NELL’ESSENZA DELL’ESSERCI

Nella domanda sul nulla avviene un simile uscir fuori oltre l’esistente in quanto esistente nella sua interezza. È quindi dimostrato che essa è una domanda «metafisica». Delle domande di tale genere abbiamo dato all’inizio una duplice caratteristica: in primo luogo ciascuna domanda metafisica abbraccia ogni volta l’interezza della metafisica. In secondo luogo in ogni domanda metafisica l’«esserci» interrogante viene ogni volta coinvolta nella domanda.

In che misura la domanda sul nulla attraversa e abbraccia l’interezza della metafisica?
Sul nulla la metafisica si esprime dall’antichità con una legge indubbiamente equivoca: ex nihilo nihil fit, nulla viene dal nulla. Sebbene nella discussione di questa legge il nulla stesso non diviene mai propriamente problema, essa esprime tuttavia, a partire dal rispettivo riferimento al nulla, la comprensione fondamentale dell’esistente in essa dominante. La metafisica antica comprende il nulla nel significato del non-esistente, cioè della materia informe, che non si può trasformare in un esistente dotato di forma e che quindi offra un aspetto (éidos). È esistente la cosa (Gebilde) che si configura, che in quanto tale si rappresenta nella figura (spettacolo). Origine, diritto e limiti di questa comprensione dell’essere vengono discusse tanto poco quanto il nulla stesso. Ora il nulla diventa il concetto contrario all’esistente vero e proprio, al summum ens, a Dio come ens increatum. Anche qui l’interpretazione del nulla indica la comprensione fondamentale dell’esistente. La discussione metafisica dell’esistente si mantiene però sullo stesso piano della domanda sul nulla. Le domande sull’essere e sul nulla in quanto tali non hanno entrambe luogo. In che modo problema, allora questo rapporto di contrapposizione non solo subisce certamente una più chiara determinazione, ma suscita per la prima volta la vera e propria posizione della domanda metafisica sull’essere dell’esistente. Il nulla non rimane qualcosa d’indeterminato di fronte all’esistente, ma si svela come appartenente all’essere dell’esistente.

«Il puro essere e il puro nulla sono dunque la stessa cosa». Quest’affermazione di Hegel (Scienza della logica, I libro, WW II, p. 74) è giusta. Essere e nulla devono essere messi assieme, ma non perché entrambi — dal punto di vista del concetto hegeliano di pensiero — coincidono nella loro indeterminazione e immediatezza, ma perché l’essere stesso nell’essenza è finito e si rivela solo nella trascendenza dell’«esserci» trattenuto nel nulla. Giacché d’altronde la domanda sull’essere in quanto tale è la domanda più comprensiva della metafisica, la domanda sul nulla mostra d’essere siffatta da abbracciare l’interezza della metafisica. Ma la domanda sul nulla attraversa l’interezza della metafisica in quanto ci conduce con la forza davanti al problema dell’origine della negazione, cioè in fondo davanti alla decisione sulla legittimità del potere della «logica» nella metafisica.

L’antica legge ex nihilo nihil fit riceve allora un altro senso, adeguato al problema stesso dell’essere, che risulta come: ex nihilo omne ens qua ens fit, ogni ente in quanto ente viene dal nulla. Solo nel nulla dell’«esserci» l’esistente nella sua interezza viene a sé stesso secondo la sua più propria possibilità, cioè in modo finito. In che misura allora la domanda sul nulla, se è una domanda metafisica, ha coinvolto in sé il nostro «esserci» interrogante? Noi caratterizziamo il nostro «esserci» che qui e ora sperimentiamo come essenzialmente deciso dalla scienza. Quando il nostro «esserci» deciso in questo modo è posto nella domanda sul nulla, allora dev’essere diventato problematico attraverso questa domanda.

L’«esserci» scientifico ha la sua semplicità e precisione nel fatto che è in rapporto in un modo speciale con l’esistente stesso e unicamente con esso. La scienza vorrebbe gettar via il nulla con un gesto altezzoso. Ora però nel domandare sul nulla diventa evidente che questo «esserci» scientifico è possibile solo quando prima si trattiene nel nulla. La presunta ragionevolezza e superiorità della scienza diviene ridicola se essa non prende sul serio il nulla. Solo poiché il nulla è evidente la scienza può rendere l’esistente stesso oggetto di ricerca. Solo quando la scienza esiste a partire dalla metafisica ha la capacità di raggiungere sempre di nuovo il suo compito essenziale, che non consiste nel raccogliere e ordinare cognizioni, ma nell’apertura da compiere sempre di nuovo dell’intero spazio della verità di natura e storia. Unicamente perché il nulla è evidente nel fondamento dell’«esserci», la completa estraneità dell’esistente può giungere a noi. Solo poiché il perché in quanto tale è possibile, noi possiamo in un modo determinato far domande sui motivi e motivare.

La domanda sul nulla pone noi stessi — noi che domandiamo — in un quesito. È una domanda metafisica. L’«esserci» umano può essere in rapporto con l’esistente solo quando si trattiene nel nulla. L’uscire oltre l’esistente avviene nell’essenza dell’«esserci». Ma questo uscire è la metafisica stessa. Da ciò il fatto che la metafisica fa parte della «natura dell’uomo». La metafisica è l’avvenimento fondamentale nell’«esserci». È l’«esserci» stesso. Poiché la verità della metafisica abita in questo profondo fondamento, essa ha come più prossimo vicino la possibilità, sempre in insidia, del più profondo errore. Per questo nessun rigore d’una scienza raggiunge la serietà della metafisica. La filosofia non può mai essere misurata sul metro dell’idea della scienza.