna guardare per comprendere le caratteristiche dello spazio che Husserl presuppone all’indagine sulla cosa materiale. In queste lezioni il fenomenologo procede nel chiarire come si formi l’intuizione dello spazio e lo fa in relazione all’oggetto che nello spazio è percepito e, soprattutto, al soggetto che lo esperisce. Appare in ciò, quindi, implicitamente l’idea che lo spazio sia frutto di un ragionamento disarmonico, da una commistione di elementi differenti: anche per quanto riguarda lo spazio dell’intuizione, infatti, Husserl nota come esso non si dia direttamente al soggetto, come accade invece con gli oggetti percettivi, ma debba appunto passare dall’esperienza di quest’ultimi e dunque venga colto solo in maniera indiretta, mediata. Questo, per altro, è ciò che Husserl vuole sottolineare nei manoscritti in cui si sofferma su quella che appare come un’ovvietà delle più banali: lo spazio si mostra per aspetti, per adombramenti, al pari di ogni altro contenuto di esperienza.

Ma anche lo spazio si mostra per aspetti? Lo spazio intercorrente tra le cose e qui sussistono ancora errori e diversi aspetti a seconda dei punti di vista soggettivi. Ma l’unico e medesimo spazio si manifesta sempre e necessariamente attraverso questi diversi aspetti. Ma sempre e necessariamente lo spazio si manifesta come unico e medesimo come l’indubitabile e immodificata forma di ogni cosa possibile. […] Ogni soggetto ha il suo spazio d’orientamento, il suo “qui” e il suo possibile “là”

Lo spazio, è il punto di intersezione che si crea tra due assi: il movimento del soggetto e l’esperienza degli oggetti e si costituisce in relazione alle possibilità pratiche, ai movimenti del soggetto. Solo in questo senso è condizione di possibilità dell’esperienza, in modo evidentemente molto diverso da quello descritto da Kant: lo spazio, cioè, non è più inteso come una griglia propria della coscienza che si cala sul materiale delle sensazioni mettendolo in forma ma come un’intuizione che sorge e si struttura insieme all’esperienza stessa, che funge da punto-zero di orientazione, da perno per la costituzione della sua esperienza del mondo. Inoltre, d’altra parte, esso si forma di pari passo con il formarsi dell’esperienza degli oggetti a cui è inscindibilmente intrecciato: lo spazio è colto con gli oggetti e si qualifica come ciò che li contiene e li separa, non però come una scatola o un fondale neutri rispetto ai loro contenuti, ma piuttosto in base ai loro reciproci rapporti e alle loro relazioni col soggetto che li pone. L’esser “qui” del soggetto percettivo o dell’oggetto percepito equivalgono al non esser “là”, avere una certa posizione nello spazio implica l’impossibilità momentanea di occuparne un’altra e insieme la possibilità, almeno teorica, di spostarsi acquisendone una ancora diversa.